Cultura
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21/12/2008 12:54

Anna Tolentino, una vita, un destino

Storia di una donna vicina a Giovanni Paolo II

di Un Uomo Libero

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Anna Tolentino con Giovanni Paolo II
Anna Tolentino con Giovanni Paolo II

Madrid – Un giorno di maggio del 1992 una telefonata inaspettata mi raggiunse, sconvolgendo la mia vita. Lei, Anna Tolentino, era stata ricoverata al Policlinico Gemelli di Roma. Unica e importante parente prossima di mia madre, era stata da sempre per me madre premurosa, guida spirituale, riferimento sicuro. Partii nella notte per essere a Catania in tempo e volare con il primo aereo a Roma. Un treno e poi un taxi. Giunsi nella tarda mattinata a Pineta Sacchetti, dove si trova il policlinico Gemelli. Mi aspettava come sempre Lilia, la signorina Lilia Bianchini, la fedele e affettuosa segretaria che da qualche tempo, con dedizione filiale, si preoccupava della sua vita. Salii al decimo piano e lì la trovai. A letto, smunta ma ancora lucidissima e presente. Si meravigliò di vedermi. Credo che in quel momento capisse con certezza la gravità del suo male. Un cancro al pancreas in pochi mesi vinse il suo fisico di ferro e la restituì, dopo una lunga vita di preghiere e di opere, al suo Signore.

 

Anna Tolentino era nata a Carrara nel 1913 da Giuseppe Tolentino, originario di Scicli, impiegato presso la filiale del Credito Italiano di quella città. Anna mosse i primi passi sotto la vigile sorveglianza del padre di cui possedeva il carattere dolce e autoritario al tempo stesso, discreto e riservato. Si diplomò ragioniera in un’epoca nella quale le donne difficilmente accedevano a studi superiori. Trovò un primo impiego in un’impresa di lavorazione marmi. Giovanissima, cominciò a lavorare nelle file della Gioventù Femminile (GF) di Azione Cattolica, divenendo, non ancora ventenne, presidente diocesana. Educata sin da piccola ai valori religiosi e morali dal padre, molto aveva contribuito nella sua formazione religiosa l’abituale presenza in famiglia del canonico don Ignazio Burgaletta, anch’egli di Scicli, amico d’infanzia di Giuseppe Tolentino e legato a lui da vincoli di profonda e fraterna amicizia. Don Ignazio Burgaletta, dottore in diritto canonico, a quei tempi ricopriva un incarico presso la Segreteria di Stato vaticana e insegnava al Collegio Massimo di Roma. Più volte Zia Anna me ne tratteggiò, in varie occasioni, la figura che nel suo affetto si confondeva con quella del padre. Ma l’incontro decisivo e importante della sua vita lo fece nel 1939. Armida Barelli, un’esponente della borghesia milanese, fondatrice con padre Agostino Gemelli dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di cui divenne tesoriera, l’aveva conosciuta a Carrara in un convegno nazionale di presidenti diocesane della G.F. In un incontro ad Assisi, le chiese di diventare la sua segretaria a Milano. Fu quest’opportunità, disperatamente osteggiata dal padre in un carteggio epistolare nel quale il temperamento siciliano viene fuori con accenti quasi drammatici, a costruire un mito che durerà anche oltre la sua vita. Tenace come il padre nelle scelte, fu strumento inconsapevole dell’azione dello Spirito Santo in un tempo di grandi tensioni politiche, culturali e religiose che molto coinvolsero l’Europa e il mondo. Allo stesso modo di La Pira, che conosceva molto bene e di cui era fedele amica, seppe tessere quella rete di alleanze tra Chiesa e potere politico, tra mondo laico e mondo religioso.

Due grandi siciliani “per” una Chiesa in costante rinnovamento, all’indomani di un conflitto mondiale che produsse ferite insanabili e divisioni terribili.

