Attualità Pozzallo

La Sicilia: reportage a bordo della piattaforma Vega

Un’inchiesta del quotidiano catanese

Pozzallo - A bordo della Vega. Un'enorme piovra d'acciaio, la cui testa emerge dall'acqua per un'altezza di 60 metri sopra il livello del mare. Il tronco, che in altezza di metri ne misura 125, è immerso e scende sino a toccare i fondali: qui 20 tentacoli affondano nella sabbia e perforano la roccia, correndo obliquamente per chilometri. Laggiù, dalle nere caverne di un bacino poroso posto a una profondità di circa 2500 metri nella crosta terrestre, ognuno dei tentacoli ogni giorno, ininterrottamente, per 365 giorni all'anno, succhia barili di olio greggio che vengono pompati in superficie. L'olio pesante, una volta depurato dell'acqua salata e dei gas, viene quindi convogliato in enormi serbatoi in attesa d'essere caricato a bordo delle navi cisterna. Questa è "Vega", la più grande piattaforma petrolifera fissa realizzata nell'off-shore italiano, avvinghiata ai fondali del Canale di Sicilia, 11,7 miglia al largo di Pozzallo.
A guardarla dall'alto, ti dà l'impressione di un groviglio inestricabile di tubi e cavi d'acciaio, ma una volta a bordo ti rendi conto dell'ordine e della simmetria di ogni sua porzione.
Splende caldo il sole di metà aprile sul Canale di Sicilia e il mare è quasi piatto. Un mare pulito, cristallino, di un blu così intenso da lasciare sbalorditi. Un mare dove decine di grossi tonni sembrano rincorrersi l'uno con l'altro, saltando tra i flutti. In realtà stanno pasteggiando, inseguendo un banco di sardine che attraversa proprio questo specchio d'acqua.
«Per quattro chilometri quadrati attorno alla piattaforma - spiega Maurizio Di Mauro, augustano, uno dei due responsabili della Vega - vige il divieto di pesca. E quindi, di fatto, qui siamo nel cuore di una vera riserva marina. I pesci sono così tanti che d'estate i pescatori dilettanti provano ad avvicinarsi e spesse volte siamo costretti a chiedere l'intervento della Guardia costiera per farli allontanare. Le acque pulite e i piloni che compongono il jacket, la struttura a forma di traliccio su cui poggia la piattaforma, hanno creato in quest'area un ecosistema simile a quello della barriera corallina».
A farci da guida, assieme a Di Mauro, è Sten Stromberg, giovane ingegnere svedese, che dopo esperienze nei mari del Nord e in Africa, ha scelto di vivere e lavorare in Italia per conto della Edison che dal 1987, anno della sua entrata in funzione, gestisce (al 60% in joint venture con Eni al 40%) Vega.
«Estrarre olio greggio con una piattaforma fissa in mezzo al mare - spiega Stromberg - è ben altra cosa che farlo in un campo petrolifero nel deserto. Qui le condizioni ambientali sono molto più difficili, soprattutto in inverno quando i marosi flagellano la struttura senza tregua. Ma la piattaforma è stata realizzata secondo le più moderne tecnologie: può, per esempio, resistere a venti che spirano fino a 180 chilometri orari e a scosse di terremoto di magnitudo 7.0».
Costata un miliardo di euro, Vega ha bisogno di 25 milioni all'anno per il suo mantenimento. I ricavi, ogni 12 mesi, possono raggiungere i 100 milioni di euro. «Ma oggi - spiega ancora Stromberg - Vega sfrutta un giacimento in via di esaurimento, almeno dai 20 pozzi attualmente attivi. Quando siamo partiti, la produzione giornaliera era infatti di 7mila barili di greggio al giorno. Oggi siamo scesi a 2.700. Il che significa che fra sette anni lo sfruttamento non sarà più conveniente. Ecco perché abbiamo effettuato nuovi sondaggi e abbiamo individuato un altro punto di estrazione, più a nord, sempre nello stesso bacino, che misura circa 28 chilometri quadrati. Se il progetto Vega B andrà in porto, potremo continuare a estrarre olio pesante per altri 30 anni».
