Nata a Bengasi, da mamma americana e papà sciclitano
di Maddalena Bonaccorso


Scicli – Tutta Scicli la conosce e – dice lei – l’ama. Adalgisa Lorefice, vedova Penna, abita nel palazzo omonimo, uno dei più antichi e belli della città, ha settant’anni portati con estrema disinvoltura e un caratterino non da poco che le è giustamente valso il soprannome di “carabiniera”.
Incontrarla è un’impresa ardua, ha mille impegni, il doppio di appuntamenti e, se proprio vogliamo dire la verità, non è che ami molto i giornalisti.
E – forse- è ricambiata, se è vero come è vero che “a un vostro collega, che aveva osato scrivere quante statuine di Gesù Bambino posseggo, io l’ho detto: vi querelo!”.
In quella che è la sua casa-museo, sotto lo sguardo vitreo di un numero ovviamente non quantificabile di statue a grandezza naturale – e non solo di Gesù bambino ma soprattutto di pecore – e in un’atmosfera barocco-kitsch che nell’orario serale rende il tutto molto inquietante, si cerca quindi di intavolare una discussione sensata sotto la continua minaccia di una querela per elencazione abusiva di bambinelli.
La signora Adalgisa detta Gisa, nobildonna per via di matrimonio, è una sorta di istituzione cittadina. Da circa quarant’anni allestisce nell’androne monumentale del Palazzo – proprietà, da secoli, della famiglia del marito, il defunto barone Penna – un presepe storico che realizza da sola («mi faccio aiutare solamente a portar giù dalla scala le statue») e che ogni anno è meta di centinaia di visitatori; turisti, concittadini, scolaresche, semplici curiosi, pare che chiunque viva o passi da Scicli non possa e non debba fare a meno di rendere omaggio alla creazione.
Va così, appunto, da molti anni: ma è alla fine del 2010 che arriva la ribalta regionale, le tv, i giornali, perché la signora Gisa ha una trovata a suo modo geniale.
Ma qui la sua storia si intreccia con quella di una creatura davvero speciale: parliamo di Italo, il cane randagio – morto lo scorso primo di febbraio – che tutta la città di Scicli aveva adottato, facendone la mascotte amatissima di una popolazione ancora capace di regalare il proprio cuore a un cane.
Finché il mezzo labrador Italo era in vita, lui e la signora Gisa erano molto amici; il meticcio, diventato famoso per la sua abitudine di accompagnare i turisti a visitare la città e di presenziare a qualsiasi tipo di festa, manifestazione, Messa, funerale e qualunque tipo di evento pubblico venisse organizzato a Scicli, passava ogni pomeriggio a trovarla, e lei ricambiava con fette biscottate e coccole. Finché a un certo punto, l’inarrestabile nobildonna decide che un tale personaggio meritava di essere immortalato nel suo presepe.
E quindi, signora Penna, cosa pensa di fare?
«Quindi, nello scorso mese di ottobre, decido di far realizzare una statua del nostro Italo, da inserire nel presepe. Mi sono detta: a Napoli ogni anno gli artigiani costruiscono statuine nuove, con tutti i personaggi che durante l’anno hanno fatto parlare di sé. Perché noi non dovremmo regalarne una a questo cane, che per anni ha fatto letteralmente parte del nostro paese, regalando a noi e ai turisti purissimi momenti di gioia e di altruismo disinteressato? Detto, fatto. La statuina l’ho fatta realizzare a Lucca, da maestri presepisti del luogo, e per lo scorso Natale era già qui, al posto d’onore del mio presepe, vicino al bue e all’asinello. Con tanto di medaglietta in argento, fatta realizzare apposta da un gioielliere, con inciso il suo nome: Italo. Tutto ciò mi è costato parecchi soldi, ma vuole mettere la soddisfazione di avere Italo sempre qui, assieme a me?»
Immaginiamo che sia stata una notevole sorpresa, per i suoi concittadini…
«La gente è impazzita! Soprattutto i bambini ne sono stati felicissimi. Non avete idea di quante maestre hanno portato qui le loro classi. Tutti volevano vedere la statuina di Italo, toccarla, fare una foto. È stata davvero una grande gioia».
Ha visitato il presepe anche Italo?
«Certo, Italo veniva qui tutti i giorni. Sa, magari la gente fa dell’ironia… ma lui era qualcosa in più di un cane, era davvero una creatura eccezionale. Arrivò in paese qualche anno fa, mostrando di essere perfettamente a suo agio, a Scicli. E da allora non se ne andò più. Fino al primo febbraio, quando purtroppo è venuto a mancare. Solo chi ha amato un cane può capire cosa abbiamo provato tutti noi, perdendolo. Averlo nel presepe, anche i prossimi anni, ci servirà ancora di più a ricordarlo».