– Sai, – mi disse, a sorpresa, in una delle mie successive e frequenti visite al policlinico Gemelli, durante la sua breve degenza. – non ho mai voluto raccontare niente della mia vita, però in questi giorni di ospedale ho pensato che forse avrei dovuto dirti quello che domani, quando i miei occhi si chiuderanno alla luce, qualcuno ti dirà.

La guardai stupito. Sapevo della sua personale modestia e riservatezza. Mai ero stato curioso del suo lavoro, delle sue attività. Anche quando, per necessità, doveva parlarmene. Iniziò così una lunga confessione nella quale la storia degli ultimi pontificati e la storia dell’Italia del dopoguerra si erano talmente intrecciate alle vicende personali da diventarne quasi un tutt’uno.

-Il bombardamento di Milano del 16 agosto del 1943 colpì la sede dell’Università Cattolica, in via Necchi. Soprattutto rese inagibile il collegio “Marianum”(creatura della signorina Barelli e “casa” della GF, attiguo ai locali dell’Università) e parte dei magazzini della G.F. dove si custodivano anche  moltissimi testi dell’Editrice Vita e Pensiero. Ricordo il viso affranto della Sorella Maggiore – così chiamavano Armida Barelli le socie della G.F. – e il dolore di tutte noi. In un silenzio imbarazzante e doloroso, la mia voce ebbe il coraggio di dare un segno di speranza. “Vedrà, io aiuterò a ricostruirlo, il Signore m’indicherà la strada giusta…” La Barelli accennò un triste sorriso. Appena si stabilizzò la situazione in città, mi diedi subito da fare. Ricordai che il Credito Italiano era l’Istituto presso il quale aveva lavorato mio padre. Mi presentai, in qualità di figlia di un dipendente, alla sede di Milano e chiesi un’udienza al direttore generale. Stranamente non dovetti attendere molto. Un commesso m’introdusse subito, con sorpresa di molti, nel suo studio. Un signore anziano mi aspettava. Mi ricevette con molta gentilezza. Io esposi i fatti, chiedendo un aiuto per la ricostruzione del Collegio. Quando finii, il signore rimase in silenzio. Pensavo che avrebbe respinto la mia richiesta. “Non ti ricordi di me, mia piccola Anna?” Esordì con le lacrime agli occhi. Ebbi un attimo di confusione. “Quante volte ti ho preso fra le mie braccia quando, bambina, quel galantuomo di tuo padre ti portava nella filiale di Carrara di cui ero, allora, giovane direttore!” Si alzò, mi venne incontro e mi abbracciò come usava sempre fare un tempo. Ricordai tutto. Era l’amato direttore di mio padre. Ottenni la sovvenzione. Il Collegio riaprì nel 1945.

