Cultura Giornalista ed editore

La Voce di Montanelli, di Alberto Alfredo Tristano

22 marzo 1994. Indro litiga con l'editore Berlusconi che ha deciso di «scendere in campo», lascia il suo “Giornale” e fonda a 85 anni un nuovo quotidiano. Cinque giorni dopo il Cavaliere vince le elezioni.

 

 

«Mai più un padrone».

Con questo slancio imperativo Montanelli si ripresenta ai suoi lettori sulla prima pagina del primo numero della Voce. È il 22 marzo 1994, cinque giorni dopo in Italia si terranno le elezioni politiche di battesimo della Seconda Repubblica.

Il paese vede bruciare la sua classe dirigente nelle inchieste di Tangentopoli. Da pochi mesi risuona nella campagna elettorale l’inno di un partito neonato («e Forza Italia per essere liberi»): Silvio Berlusconi, il più grande imprenditore italiano, si candida a guidare il governo. La decisione terremota le stanze del Giornale, il quotidiano che Montanelli ha fondato nel 1974: i conti segnano rosso, e per ripianarli di certo non mancherà l’investimento del munifico Cavaliere, da tempo finanziatore della testata, però stavolta c’è una pregiudiziale: il padrone scende in campo, il Giornale deve stare al suo fianco. Siamo ai primi di gennaio. Il 12 del mese Montanelli scrive il suo ultimo fondo, intitolato «Vent’anni dopo». Il direttore se ne va, diventa un ex («ex dipendente», nella versione del Cavaliere). Scrive: «A presto, cari lettori. Anche a costo di ridurlo per i primi numeri a poche pagine, riavrete il nostro e vostro giornale. Si chiamerà la Voce». Come la rivista fondata nel 1908 da Giuseppe Prezzolini, maestro eletto del giornalista di Fucecchio. La gestazione avviene in un lampo. Due mesi dopo l’abbandono del Giornale, esce in edicola la nuova testata. Montanelli porta con sé una folta truppa da via Negri: 55 giornalisti su 77.

https://www.ragusanews.com//immagini_banner/1523347225-3-pura-follia.jpg

Una squadra variopinta con personaggi che poi avranno percorsi quanto mai diversi: Marco Travaglio e Peter Gomez, alfieri dell’antiberlusconismo stampato, Mario Cervi, poi rientrato al Giornale, Federico Orlando, già deputato dell’Ulivo, Giancarlo Mazzucca, oggi parlamentare pdl. Il nuovo quotidiano è molto distante dal compassato Giornale. Merito dell’art director, Vittorio Corona, che viene da grandi successi editoriali - come King e Moda - e televisivi (il primo berlusconiano Studio Aperto). Per la prima pagina punta molto sulla fotografia (la fotografia è un segno di famiglia per i Corona, per quanto diversissimo sarà l’uso che ne farà in anni più recenti il rampollo Fabrizio): una grande immagine caricaturale, con i volti storpiati dal morfing, impostata sul registro della satira velenosa. «Niente apertura, taglio, taglio basso, fogliettone», dice Corona, meglio «puntare su un tema e darci dentro, fottendosene di dare tutte le notizie», bisogna «parlare alla generazione del telecomando, con un’impaginazione di poco piombo». A Montanelli, decano del giornalismo italiano, la formula piace e approva: a 85 anni firma il giornale che più degli altri avverte lo slancio dell'innovazione.

