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Gerry Scotti: le mie 36 ore in Terapia Intensiva, incubo da film

Gerry Scotti: "Io li vedevo tutti, vedevo 24 persone immobili, intubate, come nei film di fantascienza. Pregavo per loro invece che pregare per me"

Gerry Scotti: le mie 26 ore in Terapia Intensiva, incubo da film

Milano - Gerry Scotti sta bene e ha perso 11 chili. "Segno che non tutti i mali vengono per nuocere". Gery Scortti racconta la terapia intensiva Covid come un film di fantascienza. "Vedevo 24 persone intubate, scene da film di fantascienza. E pregavo per loro". Il conduttore è uscito dall’ospedale dopo 10 giorni di ricovero al Covid Center dell’Humanitas: "Ai negazionisti dico di stare un’ora dove sono stato io". 

"Ho avuto la classica settimana del fai da te, quella ordinata dai protocolli che mira a non intasare i pronto soccorso. È cominciata con febbriciattola, stanchezza, colpi di tosse. La soluzione codificata è tachipirina e cortisone. Una settimana e passa tutto. Invece no", racconta al Corriere della Sera.  Avevo 36 e 2 e pensavo di star bene. Invece positivo. Quando ho sentito quella parola mi è sembrato improvvisamente di essere al di là del Muro di Berlino, non so come altro spiegarlo. In un attimo ho rivissuto i sei mesi di paura, terrore, precauzione, speranza che stiamo vivendo tutti. Perché proprio a me? Sentivo di non sapere nemmeno da dove cominciare a capire da dove fosse partito tutto. Al secondo controllo al Covid Center dell’Humanitas a Rozzano mi è stato consigliato di rimanere da loro perché avevo tutti i parametri sballati: fegato, reni, pancreas. Ero già nell’unità intensiva, perché quando entri nel pronto soccorso del Covid Center non c’è l’area rinfresco, l’area macchinette, l’area vogliamoci bene: si apre una porta e da lì in poi vedi tutto quello che hai visto nei peggiori telegiornali della tua vita. Sono diventato verde, ho sudato freddo. I medici mi dicevano di non spaventarmi: non la mettiamo in terapia intensiva ma in una stanza a fianco perché abbiamo bisogno di attaccare al suo corpo una serie di strumenti per monitorarla, per sapere se la sua macchina, il suo corpo, ha bisogno di cure particolari. Ero in una stanzina, di là c’era la sliding door della vita di tantissime persone. Con due altri pazienti ci strizzavamo l’occhio, dai che ce la fai. Ho appurato — stando lì, due notti e un giorno — che quella era l’ultima porta. Se decidevano di aprire quel varco... Io li vedevo tutti, vedevo 24 persone immobili, intubate, come nei film di fantascienza. Pregavo per loro invece che pregare per me.

Quando ho raggiunto lo stadio massimo di necessità di assistenza mi hanno fatto indossare il casco salvifico, è l’ultimo step indolore della terapia prima che ti intubino. Per un paio di giorni a orari alterni ho dovuto indossarlo anche io, è stato un toccasana. L’avevo visto in tv, letto suoi giornali, mi sembrava fantascienza. Ricordo lo slogan: il casco ti salva la vita. Adesso ho capito bene di che casco si tratta... Poi una mattina hanno girato indietro il letto e mi hanno riportato nella mia stanza". Lunedì è stato dimesso, Ora è a casa. 


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