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Granchio Blu, il Cnr a Ragusanews: «Sono due, è alieno pure il ficodindia»

L’esperto Vincenzo Di Martino: “Estremamente prolifici, ma la Sicilia è terra d’approdo, umano e animale”. La soluzione? Metterli in padella

 Ragusa – Granchi colorati, specie aliene, ecosistema e mercato ittico a rischio: i recenti avvistamenti sulle coste siciliane del cosiddetto “granchio blu” hanno destato sia curiosità che allarme, fomentando il dibattito scientifico anche tra i non addetti. Per fare chiarezza sul tema abbiamo intervistato un esperto: il dott. Vincenzo Di Martino, ecologo marino ricercatore del Cnr di Catania, che ci ha gentilmente fornito anche le foto allegate, scattate dal Consiglio nazionale delle ricerche. 

Da dove viene esattamente il granchio blu avvistato in questi anni sulle coste siciliane?
Innanzi tutto va fatta chiarezza su cosa chiamare “granchio blu”. Infatti, in Mediterraneo esistono due diverse specie di “granchio blu” entrambe aliene, perché non originarie del nostro mare, e molto simili tra loro, cosa questa che genera notevoli confusioni tra i non addetti ai lavori (e, talvolta, anche tra i biologi marini). Abbiamo il Callinectes sapidus, originario dell’Oceano Atlantico e molto diffuso lungo la fascia costiera occidentale del continente americano, che fece la sua comparsa in Mediterraneo già sul finire degli anni ’40 e che oggi ha colonizzato praticamente l’intera fascia costiera del bacino e del Mar Nero. È opinione oramai diffusa, e consolidata, che gli stadi larvali di questa specie siano arrivati in Mediterraneo mediante le acque di zavorra delle grandi navi, petroliere in primis, e abbiano trovato le condizioni ottimali per accrescersi e colonizzare quello che per essa ha rappresentato una sorta di “nuovo mondo”. L’altra specie è il Portunus segnis, di origine Indo-Pacifica, che ha fatto la propria comparsa in Mediterraneo negli anni ’20 del secolo scorso. È quasi certo che questa specie sia entrata in Mediterraneo attraverso il Canale di Suez e per lungo tempo è rimasta confinata nella parte orientale del Mediterraneo. Solo successivamente alla costruzione della Diga di Assuan (1965), quando le acque dolci del Fiume Nilo, che a causa della diga aveva perso gran parte della sua portata, non sono più state in grado di costituire la “naturale barriera” che separava le acque del bacino levantino da quelle del bacino occidentale, Portunus segnis è riuscito a migrare verso la restante parte del bacino. Tutto ciò ha consentito a questa specie di diffondersi verso la parte occidentale del Mediterraneo ben adattandosi al nuovo ambiente. Queste due specie hanno caratteristiche morfologiche ed ecologiche molto simili; appartengono entrambe al gruppo dei cosiddetti “granchi nuotatori” e talvolta convivono negli stessi areali. Tra l’altro essendo, veramente, molto simili tra loro è facile scambiare l’una per l’altra.

E’ davvero così pericoloso per le nostre specie marine?
 Entrambe queste specie sono dotate di una grande capacità riproduttiva e sono catalogate come predatori molto attivi e voraci e ciò la dice lunga sugli effetti che possono avere sulle altre specie. Naturalmente nei propri areali di origine, pur essendo animali estremamente voraci, non creano grossi problemi alle altre specie; essendosi co-evolute per centinaia di migliaia di anni la selezione naturale è intervenuta facendo sì che prede e predatori sviluppassero le opportune strategie per “convivere” senza pestarsi troppo i piedi. Addirittura, negli areali di origine tutte e due le specie sono considerate come una grande risorsa commerciale e un elemento base della dieta delle popolazioni che vivono lungo le coste dell’atlantico occidentale, nel caso di Callinectes sapidus, e lungo le coste del sud est asiatico, per quanto concerne Portunus segnis. Da quanto appena detto, va da se che una volta che tali specie si sono ben adattate ad un nuovo ambiente (Mediterraneo) dove hanno scarsissimi predatori rappresentano un problema per le specie autoctone che, non conoscendole, non sono in grado, in tempi brevi, di adottare le opportune “contromisure”.

Può avere ripercussioni pesanti sull’attività della pesca?
Già li hanno in alcune parti del Mediterraneo, sulla fauna locale e di conseguenza sugli operatori della piccola pesca. Il primo degli effetti indesiderati, per usare un eufemismo, è quello di danneggiare le reti da pesca; i granchi nuotatori pur di procurarsi il cibo non esitano, infatti, a predare i pesci rimasti ammagliati nelle reti o intrappolati nelle nasse. In Spagna e in Tunisia, dove vi sono grandi lagune costiere in cui è molto praticata, a livello professionale, la pesca di specie ittiche, di molluschi e di crostacei, i pescatori locali da qualche anno lamentano forti perdite dovute alla presenza dei granchi blu; questi hanno, inizialmente, impattato sugli attrezzi da pesca danneggiandoli e successivamente depauperato gli stock di pesca predando, in maniera incontrollata, sia le specie oggetto di pesca che gli organismi di cui queste ultime si nutrono sconvolgendo la catena alimentare e dunque il normale ricostituirsi degli stock di pesca.