Lavorammo molto, eravamo tante, per la “GF” in quegli anni, sai? Si era così sviluppata da oltrepassare il milione d’iscritte. Io ne divenni la tesoriera. Andavo continuamente da Milano a Roma per lavoro, sotto i bombardamenti. Finita la guerra, trasferimmo il Consiglio Nazionale della Gioventù Femminile a Roma. Era il 1946. Avevamo trovato un locale in Via Cavalleggeri, vicino a San Pietro e un pied à terre in via del Corso. L’Opera della Regalità (era anche questa un’associazione fondata dalla Barelli e da padre Gemelli tra il 1927 e il 1929 per l’educazione liturgica del popolo) si era intanto moltiplicata. Già dal 1928 era nata una collaborazione importante con l’editrice Vita e Pensiero fondata nel 1914. Nell’estate del ’52, sul lago di Garda, in occasione della riunione annuale, il Consiglio Nazionale della G.F. ebbe l’idea di voler realizzare una grande casa di accoglienza a Roma. Una casa in cui riconoscersi e incontrarsi. Per potervi ospitare tutte le giovani e curare la loro formazione religiosa e civile. A molti sembrò un progetto faraonico, irrealizzabile! Ebbi grandi perplessità perché come tesoriera nazionale mi sarei dovuta occupare della realizzazione del progetto. Mi diedi da fare confidando totalmente nel cuore di Gesù e di Maria. Insieme ad Alda Miceli, Presidente Nazionale in quegli anni della Gioventù Femminile, individuai una villa in semi abbandono alla periferia della città. “Villa Carpegna”, per l’appunto. Possedeva un parco smisurato e non era molto distante dal Vaticano. Bisognava trovare, però, i capitali e convincere i proprietari a cederla. Ti risparmio i dettagli, spesso dolorosi, tristi. Anch’io non saprei spiegare ora come riuscii in quell’impresa. I proprietari dapprima non volevano saperne, poi, improvvisamente mi contattarono e mi offrirono una parte del parco. In diciotto mesi, districandomi tra preventivi e ditte appaltanti, a volte passando intere notti facendo calcoli, riuscii a cambiare il volto della città eterna, dandole una struttura che é stata più volte luogo dove la Storia ha scritto pagine importanti. Il giorno dell’Immacolata del 1954 la “Domus Mariae” venne inaugurata. Nella posa della prima pietra avevamo murato un documento contenente non solo i nomi di tutti i santuari mariani d’Italia ma anche tanti piccoli quantitativi di terra che da ognuno di essi ci giunse. Il santuario mariano, quindi, per eccellenza. La statua dell’Immacolata che domina dall’altare principale la splendida cappella la volli di marmo di Carrara. Lo scelsi personalmente, privo di qualsiasi impurità. Fu scolpita dal famoso scultore Giannino Castiglioni di Milano. Un’inaugurazione triste però perché, nel frattempo, il 15 agosto del 1952, festa dell’Assunta, la Sorella Maggiore era ritornata alla casa del suo “Re ed Amico”. Pensavo che, con la sua morte, la mia attività si sarebbe spesa tutta per la Domus Mariae. E invece no. Ci fu un’altra chiamata del Signore. Un giorno, esponenti del mondo cattolico, mi contattarono da Milano chiedendo ancora la mia disponibilità a lavorare per l’Università Cattolica. Il 15 luglio del 1959 si era spento padre Agostino Gemelli senza aver potuto realizzare l’ultimo e più importante sogno della sua vita: una facoltà di medicina a Roma con annesso policlinico. Mi chiesero se avrei potuto dare il mio contributo nell’organizzazione del settore amministrativo. Mi sentii piccola, inadatta, confusa. Dopo un sofferto esame di coscienza, accettai. Mi affiancarono al chiarissimo professor Attilio Romanini, primario di radiologia e poi primo direttore sanitario del policlinico Gemelli. Visitammo insieme i più importanti ospedali italiani e stranieri. Tu eri ancora molto piccolo. L’Università Cattolica aveva ricevuto dalla Santa Sede un’area in via pineta Sacchetti, già sede di una Congregazione religiosa femminile, per far sorgere un policlinico universitario con annessa facoltà di medicina.  Il 5 novembre del 1961 fu aperta la facoltà di medicina. Il policlinico era ancora in costruzione. Fu inaugurato nel maggio del 1964 ed io ne divenni il primo dirigente amministrativo. In brevissimo tempo, entrambi diventarono due poli di eccellenza fra i più prestigiosi del mondo. Questi nuovi impegni mi misero in contatto con altre realtà più importanti. Vivevamo la grande stagione del Concilio Vaticano II. Nel 1962 dovetti ripiegare sulla Polonia. Ti spiego. Si sapeva della Chiesa del silenzio, della grande sofferenza dei cattolici nei paesi comunisti. Dei cattolici lituani in particolare. Volli tentare un viaggio a Vilnius. Si era sviluppato un importante lavoro d’intelligence in seno alla Chiesa lituana. Le notizie filtravano in un modo rocambolesco, nonostante l’impenetrabile cortina di ferro. Per quanto mi sforzassi, non ci fu verso di ottenere il visto per quella destinazione. Andai così a visitare la Chiesa polacca. Vi rimasi circa due mesi. Cercai d’imparare un po’ anche la lingua. E alla fine ci riuscii. Mi resi conto della grande povertà di quel popolo ma anche del suo coraggio e della sua intelligenza. Conobbi più da vicino il Cardinale Primate Stefano Wyszynski, il suo “delfino”  Cardinale Karol Woytila, vescovo di Cracovia, S.E. mons. Dabrowski, segretario della Conferenza Episcopale Polacca, dei quali tante volte ti ho parlato. Il cardinale Wi, come amavo confidenzialmente chiamarlo, mi propose di aiutare giovani polacchi: sacerdoti, suore, studenti e studentesse, lavoratori perché potessero venire a Roma in cerca di una libertà che nel loro paese non esisteva. Anna Tolentino mostra e spiega al Card. Wyszynski, Primate di Polonia,  il plastico del policlinico Gemelli. Accanto al prelato un giovanissimo ing. Giuseppe Morgante di Grotte (Ag), tesoriere dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, già primo direttore della Facoltà di agraria dell’Universitá Cattolica del Sacro Cuore istituita a Piacenza

