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Pietro Barcellona: Mi converto, dal Partito Comunista a Gesù

Un’intervista di Giuseppe Di Fazio

Qualcuno dirà che è il libro della conversione dell'intellettuale comunista. In realtà, Pietro Barcellona nel volume che arriva in questi giorni in libreria ("Incontro con Gesù", Marietti) racconta di una lotta che ancora non è finita. Una lotta per non arrendersi all'insignificanza, al deperimento delle cose e della realtà. Una lotta che lo ha portato, giovane, ad abbandonare la Chiesa, poi ad abbracciare il Partito comunista, quindi a confrontarsi con il nichilismo e, da ultimo, a riprendere in esame l'ineludibile questione di Dio e la persona di Gesù. Ci troviamo di fronte, dunque, alla ricerca di un uomo che non smette mai di interrogarsi sul perché delle cose e della vita, e che in forza di questa esigenza naturale ha sondato, con tutta la propria ragione e affettività, le risposte che la realtà gli offriva. Da ultimo, s'è messo sulle orme di Gesù, compiendo persino un viaggio-pellegrinaggio in Terrasanta. «Sono un materialista, ma non nel senso marxiano», dice di sé Barcellona. Nelle scelte fondamentali della vita, infatti, egli ritiene che non contino le teorie, ma l'esperienza, che implica insieme intelletto e affezione. Per questa via, Pietro Barcellona, filosofo del diritto, già parlamentare Pci e membro laico del Csm, ora editorialista del nostro giornale, nella maturità dell'esistenza ha conservato viva più che mai la sua domanda fondamentale, arrivando a intuire una possibile risposta.
La sua vita è percorsa da una domanda che l'accompagna fin dall'infanzia. Lei parla di un "demone" che l'ha sempre spinto «ad una lotta incessante contro l'insignificanza degli esseri umani e del mondo circostante». Perché lei resta attaccato a quella domanda e a quel "demone"?
«Un perturbamento accompagna tutta la vita se uno, ogni volta che si trova a fare delle cose, non si sottrae alla domanda: perché le faccio? A chi mi sto rivolgendo? A chi sto parlando? Io penso che questo tema lo puoi tacitare, anche rimuovere, ma prima o poi torna, perché è la forza vitale che domanda senso. La domanda su chi sono io è la domanda sul senso della mia vita. Io non riesco ad immaginare una persona che trova una risposta definitiva a questa domanda. E' una molla della vita questa ricerca di significato. E si manifesta in questa forma decisiva man mano che la approfondisci, perché è una domanda che va coltivata. Il modo in cui io sento questa domanda non si può declinare in astratto, si deve declinare nelle situazioni concrete. Io mi chiedo chi sono davanti a un tu».
Per l'appunto, nel suo percorso umano e intellettuale tutti i passaggi chiave sono contrassegnati da una amicizia. Nel caso dell'interesse per Gesù, a tema del suo ultimo libro, l'incontro significativo è con un prete e grande educatore, don Francesco Ventorino. Vorrei che ci raccontasse di questa amicizia sbocciata dopo un lungo periodo in cui militavate su fronti opposti.
«Nemici non lo siamo stati mai. Non era accaduto di incontrarci. La molla che ha fatto scattare questa amicizia, divenuta intensissima, come se fossimo amici da sempre, è stata che don Ventorino si è presentato a me come una persona autentica. Rispetto a tutti gli altri rapporti che mi è capitato di avere con persone che provengono dal mondo religioso, egli non mostrava una cosa che mi ha sempre messo in posizione di difesa: non aveva alcuna intenzione di farmi diventare buono, ma era invece estremamente curioso di ciò che io fossi. Devo aggiungere che, data la mia età, ho tantissime conoscenze, ma ho pochissimi amici. Don Ventorino è uno di questi». 
La sua infanzia s'è svolta in un ambiente cattolico. Addirittura lei è stato alunno di una scuola di preti. Perché ha abbandonato la tradizione cristiana?
«Naturalmente nella fase iniziale in questo rapporto con la scuola dei preti c'è stata una indubbia seduzione. Soprattutto nell'esperienza di gruppo che ho fatto nell'Azione cattolica ho trovato aspetti straordinari. Ma il fatto che quei preti mi sembrassero poco credibili mi ha progressivamente deluso e allontanato dalla Chiesa. Avvertivo la finzione della ritualità e il fastidio per un certo tipo di indottrinamento che mi sembrava molto estrinseco». 
Invece la fascinazione del Pci, "l'assoluto terrestre", da dove nasceva?
«La fascinazione del Pci è stata molto precoce, tanto che per un certo periodo di tempo l'ho tenuta nascosta a mio padre che era, come tutte le persone della borghesia, anticomunista. Il mio primo contatto l'ho avuto con un agit prop torinese che era venuto a fare opera di proselitismo intelligente a Catania. Diventammo sempre più amici finché mi portò in una sezione del partito in cui ho conosciuto questa esperienza dell'amicizia, della fraternità. Poi accadde che un giorno mentre uscivo da una lezione all'università fui aggredito dai fascisti e il segretario del Pci venne a portarmi la solidarietà del partito e mi chiese di prendere la tessera, visto che ero esposto ad attacchi e che in questo modo avrei avuto più protezione. Presi questa tessera e nel giro di un anno mi sono trovato catapultato al comitato regionale dove allora c'era Occhetto nella fase migliore e più creativa. Ma il fatto che cambiò improvvisamente la mia condizione fu la nomina a segretario comunale del Pci in un periodo in cui la città era dominata dai fascisti, che nei quartieri popolari avevano raggiunto percentuali altissime, il 70% di voti. Quell'esperienza, negli anni 1973-74, fu quasi una scoperta del mondo. Cominciai a pormi il problema di conoscere questa città, andai a vivere tutte le esperienze dei quartieri popolari: dalla lotta per le fognature alle feste. Mi sono immerso in una situazione di vita concreta, in una città che non avevo mai visto, sperimentando in questa attività un senso di fraternità che mi faceva veramente impressione. 
