di Redazione

7cent0 è realizzata in collaborazione con il “Museo del Costume” e con l’Associazione culturale “L’Isola” di Scicli, con l’Associazione culturale Purpurea di Palermo, e gode del patrocinio della Provincia Regionale di Ragusa e del Comune di Scicli.
La mostra sarà fruibile dal 20 dicembre 2008 al 10 gennaio 2009 presso la sede di Palazzo Spadaro, Scicli.
Di seguito la presentazione.
Il Settecento si configura nella memoria collettiva come secolo di sfarzo e vanità. Immediatamente il bagaglio iconografico di ognuno rievoca le imponenti e immaginifiche vesti di corte.
Il senso comune in realtà non sbaglia nell’attribuzione dei valori di eccellenza e di opulenza vestimentaria. La storia della moda settecentesca è caratterizzata da numerosi esempi di eccentricità stilistica, in riferimento particolare all’incidenza che ebbe la cultura francese. Nella misura in cui il sovrano di Francia Luigi XIV si rese luce feconda per il proprio popolo, la corte stessa divenne faro d’eleganza ed exemplum di buon gusto per tutte le corti d’Europa.
La società francese amava mettersi in mostra attraverso l’abbigliamento e ben presto l’habit à la français s’impose nel mondo. Per l’abbigliamento maschile gli elementi costanti erano: giustacuore, sottoveste e calzoni al ginocchio. Il primo, chiamato anche velada era indossato aperto sul davanti, nonostante fosse riccamente provvisto di bottoni e occhielli; aveva inoltre grandi tasche e si apriva posteriormente in pieghe a ventaglio che enfatizzavano l’ampiezza dei fianchi. Le maniche erano lunghe con polsini risvoltati. La camicia, che era considerata il capo base, era caratterizzata da un colletto basso e da cravatta di pizzo.
Nel “caso” della donna invece la linea attillata della moda prevedeva nelle sue linee essenziali, pettorina, gonna,e sopragonna. L’abbigliamento femminile si caratterizzava dalla posizione delle decorazioni; queste erano poste sul davanti della gonna, sui lati dell’apertura anteriore della sopragonna, disposti in verticale dalla vita all’orlo e sulla pettorina, il cui più tipico esempio era la scala di nastri con fiocchi di dimensioni degradanti (èchelle de rubans). Era previsto inoltre l’uso di un busto composto da lunghe stecche di circa mezzo metro che seguivano un linea verticale dal seno fino alla parte inferiore del tronco. Le maniche erano corte al gomito, ornate da cascate di pizzi (engageantes); le scollature erano scandalosamente profonde, la vita stretta sul davanti dai lacci del busto che ne serravano armoniosamente la figura; sottane o panier erano posti a sostegno dei volumi delle ampie gonne ed erano quasi sempre caratterizzati da supporti metallici o rigidi.
Nonostante il monopolio indiscusso del mercato francese, l’Italia vantava una preziosa produzione di tessuti quali i velluti, i lampassi, i taffettà, i damaschi e in particolare nei tessilifici veneziani, e milanesi.
L’alta tradizione sartoriale italiana seppe accogliere con grande intuizione l’esperienza francese. Con altrettanta vivacità, la Sicilia, la cui capitale Palermo viene definita: “una finestra aperta sul mondo” dallo storico del costume Cristina Giorgetti, seppe raccogliere i dettami delle mode provenienti dal nord, e attraverso l’operato di valenti sartorie locali, la borghesia e l’aristocrazia isolane divennero esemplari testimoni del grande retaggio di eleganza che era il Settecento.