«Montanelli è come Madonna. Si reinventa ogni volta», dice a Repubblica Beppe Severgnini, inviato del giornale. Il 22 marzo del 1994 campeggiano sulla prima pagina della Voce i faccioni di Berlusconi e Occhetto divisi a metà come le due parti d’una mela tagliata. «L’Italia si è spaccata. Tutti contro tutti» dice il titolo. «Nasce la Seconda Repubblica. Ma quale?». Montanelli ricollega i fili al suo ultimo fondo al Giornale e si chiede nel titolo dell’editoriale inaugurale «Dove eravamo rimasti?». Lancia la sua public company, un giornale con «centinaia di azionisti di cui nessuno può detenere più del 4 per cento». Smorza il rancore verso l’ex editore, dichiara «la nostra equidistanza dalle forze in campo», ma offre «lealmente una mano» a Berlusconi se smetterà i panni di «uomo della Provvidenza»: «ci siamo soltanto riservati di farlo da uomini e giornalisti liberi piuttosto che da impiegati e trombettieri del padrone». (Curiosità: in basso a destra un riquadro di pubblicità a un libro: si intitola Il federalismo fiscale e lo firma Giulio Tremonti, candidato in Valtellina col Patto Segni). Ma a pagina 3 Umberto Bossi inveisce in un’intervista «contro il potere dilagante del Berluscàz» (recita il catenaccio). Il titolo di pagina 4 è un virgolettato «“Cancemi è un pentito credibile”». Il fatto: «I giudici palermitani chiedono al governo la superscorta per l’ex mafioso che fa tremare la Fininvest».

Di spalla Peter Gomez spiega chi è «Quel picciotto venuto da Capaci»: «l’uomo che fornì il telecomando per la strage compare nella prima inchiesta antimafia» su Dell’Utri. Il commento al tutto è affidato a una vignetta di Berlusconi con la coppola e a un corsivo di Mario Cervi: «Troppi fantasmi». Montanelli con la Voce gioca una scommessa: affermare un giornale puntando tutta sulla sua fama di giornalista libero, autorevole, conservatore che si rivolge alla borghesia mettendola in guardia dalle sirene del Cavaliere e alleati («un papocchio a tre voci e tre duci», cioè Berlusconi, Fini e Bossi) e mantenendo la distanza di sicurezza dallo schieramento post-comunista. Una sorta di destra elitaria la cui consistenza non è del tutto dimostrata nella società italiana. Comunque il giornale parte bene, anzi è un trionfo in edicola: vende 535 mila copie. Una settimana dopo sono 331 mila. Nell’arco dell’anno la perdita è progressiva, fino a un minimo di 50 mila copie. Dopo pochi mesi, l’amministratore delegato della società editrice, Luciano Consoli, si dimette. Subentra Gianni Locatelli, con cui la redazione non avrà mai feeling. I finanziamenti sempre promessi non arrivano mai nella loro interezza. Girano i nomi di tanti salvatori: Benetton, Del Vecchio, Bazoli, ma nulla accade.

Nel gennaio 1995 si chiede lo stato di crisi aziendale, il 27 marzo lo stampatore Luca Colasanto, che vanta crediti per un miliardo e mezzo di lire, interrompe la stampa: il giornale non è in edicola. Il 5 aprile si annuncia la cessazione delle attività. Il 12 aprile si abbassa la serranda (con un retroscena: a Gianni Locatelli arriva un enorme uovo di Pasqua da Marcello Dell’Utri con dentro un gioco: «Affonda la flotta»). Montanelli sull’ultimo numero si fa ritrarre imbavagliato, circondato da sciacalli e avvoltoi. Si sente «Uno straniero in Italia» e spiega: «Noi volevamo fare, da uomini di destra, il quotidiano di una destra veramente liberale, ancorata ai suoi storici valori: lo spirito di servizio, il senso dello Stato, il rigoroso codice di comportamento che furono appannaggio dei suoi rari campioni da Giolitti a Einaudi a De Gasperi. Questa destra fedele a se stessa in Italia c’è. Ma è un’élite troppo esigua per nutrire un quotidiano».

A quindici anni di distanza, mentre nasce il più grande partito di destra della storia italiana, con capi e comprimari praticamente invariati, resta come un’incompiuta defunta tra sospetti e avventatezze la breve utopia di tredici mesi del più celebre giornalista italiano, che segretamente il Cavaliere forse cataloga, per quanto innominato, nella serie dei suoi avversari sconfitti.

Alberto Alfredo Tristano