Per fare tutto questo, nel ’70 lasciai il policlinico e mi adoperai per la causa polacca. Il grandissimo affetto che mi legava al Cardinale Primate e al Cardinale Karol Woytila fu la grande molla che mi animò in anni difficili. L’assistenza dello Spirito Santo mi aiutò sicuramente in questo delicato compito. Fu un autentico fiume. Centinaia e centinaia di giovani vennero a Roma in occasione dell’Anno Santo del 1975. Ritornavano in Polonia, a permanenza romana conclusa, ricchi dei loro studi e dell’esperienza marcata da incontri e da relazioni importanti. Da Roma partirono innumerevoli TIR per la Polonia carichi di ogni ben di Dio. Riuscii a organizzare una rete di amici, intellettuali e non, favorendo contatti e scambi tra la cultura polacca e quella cattolica italiana. Giovanni XXIII stesso, di venerata memoria, e poi il successore Paolo VI, anche lui di venerata memoria, mi affidarono incarichi speciali e aiuti. Il Concilio aveva abbattuto molte frontiere nella Chiesa moderna. La Chiesa “del silenzio”, espressione invisa al cardinale Wi che voleva fosse chiamata Chiesa “della testimonianza”, erodeva lentamente le basi del comunismo fino al suo inevitabile collasso. Spesso mi negarono il visto. Questo tu lo sai. Mi accompagnava a volte il carissimo dottor Giancarlo Brasca, direttore amministrativo dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Fu nella prima di quelle sue visite che conobbe il Cardinale Karol Woytila, il futuro amato e venerato papa Giovanni Paolo II, divenendo suo caro amico. Coinvolsi in quest’opera anche il prof.Giuseppe Lazzati, magnifico rettore, in quei tempi, dell’Università Cattolica. Ne scaturì il gemellaggio tra la Cattolica di Milano e di Roma e l’Ateneo del Sacro Cuore di Lublino. L’elezione a pontefice del cardinale Karol, avvenuta il 16 ottobre del 1978, é stata la giusta ricompensa data dal Signore a questa lunga e immane fatica. L’elezione rinfrancò le forze del sindacato Solidarnosc, già stanche e deluse da almeno dieci anni di lotte infruttuose. Jaruzelskj nel ’90 abbandonò definitivamente il governo del paese. Molto sangue, tante tribolazioni nella lunga e lenta marcia verso la libertà. Alla fine il pensiero trionfò sulla forza degli oppressori. –

Biglietto autografo di ringraziamento inviato a Anna Tolentino e alla signorina Bianchini, sua segretaria, il 4.11.1978 da S.S. Giovanni Paolo II ad appena  diciannove giorni dalla sua elezione a pontefice avvenuta il 16.10.1978

Dalla voce quasi impercettibile capii che il suo tempo era compiuto. Le presi la mano fra le mie. Mi guardò con riconoscenza.