Questo vagheggiamento siciliano è documentato oggi in alcune collezioni museali tra cui si distinguono le collezioni Arezzo di Trifiletti e Piraino di Palermo. Quest’ultima fonte ha supportato la mostra 7centO: variazioni su abiti e gioielli del XVIII secolo in Sicilia, a cura di Vittorio Ugo Vicari e Sergio Pausig. L’esposizione è frutto di un laboratorio interdisciplinare tra le cattedre di “Storia del Costume” (prof. Vicari) e di “Design del Gioiello” e “Design dell’Accessorio di moda” (prof. Sergio Pausig). Esso ha coinvolto gli studenti del corso di Diploma accademico di primo livello in Progettazione di moda dell’anno accademico 2007-2008 dell’Accademia di Belle Arti di Palermo (II anno), e selezionato dieci allieve ora in mostra: Tiziana Capillo, Andra Cilluffo, Concetta Guercio, Tania Lavinia Lombardo, Valentina Napoletano, Caterina Patti, Giorgia Pipitone, Marina Russotto, Alessandra Salerno e Scheila Viviano.
Prendendo spunto da fonti storiche ed iconografiche e dall’attenta lettura tecnica di un abito antico della collezione Piraino, gli allievi hanno reinventato elaborati sartoriali e di gioielleria dedicati al gusto femminile settecentesco nell’immaginario siciliano. L’esposizione riporta in vita la robe à la français, in siciliano cantusciu, che vanta un repertorio di esempi di grande finitura nelle collezioni pubbliche e private italiane.
Con meticoloso lavoro di manodopera ed una particolare attenzione critica verso la riproduzione dei particolari, i capi firmano una fattura artigianale e creativa sbalorditiva. La semplificazione della foggia europea più significativa del secolo, è resa essenziale ed altamente decorativa attraverso delicati accorgimenti visivi che definiscono in ultima analisi la caratteristica di ogni singolo capo.
Il pedissequo lavoro sulla manipolazione delle pettorine segna forse il momento più alto della produzione e della singolare resa stilistica. Rifacimenti sartoriali di èchelle de rubans dai colori accattivanti, audaci cascate di pizzi su scolli, maniche ed orli, disposizione di motivi decorativi a sfondo bucolico e paesaggistico impreziositi da elementi serici; tutto è ricomposto fedelmente seppur intinto di significati assolutamente moderni. Ogni abito ha infatti vita propria poiché, oltre al riadattamento contenutistico della foggia ed alla preziosità attraverso l’ornamento, ad esso si attribuisce il valore aggiunto della sperimentazione materica. I capi sono stati tinti in pezze di tela di cotone greggia, impiegando prodotti tintori della flora mediterranea. I colori sono stati desunti dalla pigmentazione naturale di mirtillo, rape rosse, hennè, tè verde,curcuma e zafferano.
Ciascun elaborato è completato da un gioiello derivato anch’esso da reperti orafi editi del secolo, cercando di rigenerare quella dedizione arcana del culto per l’ornamento. Difatti, nobildonne e dame del Settecento siciliano usavano impreziosirsi di grandiosi collier di perle, coralli di Trapani, pietre dure e preziose. Nella progettazione le parure sono state pensate in accordo complementare con i volumi, le linee ed i colori degli abiti, riprendendo le flessuose e conturbanti decorazioni nastriformi rococò ed aggiungendo scintillii colorati di pietre e brillanti più o meno vistosi. Anche in questo caso gli strumenti impiegati nella realizzazione sono sperimentali ed efficaci. Su di un supporto di pasta modellabile ceramico vetrosa, con sfondi color oro sono state incastonate imitazioni di rubini, perle, ametiste, topazi ecc., con applicazioni finali di smalti policromi.
Il gioiello completa dunque la definizione qualitativa dell’estetica della fruizione, ed esaurisce la proposta di un efficace ed impeccabile sperimentazione, che passa a buon diritto sotto le mentite ma non meno fascinose sembianze di un vecchio sigillo d’eleganza vestimentaria.
7cent0 è realizzata in collaborazione con il “Museo del Costume” e con l’Associazione culturale “L’Isola” di Scicli, con l’Associazione culturale Purpurea di Palermo, e gode del patrocinio della Provincia regionale di Ragusa e del Comune di Scicli.
La mostra sarà fruibile dal 20 dicembre 2008 al 10 gennaio 2009 presso la sede di Palazzo Spadaro, Scicli.
Veronika Aguglia
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