di Redazione
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Sulla guerra dei prezzi si gioca l’ultima partita dell’agricoltura iblea. Centinaia di imprese locali sono sull’orlo del fallimento proprio a causa di quella forbice sempre più ampia che separa i prezzi al consumo da quelli alla produzione. I produttori locali di primizie, venerdì mattina, in piazza San Giovanni, a Ragusa, hanno venduto i loro ortaggi a prezzo di costo per protestare contro la quotidiana ingiustizia che le imprese serricole subiscono nei mercati: vendere i prodotti sotto costo.
“Abbiamo lasciato scegliere ai produttori la forma che a loro sembrava più adatta per protestare contro quello che accade ogni giorno nei mercati agricoli”, commenta il presidente provinciale della Cia Giuseppe Drago a margine della manifestazione che ha avuto luogo venerdì a Ragusa e in altre 99 piazze d’Italia, “e così hanno voluto allestire il banchetto ed esporre la merce per vendere, non certo per contrarre un guadagno ma solo per mostrare ai consumatori che anche loro sono le prime vittime di questo sistema commerciale che si accanisce contro chi produce e contro chi acquista”. Per rendere tutto il più trasparente possibile i produttori hanno posizionato delle tabelle esemplificative dei prezzi alla produzione, al mercato e alla grande distribuzione, esposte accanto ai banchetti con gli ortaggi.
“Queste tabelle parlano chiaro”, spiega un agricoltore, “come potete vedere non solo noi non ci guadagniamo nulla, ma spesso ci perdiamo. Vedete quanto è grande la voragine che esiste fra quello che noi intaschiamo e il prezzo al quale vende la grande distribuzione?”. C’è aria di smobilitazione fra gli agricoltori di Vittoria. La città che era la culla delle primizie orticole in Italia è ora sede di centinaia di imprese in via di fallimento.
“Non mi vergogno a dirlo”, racconta un produttore di Acate, Giuseppe Sortino, “continuo a lavorare perché ho 59 anni e d’altronde, cos’altro potrei fare? In realtà produco sempre più debiti. Il peggio è iniziato cinque anni fa e posso dire che tutti gli imprenditori serricoli che conosco vivono la mia stessa situazione”.
“A Vittoria succederà il caos”, sostiene Rosario Rinaudo, “il 60 per cento della popolazione ipparina lavora direttamente o indirettamente nelle serre. Mio figlio, che ha 21 anni e lavora con me in campagna, mi chiede ogni giorno: “Papà ma che cosa devo fare per sopravvivere?”. I tentativi degli imprenditori serricoli di associarsi per commercializzare le primizie sono l’unico spiraglio per reagire alla crisi imperante. “Stiamo cercando di unirci ma non è facile”, spiega Sortino. Ma intanto i nodi vengono al pettine. L’allarme sulla crisi agricola, soprattutto serricola, che prima era solo temuta adesso è sempre più reale. La crisi imponente cede il passo a un bilancio catastrofico. “Siamo arrivati al nocciolo”, dice Drago, “gli agricoltori sono sul lastrico e nessuno riesce più a campare. La nostra proposta dei farmer’s marcket è appunto, solo una proposta, utile per i produttori e per i consumatori, ma da sola non può risolvere i guasti dell’ultimo ventennio”. Con la manifestazione della Cia si vuole richiamare l’attenzione sullo stato del settore e chiedere che venga convocata la conferenza nazionale dell’agricoltura.
“Abbiamo lasciato scegliere ai produttori la forma che a loro sembrava più adatta per protestare contro quello che accade ogni giorno nei mercati agricoli”, commenta il presidente provinciale della Cia Giuseppe Drago a margine della manifestazione che ha avuto luogo venerdì a Ragusa e in altre 99 piazze d’Italia, “e così hanno voluto allestire il banchetto ed esporre la merce per vendere, non certo per contrarre un guadagno ma solo per mostrare ai consumatori che anche loro sono le prime vittime di questo sistema commerciale che si accanisce contro chi produce e contro chi acquista”. Per rendere tutto il più trasparente possibile i produttori hanno posizionato delle tabelle esemplificative dei prezzi alla produzione, al mercato e alla grande distribuzione, esposte accanto ai banchetti con gli ortaggi.
“Queste tabelle parlano chiaro”, spiega un agricoltore, “come potete vedere non solo noi non ci guadagniamo nulla, ma spesso ci perdiamo. Vedete quanto è grande la voragine che esiste fra quello che noi intaschiamo e il prezzo al quale vende la grande distribuzione?”. C’è aria di smobilitazione fra gli agricoltori di Vittoria. La città che era la culla delle primizie orticole in Italia è ora sede di centinaia di imprese in via di fallimento.
“Non mi vergogno a dirlo”, racconta un produttore di Acate, Giuseppe Sortino, “continuo a lavorare perché ho 59 anni e d’altronde, cos’altro potrei fare? In realtà produco sempre più debiti. Il peggio è iniziato cinque anni fa e posso dire che tutti gli imprenditori serricoli che conosco vivono la mia stessa situazione”.
“A Vittoria succederà il caos”, sostiene Rosario Rinaudo, “il 60 per cento della popolazione ipparina lavora direttamente o indirettamente nelle serre. Mio figlio, che ha 21 anni e lavora con me in campagna, mi chiede ogni giorno: “Papà ma che cosa devo fare per sopravvivere?”. I tentativi degli imprenditori serricoli di associarsi per commercializzare le primizie sono l’unico spiraglio per reagire alla crisi imperante. “Stiamo cercando di unirci ma non è facile”, spiega Sortino. Ma intanto i nodi vengono al pettine. L’allarme sulla crisi agricola, soprattutto serricola, che prima era solo temuta adesso è sempre più reale. La crisi imponente cede il passo a un bilancio catastrofico. “Siamo arrivati al nocciolo”, dice Drago, “gli agricoltori sono sul lastrico e nessuno riesce più a campare. La nostra proposta dei farmer’s marcket è appunto, solo una proposta, utile per i produttori e per i consumatori, ma da sola non può risolvere i guasti dell’ultimo ventennio”. Con la manifestazione della Cia si vuole richiamare l’attenzione sullo stato del settore e chiedere che venga convocata la conferenza nazionale dell’agricoltura.
Telenova
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