Cultura

Montalbano sono (e ancora lo resterò)

Dopo aver annunciato che non ne avrebbe più vestito i panni, tornerà a dire: “Montalbano sono!” Forte anche degli ascolti tv per gli episodi mandati in replica.

Ha messo da parte la preoccupazione di venire ingabbiato dal suo personaggio?

Completamente. Avevo detto basta, e mi sono preso un periodo di vacanza dal commissario. Mi sono accorto, però, che ne sentivo la mancanza.

Per lei essere Montalbano è stato così naturale come sembra?

Non proprio. Mi sono innamorato del personaggio appena ho scoperto i racconti di Andrea Camilleri, ma l’impatto iniziale, sul set, non è stato così semplice.

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Perché?

Avevo studiato tanto, ero così concentrato da sentirmi fin troppo carico. La prima settimana di riprese non ero del tutto a mio agio. Pensai, allora, di chiamare Camilleri per esporgliimiei dubbi. Ma la sua risposta fu un semplice: “Luca…, non mi rrrompere i coglioni!”.

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Sintetico. Fece effetto?

Decisamente. Il giorno dopo mi disse: “Lascia che venga fuori quello che hai sedimentato. Devi permettere al personaggio di ‘uscire’. Ti conosco, vedrai che andrà bene”. E così è stato. Mi ha aiutato molto questo suo incoraggiamento.

E così vi siete ritrovati dopo un po’ di anni…

Sì. Camilleri è stato uno dei miei professori all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica. Insegnava regia televisiva. Un’esperienza straordinaria, era capace di lunghe affabulazioni partendo dal più piccolo aneddoto.

 

Com’erail vostro rapporto, allora?

Eravamo entrambi timidi, non ci siamo mai detti molto. Ma sentivamo che c’era stima reciproca. Non solo la Sicilia dell’immaginaria Vigata di Montalbano in tivù: anche a teatro racconta quella terra in“La Sirena”.

Una passione sincera?

Certo, non posso negare che sia forte il richiamo dei paesaggi siciliani. È una regione che ho imparato a conoscere e che amo, ma è stata una coincidenza esplorarla di recente a teatro con la novella di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, “Lighea”, perché mi ha appassionato questo autentico gioiello. È un racconto magico. E la Sicilia, terra così potente, carnale e spirituale, è capace di evocare sensazioni molto forti. Per un attore è una bella sfida ricreare l’atmosfera di un luogo.

È stato spietato usuraio per Ricky Tognazzi in “Vite strozzate” e sacerdote coraggio nel film di Roberto Faenza su don Pino Puglisi. Ruoli opposti, stesso fascino?

Senza dubbio. Mi attirano personaggi complessi,che hanno sfumature. Quelli tratteggiati coi chiaroscuri. E non ho paura di fare il cattivo. Questo mestiere significa anche mettersi alla prova.

La parte che non accetterebbe mai?

Ho rifiutato di interpretare un pedofilo. Quello proprio no, non potrei farlo. Starei malissimo.

Ha fama di essere un perfezionista, come si prepara ad affrontare un ruolo?

Informandomi, calandomi in un’atmosfera, incontrando persone. Se ci si misura con personaggi realmente esistiti la conoscenza del contesto, poi, è determinante. Ma non è che per fare il Papa, per dire, devi avere le visioni mistiche!

Che rapporto ha con il suo pubblico?

Un rapporto fiduciario, sento che la gente mi riconosce una sorta di onestà. Perché le cose che scelgo di fare le vivo con trasporto, non cerco la visibilità ad ogni costo. E probabilmente questo aspetto viene fuori.

Riesce a staccare la spina completamente, una volta fuori dal set?

Sono un tipo da “immersione totale”, lavoro dodici, tredici ore al giorno. E a volte quasi rischio di allontanarmi da tutto...

Ha letto a teatro brani tratti dal libro “Spingendola notte più in là” di Mario Calabresi. Come mai questa scelta?

Avevo letto il libro di Calabresi, figlio del commissario di polizia Luigi, ucciso nel 1972, che racconta, senza rancore, senza fare polemiche, la drammatica vicenda della sua famiglia e di altre, vittime degli anni di piombo. Ho sentito il bisogno, da cittadino prima di tutto, di fare del libro una lettura a teatro.

Perché?

Perché tutti dobbiamo fare i conti con il nostro passato, conservare memoria di vicende che dovrebbero essere patrimonio comune.

Quanto può aiutare il lavoro d’attore alla comprensione di questioni così forti?

Può sensibilizzare, catturare l’attenzione su alcuni temi importanti. Ma certo noi attorinonsiamo educatori. Questo è compito di altri. Ma una cosa, dal mio osservatorio, l’ho capita.

Cosa?

Che nel nostro Paese c’è tanta voglia di etica, di contenuti.

Teresa Mancini


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