Lettere in redazione
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03/08/2026 21:35

A Monterosso Almo una statua per celebrare Dolcetto, il cane amato da tutto il paese, emigrato a Bologna e ritornato

Riceviamo e volentieri pubblichiamo.

di Lettera firmata

Monterosso Almo – Tutto ebbe inizio in una fredda notte d’inverno del 2012. Pioveva a dirotto, faceva molto freddo e le strade erano deserte. Nei pressi di questa villa si aggirava un cane, impaurito, magrissimo e completamente spaesato. Non aveva una casa. Non aveva nessuno. Probabilmente conosceva già il dolore dell’abbandono e, forse, anche quello della violenza.
Aveva imparato a diffidare delle persone. Quella notte, però, incontrò chi decise di non voltarsi dall’altra parte. Gli venne lasciata una coperta per proteggerlo dal freddo e, la mattina seguente, appena si fece giorno, fu portato al sicuro. Con pazienza e tanto amore, Antonella e  nonno Ciccio iniziarono a prendersi cura di lui. Non fu facile conquistare la sua fiducia.

Ma, giorno dopo giorno, quel piccolo cane capì che non tutte le mani fanno del male. Alcune sanno accarezzare. Alcune sanno salvare. E ben presto conquistò anche Gianni, che gli si affezionò fin dal primo momento, come se fosse sempre stato parte della famiglia.

Il desiderio era uno soltanto: trovargli una famiglia che potesse regalargli la serenità che non aveva mai conosciuto. Per questo, insieme a volontari, si iniziò la ricerca di un’adozione. Dopo tanto impegno arrivò una richiesta da Bologna. Con l’aiuto di tante persone venne organizzato il viaggio e quel piccolo cane partì verso quella che sembrava essere la sua nuova vita. Chi lo aveva conosciuto lo salutò con la speranza di avergli regalato un futuro migliore.
Purtroppo il destino aveva in serbo altro.
Dopo pochi giorni arrivò una notizia che nessuno avrebbe voluto ricevere. Era stato smarrito. Di nuovo solo. Di nuovo lontano da tutto ciò che aveva imparato a conoscere. Molti si sarebbero arresi. Ma non chi gli aveva promesso, senza parole, che non sarebbe più stato lasciato solo.
Così iniziò una nuova ricerca.
Antonella, insieme a una volontaria, raggiunse Bologna.
Passarono ore a cercarlo. Camminavano senza sapere dove andare. Chiedevano informazioni. Lasciavano il loro numero di telefono a chiunque incontrassero, sperando che qualcuno potesse aiutarle. Poi arrivò una telefonata. Un signore disse di aver visto un cane che corrispondeva alla loro descrizione. Corsero subito sul posto. In lontananza lo videro. Lo chiamarono. Lui riconobbe immediatamente quella voce. Forse, in quel momento, non sapeva di essere a centinaia di chilometri da casa. Ma sapeva una cosa. La persona che non aveva mai smesso di cercarlo era tornata da lui. Non ci fu bisogno di parole. Bastarono uno sguardo.
Una corsa.
E una coda che ricominciò a scodinzolare. Si erano ritrovati. Insieme salirono su un treno. E tornarono a Monterosso. Fu proprio durante quel viaggio che, forse senza saperlo, trovò finalmente la sua vera casa. Non una casa fatta di muri. Ma di persone. Di volti. Di strade. Di affetto. C’era Antonella, nonno Ciccio, Gianni ed anche un intero paese che imparò ad amarlo. Dolcetto rimase libero, proprio come piaceva a lui.
Senza appartenere a una sola persona, finì per appartenere al cuore di tutti. Fu allora che ricevette il nome con cui tutti noi lo abbiamo conosciuto : Dolcetto. Un nome che sembrava scritto nel suo destino. Perché la dolcezza era la sua natura. Era buono con tutti. Con gli adulti. Con gli anziani. Con i bambini, che vedevano in lui un compagno di giochi sincero e fedele. Passeggiava per tutto il paese come se ogni strada fosse casa sua. Amava riposare in mezzo alla strada e tutti ormai conoscevano le sue abitudini.
Gli automobilisti rallentavano. Gli ambulanti facevano attenzione. Ogni mattina passava dal bar della piazza, dove c’era sempre qualcuno pronto a regalargli un biscotto. Seguiva le persone nelle loro giornate. Era presente nelle feste. Nelle passeggiate. Nei momenti più semplici della vita. Sembrava quasi voler partecipare a tutto ciò che accadeva nel paese.
E il paese, senza quasi accorgersene, aveva iniziato a considerarlo uno di noi. Ma c’è un episodio che racconta meglio di qualunque parola chi fosse davvero. Quando venne a mancare nonno Ciccio, una delle persone che per prima gli aveva voluto bene, Dolcetto si presentò in chiesa durante il funerale.
Come se avesse capito. Come se fosse lì per dare il suo ultimo saluto a un amico. Sono immagini che chi le ha vissute porterà nel cuore per sempre. Quando Dolcetto ci ha lasciati, il vuoto è stato enorme. Non soltanto per la famiglia che lo aveva accolto fin dal primo giorno.
Ma per un intero paese. Perché Dolcetto non apparteneva a una sola casa. Apparteneva ai ricordi di tutti noi. Per questo nacque il desiderio di conservare per sempre la sua memoria.

Con il contributo e la generosità di tante persone, con il sostegno della famiglia che gli è sempre rimasta accanto e grazie all’impegno di chi ha creduto profondamente in questo progetto, quel desiderio è diventato realtà. E oggi quel sogno è davanti ai nostri occhi. Questa statua non celebra soltanto un cane. Celebra la bontà. Celebra la fedeltà. Celebra la capacità che un animale ha di entrare nella vita delle persone e di lasciarvi un segno indelebile. Ci ricorda che gli animali hanno un’anima. Che sanno amare senza chiedere nulla in cambio. Che riescono a insegnarci il valore della fiducia, della presenza e dell’amore più sincero. Ma la storia di Dolcetto ci lascia anche un’altra responsabilità. Gli animali non si abbandonano. Dolcetto, nella sua sfortuna, ha avuto la fortuna di incontrare persone che gli hanno dato una seconda possibilità. Purtroppo non sempre accade. Ci sono ancora tanti animali che aspettano qualcuno disposto ad aprire il proprio cuore. Per questo il modo più bello per onorare il suo ricordo è scegliere l’adozione, tendere una mano a chi è in difficoltà e ricordare che ogni gesto d’amore verso un animale rende migliore anche noi. Un piccolo cane randagio è riuscito a lasciare un’impronta enorme nella vita di tutti noi. E forse questo è il miracolo più bello. Perché l’amore non ha bisogno di parole. Ha bisogno soltanto di essere vissuto. Da oggi, chi passerà davanti a questa villa non vedrà soltanto una statua. Vedrà il ricordo di un amico. Di un cane che ha saputo unire un intero paese con la sua dolcezza. Vedrà un simbolo di amore, di rispetto e di gratitudine. E ogni bambino che si fermerà davanti a questa statua potrà imparare che la bontà non dipende dalle parole che sappiamo dire, ma dall’amore che sappiamo donare.

Grazie a tutti voi che oggi siete qui, perché il ricordo di chi abbiamo amato continua a vivere finché ci sarà qualcuno disposto a raccontarne la storia.