di Redazione
Stanotte ha piovuto. Una pioggia monotona, primaverile.
Della neve neanche l’ombra quest’anno.
Sembra paradossale per una siciliana fare certe ammissioni ma a me la neve manca. A Scicli non siamo abituati a vederla, ma a Mosca senza la neve, a novembre inoltrato, tutto ha un’aria anomala.
Credo che valga lo stesso per i suoi abitanti. I negozianti procedono a rilento con le decorazioni natalizie mentre l’anno scorso, nello stesso periodo, la città era già luccicante di festoni e mini-luci coloratissime subito dopo il 4 novembre.
Si vede che i tempi cambiano e che, soprattutto, è cambiato il tempo, quello meteorologico!
Il lato buono della faccenda è che è ancora gradevole fare qualche passeggiata lungo le vie del centro o, perché no?, in periferia dove si possono apprezzare squarci di vita realmente russa con le anziane “babushke” che vendono cetrioli marinati e pomodori in agrodolce alle uscite della metropolitana. E fiori. E scotch-carta per tappare gli spifferi delle finestre. Frutta.
Così, in quel poco tempo libero che mi rimane, cerco di stare all’aria aperta, di camminare senza fretta, di godere del vento fresco che spazza o raccoglie i pensieri, a seconda dell’umore quotidiano.
Spesso mi capita di fare “bilanci di vita”, della mia vita in questi ultimi anni.
Soprattutto degli ultimi due.
Uno stravolgimento quasi totale, ma voluto fortemente.
Ho cambiato abitudini, ritmi, gusti. Abbigliamento. Modo di guardare alla vita stessa.
Lavoro con i bambini e i bambini mi insegnano tanto.
La maggior parte dei miei colleghi è italiana. Veniamo quasi tutti da regioni diverse.
Due anni fa ero l’unica siciliana, adesso siamo in tre. Il resto proviene soprattutto dal nord Italia.
In linea di massima abbiamo rapporti molto buoni. Ci si aiuta per quel che si può sia sul lavoro che nel quotidiano.
Ho conosciuto tanti italiani pure fuori dal posto di lavoro. Anche questi provengono spesso dalle regioni settentrionali.
In genere per me non fa differenza da dove si venga, dalla Lombardia o dalla Sardegna, dalla Russia o dall’America. Sono molto curiosa e mi piace fermarmi a chiacchierare e a fare domande sugli usi e i costumi di ognuno. Mi piace stabilire paralleli e differenze per poter cogliere gli elementi comuni e non, per capire cosa spinge un popolo ad agire in un modo e un altro in direzione opposta. Mi piace raccontare della mia terra, delle mie tradizioni e allargare lo sguardo all’Italia tutta, all’Europa, al mondo.
Due anni, in fondo, sono pochi ma sento di aver accumulato parecchio e tanto spazio resta per il nuovo che verrà. Anche per il vecchio…mi riferisco a certi pregiudizi che, lasciando ora perdere il mondo e scendendo nel particolare della nostra Italia, credevo ormai superati…
Qui devo smorzare il tono leggero di quanto ho già scritto e selezionarne un altro, meno scanzonato.
Mi spiace dirlo ma non posso fare altrimenti: esistono ancora gli italiani razzisti e non solo nei confronti dello straniero, ma in quelli degli italiani stessi.
E i razzisti sono soprattutto al Nord.
Per fortuna si tratta di una percentuale minima, celata sotto le mentite spoglie dei cosmopoliti che viaggiano per amore del sapere e dell’esperienza personale.
La Sicilia è fisicamente staccata dalla penisola italiana, così la Sardegna; ma la Sicilia è la Sicilia, terra di mafiosi e di affari loschi, di fisionomie quasi africane che, talvolta, facilitano l’insorgere di sentimenti negativi per chi alleva in petto la serpe della xenofobia.
Non mi sono mai sentita “a disagio” in mezzo ai moscoviti propriamente detti o a quelli acquisiti. Per loro sono semplicemente un’italiana, vettore di una cultura diversa dalla loro, ma interessante. Non sempre è stato così tra gli italiani a Mosca. «Ah, Lei è siciliana…dall’accento non si direbbe» mi è capitato di sentirmi dire quasi con delusione. E ancora, col cipiglio del settentrionale moralista: «Dalle tue parti sapete bene cos’è l’omertà!» o di essere definita “troppo discreta” giusto per eludere l’aggettivo “omertosa”.
Qualche tempo fa, un collega che gestisce i corsi di lingua serali mi chiedeva con velata ironia se in Sicilia fosse ancora così diffuso l’uso della formula di cortesia e aggiungeva: «Da noi (!), al Nord, ci si dà subito del tu. Diamo del tu anche a un datore di lavoro importante!». E ha a lungo insistito sulla storia del tu e del Lei tra Meridione e Settentrione, tra comportamenti sorpassati e nuovi, e questo solo perché una collega comune, mia conterranea, ha scelto di rivolgersi a lui usandogli tale cortesia! La stessa, poi, si è sentita apostrofare “terrona” dal genitore (settentrionale!) di uno dei suoi alunni e non è raro incontrare sguardi scettici all’indirizzo di “noi” italiani del Sud tra gli italiani stessi o cogliere negli atteggiamenti di qualcuno un’indisposizione mal celata.
Sono le medesime persone che incontri per strada o sui vagoni della metropolitana e che senti parlare ad alta voce come ci fossero solo loro, convinti che nessuno possa capire, e che si lanciano in discorsi discriminanti punteggiati di numerosi “Che schifo!” e di volgarità gratuite e fuori luogo. Ce l’hanno con il popolo che li ospita, con il loro cibo, con le loro abitudini quotidiane. Eppure mangiano nei loro piatti e vivono comodamente – molto comodamente- grazie ai loro soldi. Sono quelli che hanno la presunzione di avvertire come stranieri , nell’accezione negativa del termine, i 14-15 milioni di persone che gli si muovono attorno, senza mai rendersi conto che gli stranieri sono, invece, proprio loro: stranieri e strani.
E’ triste. Ho diversi amici nativi del Nord Italia; con loro ho condiviso momenti importanti della mia adolescenza. Ne ho acquisito di nuovi qui. Con gli uni e gli altri non avverto la “diversità” che, al contrario, mi è accaduto di percepire con queste altre persone, tronfie di possedere una casa in una posizione geografica diversa. Nella stessa nazione.
Spesso lascio correre le allusioni; mi hanno insegnato a stare al di sopra della grettezza morale, per fortuna. E, per fortuna, questi italiani cosmopoliti solo di nome, sono in via d’estinzione.
Dasvidanjia
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