«Il costo previsto per Vega B è di 300 milioni di euro, la metà per realizzare la nuova piattaforma che dovrà avere soltanto quattro pozzi. Una piattaforma che, come è accaduto per Vega A, verrebbe realizzata nei cantieri di Augusta dove c'è una delle manodopere più specializzate del settore a livello mondiale. Un investimento in cui Edison crede molto e che, ovviamente, si tradurrebbe in boccata d'ossigeno per l'occupazione locale».
Una volta ultimata, Vega B verrebbe collegata a Vega A con condotte sottomarine mentre la gestione dovrà avvenire dalla sala di controllo della piattaforma madre.
Una piattaforma strutturata a "strati" sfalsati: partendo dal livello del mare, dieci piani disposti l'uno sull'altro, ognuno grande più o meno come mezzo campo di calcio (circa 40 metri per 50). Dove tutto funziona come un orologio svizzero. In questi giorni, poi, a bordo vi sono anche tecnici e operai di una ditta esterna che sta procedendo al ricambio di tutte le parti usurate dal tempo e dalla salsedine, e alla tinteggiatura dell'intera struttura.
«In media - riprende Di Mauro - a bordo il personale è composto da una quarantina di elementi. Cinque-sei Montedison, il resto appartengono a ditte subappaltatrici che ormai lavorano con noi da decenni. I turni prevedono 14 giorni a bordo e 14 di riposo. La piattaforma è attiva h24 e dunque chi sta a bordo può essere impegnato l'intera giornata o di notte. Tutto è automatizzato e dunque, a parte gli interventi manuali, il grosso del lavoro viene svolto in sala di controllo».
In cima a una grande torre proiettata verso il cielo, brucia il gas di scarto rilasciato dal processo di depurazione dell'olio. Greggio che viene lavorato in goffi serbatoi d'acciaio posti un piano più alto rispetto agli "slot", i buchi su cui sono montate le pompe che aspirano l'olio. Ed eccoli i 20 pozzi: tutti allineati, simili a soldati sull'attenti, nella loro "divisa" color giallo e verde.
«In realtà - spiega l'ingegnere Stromberg - gli slot sono 30 in tutto, ma 10 non sono attivi. Se Vega B vedrà la luce, la produzione di greggio avrà un rilancio notevole. Bisogna immaginare il giacimento come una enorme spugna di mare, tutta porosa. Una vera struttura carsica, simile ai lunghi tratti di costa siracusana. Ventotto chilometri quadrati caratterizzati da tunnel e profonde caverne. E' qui che si trova l'olio, risultato della trasformazione di materia organica in milioni di anni. Olio che galleggia sopra uno strato d'acqua salatissima. I tubi immersi nelle cavità risucchiano il greggio grazie alla spinta di materiale fangoso che viene immesso attraverso una sezione delle stesse condutture. Così, una volta in superficie, l'olio viene avviato alle varie fasi di depurazione prima d'essere convogliato a bordo della Leonis, un'ex petroliera riadattata che funge da serbatoio di raccolta galleggiante e che staziona a un miglio e mezzo di distanza».
Un processo in apparenza semplice, ma in realtà complesso, in cui la parola d'ordine è sicurezza: «Da quando operiamo, cioè dal 1987 - conclude Di Mauro - non abbiamo mai avuto un solo incidente per la rottura del sistema di pompaggio. Lungo il percorso sono dislocate varie valvole che si chiudono ermeticamente al primo segnale di allarme. Una sola volta, subito dopo l'inaugurazione, vi fu la fuoriuscita di greggio in mare: ma avvenne per un errore umano e nella fase di trasferimento a bordo di una petroliera. Da allora non è mai più accaduto nulla».
E se è il sistema di sicurezza a vigilare 24 ore su 24, sulla Vega a dettare i tempi delle attività è anche la cucina, affidata a un catering di Venezia con personale siciliano e calabrese. Alle 8 la colazione, alle 10 la pausa, alle 12 il pranzo, alle 16 lo spuntino, alle 19,30 la cena, alle 23 un'altra pausa. Sono le 12 e il cuoco chiama il personale in mensa: «E non bisogna tardare - sorride Di Mauro -. Altrimenti si arrabbia…».

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