Signora Gisa, ma questa sua passione per i presepi, da dove deriva?
«Che io ricordi, l’ho sempre avuta. Forse in qualche modo deriva dal fatto che ho vissuto molti anni in convento. Io sono nata a Bengasi, da mamma americana e papà sciclitano; abbiamo vissuto in Libia finché ho avuto sei anni, e poi, una volta tornati in Sicilia, io sono stata messa in convento, fino ai diciannove anni. Quindi la religione è stata una parte integrante della mia vita. Quando poi mi sono sposata, e ho scoperto che la famiglia di mio marito possedeva questa bellissime statue dell’Ottocento, di legno e a grandezza naturale, ho cominciato a creare il presepe. Poi ne ho aggiunti tanti altri, pensi che nel periodo di Natale ne realizzo, oltre a quello monumentale dell’androne, almeno un’altra trentina».
Non è l’unica cosa che ha fatto per Scicli. A quanto ci risulta, ha anche restaurato un’intera strada. E’ vero?
«Sì, questa strada dove abito e che porta il nome della famiglia di mio marito, la via Penna. Versava in condizioni pietose e allora anni fa ho deciso di sistemarla. Ho fatto tutto da sola, lo scriva! Nessuno mi ha aiutata, ho anche fatto piazzare dei grandi vasi, pieni di piante. In verità, speravo che qualcuno dei miei concittadini seguisse il mio esempio, Scicli è piena di scorci molto belli, di stradine affascinanti che però sono in piena incuria. E anche di palazzi storici che avrebbero proprio bisogno di un restauro, guardi per esempio il Palazzo Beneventano, proprio qui davanti… vede, il mio palazzo è tutto sistemato, ma è uno dei pochissimi. Invece, niente da fare, nessuno ha seguito il mio esempio».
Ha mai pensato di entrare in politica?
«Io no, ma me l’hanno proposto in tanti. Mi chiedono di candidarmi a sindaco, o di fare l’assessore alla cultura. Figuriamoci! Io ho tante cose da fare, non potrei mai. Non sto mai ferma. Da quando il mio povero marito è venuto a mancare, ormai diciassette anni fa, io ho dovuto prendere in mano le redini dell’azienda di famiglia -un’azienda agricola – e questa cosa mi impegna tantissimo. Sono sempre in campagna, seguo i contadini, i muratori, vado anche negli assessorati, cosa crede? E poi c’è questo palazzo da portare avanti, e lo curo tutto da sola. Non voglio l’aiuto di nessuno, pensi che la mia casa è di quasi 500 metri quadri e non ho nemmeno una donna di servizio».
Dal suo matrimonio ha avuto tre figli; hanno ereditato la sua passione per i presepi?
«Macché. Mio figlio Raimondo, che vive ancora con me, mi aiuta un po’ al momento di prepararlo, giusto per le incombenze più pesanti. Poi ho due figlie femmine, Francesca e Caterina, che vivono una a Palermo e una vicino a Scicli, ma nemmeno loro sono appassionate. Anzi, mi dicono sempre “mamma, ma chi te lo fa fare, ancora alla tua età, di fare tutta questa fatica?”».
Non saranno le sole, a dirglielo…
«Infatti, me lo dicono anche tutte le mie amiche. Ne ho tantissime, a Scicli mi conoscono tutti. Loro mi rimproverano perché sostengono che perdo troppo tempo con la casa, con i presepi, con le statuine e non vado, per esempio, alle gite della parrocchia. Sa, loro partecipano e vorrebbero che lo facessi anch’io. Ma a me viaggiare non piace molto; lo facevo quando c’era ancora mio marito, ma adesso non più. Quando lui è morto ho dovuto rimboccarmi le maniche e da allora la mia vita è stata il lavoro, la casa, la chiesa la domenica. E i presepi, ovviamente».
Ma scusi, Natale è trascorso da un pezzo e il presepe è ancora allestito nell’androne. Tra poco sarà Pasqua; cosa pensa di fare?
«A Pasqua, io faccio il nido!»
Il nido?
«Sì, tolgo i pastori, la Natività, tutto il resto, e creo un vero e proprio angolo di campagna… metto le galline finte, i conigli, le uova, le colombe in ferro battuto. Metto anche il prato: insomma, un perfetto scorcio di primavera, che io chiamo “il nido”. Ma certo, quest’anno sarà più piccolo del solito. C’è Italo, e io non ho assolutamente nessuna intenzione di togliere la sua statuina. Italo deve rimanere sempre qui, nell’androne di Palazzo Penna. E tutta Scicli deve vederlo».
La Sicilia
Foto Laura Moltisanti
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