Il comunismo mi appariva non solo come la riscoperta di un mondo reale, visto che io avevo fatto studi di diritto ed ero stato molto chiuso nel mio mondo, ma mi sembrava anche una risposta alla mia domanda iniziale: cioè che il proprio dell'uomo è stare insieme agli altri per costruire un futuro di salvezza. Salvezza umana, ma sempre salvezza. Alla domanda chi sono io? Rispondevo: io sono un comunista che sta lottando per una società migliore».
Questa ipotesi - la salvezza umana, comunista - alla prova della vita, però, risultò inadeguata alla domanda radicale che lei si poneva. Perché?
«Crollato il Muro sono crollato pure io. Con la fine del Pci mi è venuta una depressione grave e sono andato in analisi per questa ragione. Ma in realtà il motivo per cui io mi sono ammalato è stata la disgregazione umana dei gruppi con cui io ero abituato a vivere. Avevo lavorato per molti anni a Roma con Ingrao al Centro per la Riforma dello Stato, dirigevo una rivista e avevo una relazione di amicizia con molti degli intellettuali italiani che oggi sono sulle pagine dei giornali e che parlano ai festival. Con questi avevo ritenuto di avere un rapporto di grande amicizia. Purtroppo questa specie di rottura determinò una aggressività e un attacco reciproco inaudito che mi lasciò improvvisamente nudo. Mi sono visto scomparire e rispuntare su altri fronti amici con cui condividevo idee. Questa cosa mi produsse un grande dolore personale».
Quindi lei ha rotto il rapporto con la tradizione comunista perché le è crollato il mondo affettivo...
«Sì, perché non riesco a concepire il rapporto con una tradizione intellettuale senza vederla in qualche modo praticata e realizzata nelle persone che la professano. Questa esigenza che cercavo di applicare a me stesso, è un'esigenza che avverto anche rispetto alla Chiesa. Nelle scelte decisive non mi sono affidato alla lettura dei libri. Di libri ne ho letti tanti, ma non sono stati questi a determinare i miei processi vitali, sono state le esperienze. Sono convinto che è decisivo per le persone l'incontro».
Dopo la vicenda del Pci, Lei s'è dovuto paragonare col "mostro del nichilismo", che ha anch'esso una sua fascinazione.
«Ho avuto il terrore che si diffondesse nel senso comune l'idea che tutto vale nulla, l'impossibilità di dare valore alle cose. L'ho percepito nel diffondersi illusorio di una sorta di predicazione filosofica, rivolta soprattutto ai giovani, in cui il nichilismo viene assunto come una sorta di stoicismo per l'accettazione della propria mortalità e come capacità di vivere istante per istante senza pensare. Sono convinto che questo non funziona, e se funzionasse produrrebbe solo l'indifferenza e l'apatia. Del nichilismo temo questo risvolto pratico che si traduce in indifferenza e apatia. E condanna i giovani a una passività senza speranza».
Qual è oggi il suo rapporto col cristianesimo?
«Io mi sono sempre interessato alla questione di Dio, ma negli stessi termini in cui in un certo senso s'è interrogato Cacciari nell'ultimo libro scritto con Piero Coda "Io sono il Signore Dio tuo". Non basta però il pensiero di Dio per avere un rapporto con Lui. Posso parlare di Dio perché ho un rapporto con Gesù».
Eccoci, dunque, al cuore del suo ultimo libro...
«Quello che mi interessa, mi inquieta e mi ha condotto a queste riflessioni attuali è la figura concreta di Gesù: un Uomo che è Figlio di Dio. Mi sembra la assoluta novità del Cristianesimo, anche perché Gesù Cristo non si può pensare come dottrina e quindi come una teoria. Cristo non è una teoria. E' un'incarnazione. E se è un'incarnazione non può non essere una presenza. La teoria può essere stampata e trasmessa. La presenza deve essere percepita».
Anche rispetto a Gesù s'è operata una riduzione, tenendolo come un grande personaggio, ma del passato.
«Il Cristianesimo è vissuto oggi in termini - si potrebbe dire - ebraici. Come una cosa che è accaduta in passato e che deve ancora accadere in futuro. La pienezza del tempo della vita di Gesù come attualità di una risposta a questa presenza, non è vissuto in questo mondo. Spesso nella Chiesa si chiede di prendere i Vangeli come un testo dottrinario, rinviando sempre a un futuro evento del ritorno il momento in cui ci sarà la resa dei conti. Questa visione secondo me è distorcente. 
A differenza dell'idea di Dio, che può essere in qualche modo il risultato dell'attività della ragione, io penso che con Gesù non si può avere un rapporto filosofico. E' come se volessi trasformare l'amicizia in un insieme di regole per conquistarmi la simpatia di una persona. Le regole faranno un trattatello sull'amicizia, ma non faranno l'amicizia. Essa nasce quando accade quello che accade. Un po' come l'amore. Il terreno su cui avviene l'incontro con Gesù non è un terreno filosofico, è un terreno che ha a che vedere con la contemporaneità, con la presenza attuale. Questa non è cosa né semplice, né garantita per sempre. Tu devi cercare questa presenza. Perché questo incontro si produca e si ripeta tu ti devi mettere in mezzo alla strada perché se ti chiudi nelle tue certezze fai un'operazione di staticità incompatibile con questo movimento di Gesù. Gesù è un movimento continuo di incarnazione. Il Verbo che si fa carne nella realtà quotidiana, se lo fossilizzi ti vengono di nuovo i dubbi, perdi il contatto».