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Coronavirus: un anno fa, in queste ore, i nostri ultimi giorni liberi

Il 23 febbraio 2020 il primo decreto Conte: non è andato tutto bene, ma poteva andare molto peggio

Coronavirus: un anno fa, in queste ore, i nostri ultimi giorni liberi

 Era il 23 febbraio 2020 quando Giuseppe Conte emanò il primo di una lega serie di decreti contro quello che, in quei giorni e in quelli a venire, non si era ancora ben capito che virus fosse e quanto grave sarebbe stato. Il testo del dl prevedeva allora il lockdown - duro e immediato - ancora solo nei comuni in cui risultasse positiva una persona: sospensione di ogni attività e ogni movimento, anche lavorativo. Un anno fa erano ritenuti "essenziali" solo alimentari e tabacchi. Tempo una settimana, i giorni necessari a fare i primi tamponi e vedere che il Coronavirus era già dilagato, e il primo marzo un nuovo decreto. Il 9 un altro ancora. In meno di un mese la quarantena venne estesa a tutta Italia, divisa solo in rossa e gialla. Scuole, negozi e trasporti chiusi, concorsi sospesi: in un batter d’occhio ci siamo ritrovati nell’inimmaginabile, costretti a uscire solo per fare la spesa e poco altro, protagonisti di una trama che avevano visto solo al cinema. Ancora il 22 febbraio, mentre ce ne andavamo in giro beatamente inconsapevoli, nessuno poteva immaginare che sarebbe esplosa una pandemia globale. C’era stato solo qualche pallido e distante avviso in tv e sui giornali, circa un’influenza cinese legata a dei pipistrelli, come ce n’erano già state altre.

Invece è divampata una crisi – sanitaria, finanziaria, sociale – che solo i superstiti della guerra hanno conosciuto nella nostra popolazione. Il panico ha preso il sopravvento tra la gente, peggio di quando nell’86 esplose Chernobyl. Le autorità, italiane e mondiali, hanno risposto come potevano: navigando a vista, imparando giorno dopo giorno, ora dopo ora, a prendere le misure al nemico sconosciuto e ancora imprevedibile, ordinando la ritirata strategica in attesa di studiare un’arma fatta apposta per lui. Non è che ci fossero poi chissà quali alternative a ciò che decise Conte allora. Quando abbiamo capito che un’altra lunga guerra mondiale era appena all’inizio, abbiamo capito anche non potevamo proseguire a fermare tutto a tempo indeterminato. Anche senza cure e con i vaccini ancora un miraggio, in fondo abbiamo continuato a non aspettarci che ad oggi, 22 febbraio 2021, saremmo stati ancora in un’emergenza di cui non si riesce a scorgere la fine. Lo dimostra l’estate, troppo spensierata per la strage che era appena trascorsa. E che non è mai davvero finita.

C’era sicuramente nell’aria un bisogno psicologico, oltre che economico, di rimuovere dagli occhi le immagini delle bare e dalla testa quella “cosa” inimmaginabile patita per mesi. Chi è senza peccato scagli la prima pietra: la maggior parte di tutti noi s’è ostinata a pensare che il peggio fosse davvero passato, e l’unica ondata che avrebbe preso in faccia sarebbe stata quella del mare. Quante volte ci siamo detti “tornerà tutto come prima”, anzi meglio. Il Covid c’è ancora, e oggi non è più la stessa giornata di un anno fa. Ma non è più neanche come sarebbe stato tra qualche giorno, con una zona rossa nazionale in cui poter osservare solo la strada dai balconi. Da tempo non ci sono più da tempo striscioni d’incoraggiamento a decorarli, né canzoni collettive da intonare alle finestre. Ci siamo stancati. Va riconosciuto però che dei passi avanti, importanti, li abbiamo fatti rispetto al thriller in cui eravamo piombati, e che molti cittadini si sono scordati in tempo record, cambiando canale su un film di Vanzina. Non se ne può più di questo nemico, è vero. Ma ricordiamoci sempre che c’è a chi è andata molto peggio.


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