di Redazione
Walter Veltroni l’aveva promesso fin dal suo discorso del Lingotto, nel giugno 2007: candidandosi alla guida del Pd, non avrebbe mai più demonizzato il suo avversario di centrodestra. Ed ora che il Partito democratico lo guida alle elezioni, è stato al momento di parola: niente insulti né toni particolarmente aspri, se non quelli previsti dalla normale polemica politica. Insomma, almeno per Walter, Silvio Berlusconi (perché ovviamente di lui stiamo parlando) non sembra incarnare più il demonio.
Così d’altra parte anche il Cavaliere. Se vincerà le elezioni, si è solennemente impegnato assieme ai suoi alleati di centrodestra, cederà all’opposizione la presidenza di una camera (presumibilmente il Senato), di molte commissioni parlamentari e lavorerà con gli avversari alla riforma delle istituzioni. Che dire, se non: speriamo bene?
Una campagna elettorale meno avvelenata, un futuro governo che non faccia le barricate contro l’opposizione, e viceversa, servirebbe forse a riavvicinare un po’ l’opinione pubblica alla politica. Ma soprattutto aiuterebbe a superare i gravi problemi che chiunque vinca si troverà ad affrontare, quelli economici soprattutto, e che non appare in grado di risolvere con le sue sole forze.
Però, a Camere appena sciolte, siamo ancora allo stato delle promesse. Che cosa si muove di concreto dietro questi buoni propositi? In altri termini, che interesse hanno le forze politiche a smetterla di prendersi a insulti? Vediamo. Il Pd è sempre più intenzionato a correre da solo, archiviando la stagione dell’Ulivo e dell’Unione. Farà forse degli accordi tecnici al Senato, soprattutto con la “Cosa rossa”; ma niente più coalizione unica che spazi dai moderati ai massimalisti.
Questo mette evidentemente la squadra di Veltroni non solo nella possibilità, ma anche nella necessità, di parlare un linguaggio diverso. Non deve esorcizzare il nemico berlusconiano, deve guadagnare consensi al centro. D’altra parte anche La sinistra-Arcobaleno, per la cui leadership si è candidato Fausto Bertinotti, più che puntare al governo, e quindi entrare in competizione diretta con il centrodestra, deve delimitare il proprio spazio a sinistra. Da questa area verranno presumibilmente gli attacchi più duri a Berlusconi e alleati, ma il bersaglio vero, accordi o meno, sarà il Pd. Su tutto dovrebbe far premio la fine della corsa ad accaparrarsi l’ultimo voto, che di solito è anche il più estremista: la sinistra sembra preferire il rischio di una sconfitta immediata, ma utile in prospettiva, all’incertezza di una vittoria stentata e controproducente come quella di Romano Prodi due anni fa.
Ma per non azzuffarsi occorre essere in due. Che interesse ha Berlusconi a riporre nell’armadio l’armamentario del “pericolo comunista”? Intanto lo slogan inizia ad essere logoro: nei due anni prodiani più che comunisti al governo si sono visti ministri pasticcioni e in perenne lite tra loro. Più che un esecutivo rosso abbiamo sperimentato un governo che ha sì risanato i conti, ma a costo di una spremitura fiscale senza precedenti. Mentre ha abdicato su molti fronti tipici della sinistra, a cominciare dai diritti civili.
Dunque il centrodestra non ha bisogno di far molta propaganda, le basterebbe ricordare le papere, o peggio, del governo Prodi. Il disastro della spazzatura di Napoli (sul quale non per nulla insiste Berlusconi) vale più di cento invettive contro i cosacchi a San Pietro. Ma ovviamente non c’è solo questo. La decisione del Pd di correre da solo rende per Berlusconi e alleati la campagna elettorale ancora più facile, apparentemente già vinta, ma al tempo stesso più insidiosa.
Se la Cdl – o come si chiamerà – prevalesse nel suo complesso, ma il Pd avesse la maggioranza relativa, il vero vincitore politico sarebbe Veltroni, non Berlusconi. Se poi l’ormai ex sindaco di Roma ottenesse un consenso anche grazie ad un linguaggio e a una proposta politica nuova, la sua posizione si rafforzerebbe ulteriormente, indebolendo di riflesso il Cavaliere. La novità Obama, comunque finiscano le primarie democratiche negli Usa, parla anche a noi.
Non solo. Un Pd all’opposizione, ma numericamente maggioranza, diverrebbe fatalmente un polo d’attrazione per i moderati del centrodestra, e soprattutto per i loro elettori, prefigurando scenari imprevedibili. Senza contare che il 52enne Veltroni, scontando una legislatura di opposizione, potrebbe ripresentarsi poi con le carte in regola.
Ecco perché Berlusconi – che tutto questo lo sa – ha interesse a non andare a uno scontro frontale con un avversario ben diverso da Prodi. Anzi, dopo aprile vorrebbe in qualche modo coinvolgere il Pd nella responsabilità delle scelte di alto livello, dalla politica estera alla legge elettorale, fino all’economia. Mentre in prospettiva, se davvero a metà mandato cederà palazzo Chigi ad un premier più giovane (i nomi sono quelli di Giulio Tremonti e Gianfranco Fini), dovrà in qualche modo affrontare e risolvere il problema del rimodernamento del centrodestra. Ma per rinnovare occorrono anche linguaggio, contenuti e comportamenti nuovi.
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