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Archeologia, gli scavi restituiscono un santuario greco

Scoperta un’area sacra dove sono stati ritrovati utensili e scheletri di animali

Archeologia, gli scavi restituiscono un santuario greco

Aci Catena, Catania - Nella vallata dove si ritiene che nell’antichità sia esistita la città di Akis, la scoperta negli ultimi anni di un area sacra di età greca, ancora in corso di studio, testimonia la presenza di un antico culto delle acque, elemento ricorrente nelle fonti letterarie che parlano di un culto legato ad Akis, divinità fluviale dell’area, conosciuto anche in letteratura per la trasposizione poetica di Teocrito del mito di Aci e Galatea.

Gli scavi condotti dal febbraio 2014 a maggio 2016 dalla Soprintendenza di Catania in collaborazione con il prof. Edoardo Tortorici, ordinario della cattedra di Topografia antica dell’Università di Catania, a circa 2 km dal sito dell’area archeologica di Santa Venera al Pozzo, hanno permesso di aggiungere una nuova pagina alle conoscenze della storia di questo territorio. L'indagine scientifica, condotta dall'archeologa Maria Teresa Magro, ha messo in luce un deposito votivo legato ad una struttura sacrale, i cui scavi hanno permesso agli studiosi di conoscere i rituali di purificazione del luogo sia per la presenza di due scheletri di cani depositati con un coltello di bronzo accanto, e di numerosi utensili da cucina utilizzati per la cottura degli alimenti e rotti dopo l'uso.

L'altra importante scoperta, a pochi metri dal primo saggio, una vasta area riconoscibile come una struttura santuariale di età greca con un edificio di forma rettangolare con orientamento nord- sud in opera isodomica, il cui impianto viene datato al V sec. a. C. per il rinvenimento di una moneta della zecca di Katane. Dai dati di scavo è stato possibile ipotizzare che il santuario fosse stato distrutto da un fatto traumatico (possibilmente un terremoto) alla metà del III secolo a. C e di conseguenza svuotato delle offerte votive. Il suo riutilizzo in età romana dopo un lungo periodo di abbandono, oltre ad implicare il riempimento del sacello e la probabile asportazione della parte sommitale dell’alzato, è costituito dalla costruzione di un muro che divide in due parti lo stesso per consentire l’impianto di un sistema di convogliamento delle acque con spallette di malta e fondo in mattoni che convoglia le acque da una sorgente poco distante attestata fino ad età moderna come sorgente della Cuba, a servizio di un impianto di produzione di anfore.

Le due fasi cronologiche - affermano gli studiosi - ben si adattano alle fasi riscontrate nei ritrovamenti subacquei di Capo Mulini che hanno permesso di riconoscere due distinte aree di approdo, una con concentrazione di materiali del II e III secolo d.C. con la testimonianza di produzioni cretesi ed egee, e l'altra tra il IV ed il VII secolo d.C. con rinvenimenti di produzione orientale e di produzione locale. 


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