Lettere in redazione
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30/08/2025 14:15

Agricoltura, criminalizzare gli impianti in serra è una operazione culturale rischiosa oltre che manipolativa

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

di Lettera firmata

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Scicli – Gentile direttore di Ragusanews,

abbiamo assistito in silenzio all’attacco pubblico di alcuni nuovi residenti nella Vallata dell’Irminio che negli scorsi mesi, dalle colonne di Ragusanews, hanno denunciato presunte azioni di sventramento del territorio e dei suoi alberi secolari per la costruzione di “pericolosi” impianti in serra.

 

Veda direttore, la nostra azienda è fatta da persone perbene, che pagano le tasse e creano lavoro, dando occupazione a 65 dipendenti. Per noi -e siamo alla terza generazione di agricoltori- la campagna è sacra, la terra è sacra.

 

Chi conosce la nostra storia sa che abbiamo bonificato e recuperato intere aree rurali abbandonate, rispettando gli alberi che insistono sui terreni messi a coltura, il cosiddetto “sesto”, la distanza fra un albero e l’altro; abbiamo rispettato l’orografia dei terreni, che scoscesi erano e scoscesi sono rimasti, nonostante sia molto più comodo e producente costruire serre in piano.

 

Perché scriviamo oggi, a distanza da diverse settimane da quelle accuse?

Contrariamente a quel che si potrebbe immaginare, non siamo qui a difendere posizioni private e personali. Alleghiamo a questa lettera l’autorizzazione con cui l’Azienda Forestale di Ragusa aveva appunto assecondato la ripiantumazione, a pochi metri di distanza dalla sede originale, di alcuni alberi di ulivo in linea di filare, con relativo impianto di irrigazione.

E sarà il Tar di Catania, istituzione delegata, a decidere se l’intervento in quella contrada sia legittimo o meno.

 

Scriviamo oggi per difendere invece un altro principio. La fascia vocata della Sicilia sudorientale ha nelle coltivazioni in serra (serre moderne, removibili, con impatto tutt’altro che definitivo) la propria fonte di sostentamento economico e di ricchezza.

L’operazione culturale di criminalizzazione delle serre è pericolosa e manipolativa perché travisa un concetto: l’agricoltura viene narrata, in questo storytelling originale, come il male da combattere, mentre l’inerzia e l’ozio residenziale di chi invoca il turismo come nuovo motore dell’economia sarebbero il toccasana che dovrebbe garantire “magnifiche sorti e progressive” alle nuove generazioni.

 

Bene, siamo qui a difendere un principio. Chi pensa di raccontare che il turismo, volano economico ad alta stagionalità, possa sostituire il PIL che l’agricoltura ha prodotto e produce in questo lembo d’Italia, mente agli altri e mente a se’ stesso.

 

La foto degli alberi di ulivo, una ventina in tutto, ripiantumati a pochi metri distanza dal luogo in cui sono cresciuti la forniamo noi ai giornali. Perché siamo orgogliosi di ciò che facciamo, e affrontiamo il fare impresa a viso aperto, figli di agricoltori, padri di nuovi agricoltori.

Ben venga il turismo, ma nessuno ci dica che la terra serve solo per essere contemplata. Col sudore della fronte noi la coltiviamo. Un mestiere umile. E antico.