Attualità Roma

Peppe Drago lascia l'Udc e va con Berlusconi

In vista del voto alla Camera

Roma - Ultimi riposizionamenti alla Camera in attesa del discorso di programma di Silvio Berlusconi. Cinque deputati dell'Udc lasciano il partito di Pierferdinando Casini per costituire un gruppo autonomo e altri due lasciano l'Api, il movimento di Francesco Rutelli, per diventare battitori liberi.

Tutti e sette, domani, potrebbero votare sì alla mozione di sostegno a Berlusconi alla Camera, contribuendo a raggiungere l'obiettivo del premier di ottenere la maggioranza di 316 deputati senza il sostegno dei finiani.

Calogero Mannino, Saverio Romano, Giuseppe Drago, Giuseppe Ruvolo, tutti e quattro eletti in Sicilia -- da loro significativamente definita "il forziere dei voti Udc" -- e in rotta con Casini innanzitutto per la sua politica nell'isola, hanno annunciato oggi alla Camera la nascita del loro gruppo autonomo, Popolari per l'Italia di domani, a cui ha aderito anche il campano Michele Pisacane.

In mancanza del quorum necessario per costituirsi formalmente in gruppo parlamentare, confluiranno nel gruppo Misto, nel quale hanno convissuto finora 31 deputati di diversi schieramenti politici.

Per effetto della scissione l'Udc scenderà da 39 a 34 deputati.

"Casini insegue la crisi di governo che noi riteniamo sia dannosa per il Paese", ha detto Mannino ai giornalisti.

"Non intendiamo risolvere i problemi della maggioranza, ma siamo allettati dall'idea di dare una mano al paese"

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I cinque secessionisti non hanno sciolto del tutto le riserve sul voto di domani a Montecitorio, che verterà probabilmente sul discorso di programma di Berlusconi, ma sono propensi al sì.

"Non abbiamo avuto contatti con Berlusconi, né con esponenti del suo partito. Non abbiamo alcunché da negoziare. Attendiamo il discorso di domani per vedere se offrirà spazi di convergenza sui cinque punti annunciati, in particolare su quello decisivo dello sviluppo economico nel Mezzogiorno", ha detto Mannino. "Attendiamo un segnale di disponibilità ad affrontare la crisi".  

"Non intendiamo risolvere i problemi della maggioranza, ma siamo allettati dall'idea di dare una mano al paese", ha aggiunto Romano, ex segretario dell'Udc siciliana.

Romano ha aggiunto che lui e gli altri quattro non sono interessati a posti nel governo "nel modo più assoluto".

La scissione trae origine dallo scontro con la dirigenza nazionale del partito sulla gestione della crisi politica in Sicilia, dove Casini ha appoggiato il governatore Raffaele Lombardo che ha stretto un'alleanza con finiani e Pd, lasciando fuori l'intero Pdl.

Al gruppo misto ma senza più l'etichetta dell'Api (Alleanza per l'Italia) -- il movimento di centrosinistra che si era staccato dal Pd -- si contano da oggi anche Massimo Calearo e Bruno Cesario.

Calearo è stato presidente nazionale di Federmeccanica e dell'Associazione industriali di Vicenza dal 2004 al 2008, prima di venire eletto deputato per il Pd.

Era stato inserito nelle liste elettorali del principale partito di centrosinistra dall'allora segretario Walter Veltroni, che voleva allargare la rosa ad esponenti della "società civile".

"Domani saremo autonomi e ascolteremo cosa dirà Berlusconi: se dirà cose che interessano a noi e al mondo che rappresentiamo o se invece parlerà di questioni personali che a noi non interessano", ha detto oggi Calearo alla Camera.

Sia l'Udc che l'Api (rimasto con sei deputati) hanno ribadito che intendono rimanere all'opposizione.

Drago: Resto deputato.

A fine luglio la giunta per le elezioni della Camera dei Deputati ha disposto la decadenza di Giuseppe Drago dalla carica di parlamentare: verdetto legato alla condanna, passata in giudicato, subita dall'esponente politico di Modica nella primavera dello scorso anno. La Cassazione, infatti, ha confermato la condanna per peculato disposta nei due precedenti gradi di giudizio e generata dalla mancata rendicontazione, nel 1998, di 238 milioni di lire all'interno di uno speciale fondo della Presidenza della Regione Sicilia. Fatti risalenti al periodo nel quale Drago ricoprì la carica di governatore siciliano. La decisione emessa dai massimi giudici, inoltre, ha imposto al condannato l'interdizione dai pubblici uffici fino al giugno del 2012. Tutti fattori che hanno contribuito alla formazione del verdetto emesso dalla giunta per le elezioni.

Adesso, però, spetta alla Camera confermare la decadenza.

Il prossimo 6 ottobre, Giuseppe Drago, secondo le indicazioni regolamentari, dovrà sostenere un contraddittorio davanti ai colleghi e subito dopo si procederà alla votazione. Il deputato, però, si dice più che sicuro di un voto contrario alla decadenza da parte dell'aula. Si affida, infatti, alla mancanza di una specifica norma che preveda la sospensione di un deputato durante il periodo di assolvimento del proprio mandato.

“L'istituto della sospensione – dice - non è previsto né alla Camera né al Senato, e se i miei colleghi dovessero adeguarsi al provvedimento emesso dalla giunta per le elezioni si verrebbe a generare un vero vulnus costituzionale”. Secondo la sua ricostruzione, infatti, la decadenza potrebbe giustificarsi solo nella vigenza di una specifica legge costituzionale, “o si fa questa legge – aggiunge - oppure io rimarrò al mio posto, quello assegnatomi dai cittadini italiani”.

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