di Redazione
Tredici giorni di vacanza. Avrebbero dovuto essere di più, almeno due in più se, a causa di un incidente di percorso, non avessi perso l’aereo e ci fosse poi stata la possibilità di prendere quello successivo. Capita! Ho cercato di sopportare l’attesa ingannandola con il sonno e le passeggiate per una Mosca sfolgorante di luci festose e imbiancata di neve com’è giusto che sia il 23 dicembre.
Torno in aeroporto dopo 48 ore.
La valigia è rimasta avvolta nel cellofan; prego in cuor mio affinché non mi chiedano di aprirla. Non me lo chiedono. Non stavolta.
Il viaggio è lungo. In tre tappe: Mosca-aeroporto/aeroporto-Roma, Roma-Catania, Catania-Scicli. E quando, alla fine, sarò arrivata, il Natale mi avrà preceduta. Niente auguri chiassosi accanto all’albero addobbato, niente tappi di sughero che volteggiano per aria e che, ricadendo pesantemente sul pavimento, non mi incontrano nemmeno: di regola sparisco sotto il tavolo mentre ancora viene rimosso l’involucro metallico.
Ho chiesto a mia madre di portare all’aeroporto un pezzo di focaccia; volevo mangiarla per strada senza aspettare di sedermi comodamente al desco casalingo.
L’agonia della partenza è stata troppo lunga e il pensiero dell’odore delle ‘mpanate e delle scacce appena sfornate mi ha fatto languire per tutto il tragitto aereo, tanto più che non avevo pranzato e che all’Alitalia sono diventati taccagni nonostante gli alti costi dei biglietti: mezzo tramezzino colloso e una tavoletta di cioccolato, un bicchiere di succo d’arancia contro la vecchia cena stufata e insapore di tutti gli altri viaggi, ma che almeno ti dava l’impressione di aver messo qualcosa dentro allo stomaco.
A consolarmi della perdita di ore preziose e dell’ansia di non veder arrivare il mio bagaglio per via delle riunioni sindacali improvvisate dal personale Alitalia, il biglietto per Parigi che mi aspettava nel cassetto del “comodino gemello” (ne ho due uguali in camera). Quattro giorni con Mary, il viaggio-premio che ci siamo autoregalate dopo le fatiche del lavoro e le bizzarre temperature dello scorso autunno moscovita.
Si torna, quindi, in aeroporto. Check-in Alitalia. Bagaglio a mano. Non vogliamo sorprese e non ne abbiamo, al contrario di certi vacanzieri che hanno trascorso i loro giorni francesi privi di una parte del corredo personale: alcune valigie non sono arrivate fino al giorno del rientro.
In cambio, partiamo con un’ora di ritardo da Catania e poi di nuovo da Roma dove ho saggiamente deciso di fare spuntino…presentivo che buona parte della prima serata sarebbe trascorsa all’interno dello “Charles de Gaulle”, né mi sono sbagliata.
Il freddo di Parigi assomigliava tanto a quello di Mosca! E chi se l’aspettava? -4°C e ambienti gelidi, nemmeno i locali che all’esterno pubblicizzavano la climatizzazione.
Pure la neve e qualche spruzzata di ghiaccio lungo i bordi dei marciapiedi in zona Montmartre.
Ci siamo guardate in faccia… non sapevano se piangere o farci una sana risata: «Mary, sicura che siamo atterrate a Parigi? Non è che ci hanno rispedite in Russia? Sai com’è…dell’Alitalia comincio a fidarmi poco…»
Avvolta in uno scialle-lenzuolo lei e munita di doppio giubbotto io, ce ne siamo andate in giro per la capitale francese cercando di sfruttare il tempo nel migliore dei modi. Avevamo un mini-programma ben distribuito nei quattro giorni di permanenza:
-tombe di Jim Morrison e Oscar Wilde,
-museo del Louvre,
-Senna,
-tour Eiffel,
-Arc de Triomphe e Champs Elysèes.
Il cimitero di Pierre Lachaise era clamorosamente chiuso al pubblico per via del ghiaccio! «Mary spiegaglielo tu a questo tipo che veniamo dalla Russia e che conviviamo per almeno quattro mesi all’anno coi pinguini! Ma dove l’ha visto il ghiaccio? – continuavo a sbraitare – …una spruzzatina sull’erba…»: non c’è proprio stato verso di convincere il custode!
Ripieghiamo sul Louvre. Io mastico poco il francese, ma lo capisco benissimo: «Purtroppo il museo è chiuso per eccesso di turisti! Tornate un’altra volta» ci dice un’ausiliaria del traffico con un sorriso tremendamente affabile. Come sono gentili i francesi…non assomigliano affatto ai freddi moscoviti che di spiegazioni ne danno sempre troppo poche. Non ti devi manco sforzare a convincerli di qualcosa: non te ne danno l’agio; mai. In cambio sono più organizzati nel contenere le folle, turistiche e non.
Ci guardiamo in faccia…torre Eiffel!
Ovviamente siamo arrivate dal lato sbagliato e abbiamo dovuto attraversare un parco immenso, squallidissimo e, soprattutto, fangoso. Raggiungiamo l’obiettivo inzaccherate fino alle ginocchia. Sotto la torre un incredibile carnaio. Anche a volerci mettere in fila per salire su, avremmo fatto notte, e quella sarebbe stata la notte di Capodanno! In ogni caso, la sommità era chiusa al pubblico.
Non c’è rimasto altro che occuparci della cena di Capodanno:
baguette e prosciutto e biscotti al cioccolato consumati sui letti dell’albergo mentre si aspettava il discorso di Sarkozy e l’ora di avviarci agli Champs Elysèes.
Un bagno di folla e urla, risate, spintoni allo scoccare della mezzanotte. Baci, abbracci e tappi di spumante…dico, faranno anche qualche fuoco d’artificio… dovranno pur farlo, ci chiedevamo incredule…sì, lo faranno…ma quando?
Vuoi vedere che abbiamo sbagliato lato?
Manco a dirlo. Abbiamo sbagliato.
Forse abbiamo anche sbagliato città, periodo e tutto il resto.
Bella Parigi. Romantica la Senna. Ho fatto delle foto spettacolari a tutto quello che ho potuto vedere, dall’esterno s’intende.
«Ti ricordi la prima volta a Mosca? La piazza Rossa era chiusa al pubblico…mi sa che dobbiamo tornare a Parigi, magari in primavera o comunque coi colbacchi se in inverno!»
Partite in orario dalla capitale francese, siamo arrivate puntuali anche a Catania. Coi bagagli a mano. Pur di non imbarcarli, ci siamo limitate nello shopping.
Mary è rimasta in Sicilia; io sono ripartita pochi giorni dopo per Mosca. Di nuovo Mosca. Di nuovo Alitalia. Mi sono tenuta informata su eventuali disagi; non se ne preannunciavano.
Un viaggio sereno finché non mi sono trovata davanti al nastro dei bagagli. “Sarà il prossimo, sarà quello dopo questo, forse quest’altro, magari non l’ho visto ed è già passato”
Ciliegina sulla torta: il mio non è arrivato!
Grazie, Alitalia!
Dasvidanjia

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