-Non dovevi. – Mi rimproverò con affetto.- Non dovevi lasciare la mamma per me…lei ha più bisogno.-

-Sai, – le risposi. – è stata lei a spingermi. Sei stata sempre il suo più grande pensiero.-

Biblioteca privata, Vaticano. Da sinistra: Mons. Bogumil Lewandoski, portavoce dell'episcopato polacco a Roma, Anna Tolentino, S.S. Giovanni Paolo II, la signorina Lilia Bianchini, segretaria di Anna Tolentino, Mons. Dziwisz, segretario del papa Giovanni Paolo II -Però, sono contenta che tu stia qui. – Continuò. -Del resto le cose che ti ho raccontato appartengono alla Storia mentre la mia povera vita appartiene a voi. Solo a voi che siete stati la mia famiglia. Perdonami se vi ho trascurato troppo. Papà morì senza che io potessi sentire le sue ultime parole. Ero a Milano. Milano era troppo lontana perché potessi raggiungerlo in tempo, prima che il suo cuore si fermasse. E’ questo il mio unico rimorso.-

Squillò il telefono. Era Lui, il Santo Padre. Alla vigilia di un viaggio importante, la chiamava per salutarla.

-Pani Anna…- la sua voce era stranamente incerta, sicuramente commossa.

Era l’addio di un uomo che era stato tanto importante per la sua vita. S’illuminò nel volto pallido di una luce celestiale.

-Vedi,- mi disse, dopo che Lui riattaccò.- ora posso morire in pace. Non speravo di sentirlo. E’ sempre tanto occupato…le Sue parole saranno un viatico importante per il mio transito.- Fece una lunga pausa. Riprese con un filo di voce.  -Non devi piangere. – Mi ammonì, guardando le mie lacrime.- Durante la degenza, a causa dell’attentato, il Santo Padre faceva Lui coraggio a noi che lo assistevamo…la morte non é poi così terribile, sappilo!-

Qualche altro giorno trascorse ancora in un’agonia lenta, senza emettere un lamento. Sul divano di quella stanza le ore non passavano mai. La notte, a turno, mi facevano compagnia le allieve della “Scuola per infermieri professionali A. Barelli”, Istituzione che lei aveva sapientemente seguito e di cui era ancora Presidente del Consiglio d’Amministrazione. Il pomeriggio del 3 giugno i suoi occhi si velarono per sempre. Recitammo preghiere. Eravamo tutte là le persone che lei aveva amato. Le suore polacche a nome del Papa, la carissima Lilia, sua inseparabile segretaria per trentotto lunghi anni, io che ero la sua famiglia siciliana, il ricordo del padre. Si spense lentamente ascoltando le parole dei salmi.

S.S. Giovanni Paolo II e Anna Tolentino, in occasione di una visita effettuata dal pontefice a un monastero romano di suore benedettine


– Sono nata a Carrara. – Mi aveva confidato uno degli ultimi giorni, quando già si sentiva prossima alla fine.- Ma dentro sono stata sempre siciliana e sciclitana come mio padre. Ho amato da lontano quella piccola città persa in mezzo al Mediterraneo, di fronte all’Africa, dove da bambina vi trascorrevo le vacanze. Ricordo tutto. La casa della nonna, la casa di campagna, la spiaggia di Donnalucata, le rovine del duomo che papà mi faceva visitare, costringendomi a una faticosa salita. In Sicilia la morte ha un senso, un significato diverso da come usa a Roma, lo so. Nessuno muore solo. C’è sempre qualcuno della famiglia ad assisterlo ed io ti sono grata per essere rimasto qui, vicino…-

 

Con Anna Tolentino scomparve una testimone autentica del Vangelo: Marta e Maria messe insieme. Una donna che, come Armida Barelli, suo grande e costante modello di riferimento, seppe spendere la sua vita per un Amore, scommise su di Esso e alla fine vinse.

 

Ho voluto scrivere i miei ricordi perché il tempo restituisca intatta la sua memoria a quanti, come me, la conobbero, vissero della sua fede e della sua parola, in silenzio la amarono. 

 

Un Uomo Libero

 

Si ringraziano gli eredi Tolentino per la gentile concessione in esclusiva di foto e documenti facenti parte dell’archivio di famiglia.