Come devono comportarsi i nostri pescatori?
Purtroppo non è facile dare una risposta chiara a questa domanda. I granchi blu sono veramente molto prolifici e anche se si intraprendessero attività di pesca mirate ciò servirebbero solo a limitarne di poco il numero di esemplari. C’è anche da dire che entrambe queste specie prediligono gli ambienti riparati e di acque calme e salmastre come appunto le lagune costiere, le acque dei porticcioli e degli estuari, anche se esemplari di granchi blu sono stati rinvenuti in mare aperto fino a circa cento metri di profondità. In Sicilia non abbiamo lagune costiere dove viene praticata la pesca professionale, pertanto questo problema non dovrebbe essere molto sentito dagli operatori professionali della pesca. Di fatto l’unica vera laguna costiera presente in Sicilia è lo Stagnone di Marsala ma si tratta di un’area protetta dove, come è ovvio, è vietata la pesca. Altre lagune costiere sono i “Pantani della Sicilia sud orientale”, nell’area di Portopalo di Capo Passero, gli “Stagni di Vendicari” e i laghetti di Marinello, sotto Tindari. Tutti questi corpi d’acqua sono aree di elevato interesse naturalistico e sono esse stesse aree protette. Pertanto ritorniamo a quanto detto per lo “Stagnone”. Certo è, comunque, che i granchi nuotatori si sono oramai diffusi in maniera incontrollata e stanno comunque arrecando danni sia alla pesca professionale che alla diversità biologica là dove hanno raggiunto densità di popolazione eccessive per l’area impattata.

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Ci sono altre specie “aliene”, anche terrestri, che minacciano o potrebbero minacciare l’Isola?
La Sicilia si trova al centro del Mediterraneo e questa caratteristica ne fa un naturale punto di arrivo per chiunque, uomo, animale o vegetale, vaghi per il Mediterraneo. Basti pensare alla storia delle migrazioni umane che hanno visto la Sicilia essere terra di conquista per tutti i popoli che hanno navigato il Mare Nostrum. Da ciò se ne evince che è assolutamente naturale che migliaia di specie animali e vegetali estranee al Mediterraneo prima o poi toccheranno le sponde della Sicilia e ne popoleranno le terre emerse così come le coste e i fondali marini. È già accaduto in passato, accade adesso e sarà così sempre. Fa parte della storia dell’evoluzione della vita nel Mediterraneo, sia sopra che sotto la superficie del mare. Purtroppo il cittadino comune si accorge di questi fenomeni quando si ritrova a fare il bagno insieme ai granchi nuotatori piuttosto che quando osserva quello che molti ritengono essere il tipico paesaggio dell’entroterra siciliano, pieno di grandi piante di ficodindia senza sapere che proprio quella pianta è una delle specie più invasive che ha impattato sul nostro territorio al punto da diventarne, per certi versi, uno dei simboli. Opuntia ficus-indica, il comune ficodindia, è, infatti, una pianta cactacea nativa del Messico, poi diffusasi in tutta l’America meridionale, che gli Aztechi consideravano addirittura sacra e dalla quale traevano un colorante, il carminio. E fu proprio Cristoforo Colombo nel 1493, al ritorno dal suo primo viaggio nelle Americhe che la portò in Europa dove trovò un ambiente ideale per accrescersi e colonizzare ampie porzioni dei paesi mediterranei.

Qual è la risposta corretta, “biologica”, che possono dare cittadini? A primo acchito mi viene da dire che, al giorno d’oggi Cristoforo Colombo sarebbe stato pesantemente multato per aver introdotto, seppur in buona fede, una pianta alloctona in Europa. In ogni caso i cittadini poco o nulla possono per contrastare la diffusione di organismi alieni nei nostri territori. L’unico comportamento da porre in essere è quello di evitare la pratica troppo spesso utilizzata di liberarsi di animali non più graditi liberandoli in natura. Cosa che accade fin troppo spesso nell’ambiente degli acquariofili o degli ofiologi che “liberano” nei fiumi, in mare o in campagna gli esemplari in eccesso nei loro acquari e terrari, con conseguenze spesso letali per gli esemplari “liberati”. Quando, invece, i poveri esemplari liberati sono abbastanza forti da riuscire a cavarsela da soli prima o poi potrebbero andare a rappresentare un problema per la fauna autoctona. Stesso discorso va fatto per gli amanti delle piante che troppo spesso si liberano delle piante in eccesso recandosi in giardini e aree protette per ripiantarle così “possono vivere meglio”.

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E le istituzioni? Qui il discorso è ben più complesso e va affrontato in un’ottica globale. Per ciò che concerne l’ambiente marino sono tante le convenzioni tra stati e/o federazioni di stati per arginare il problema della diffusione di specie al di fuori degli areali di origine. Queste regole spesso sembrano cozzare con la realtà dei fatti ma le variabili di cui tenere conto e le forzanti che entrano in gioco sono talmente tante che è impossibile riuscire a legiferare in maniera tale da fare solo gli interessi della Natura. Nella fattispecie, il problema dei granchi blu potrebbe essere, facilmente, risolto facendo di queste specie una risorsa anziché un problema. Questi crostacei rappresentano una fonte di proteine nobili e di nutrimento per le popolazioni rivierasche dei paesi dove tali specie sono autoctone. Le loro carni, tra l’altro, sono gustose e ben si prestano a svariate preparazioni culinarie ma in Europa tutto ciò non è così semplice da attuare. In Ue, infatti, molti regolamenti comunitari vietano la pesca professionale e la vendita di prodotti e derivati di specie aliene. Ciò di fatto impedisce che l’industria della pesca possa utilizzare questa che promette di divenire una enorme risorsa di proteine a basso costo ma dall’alto valore nutrizionale. C’è solo da auspicare che le commissioni tecniche preposte in seno alla Commissione Europea valutino positivamente le istanze che vengono dal mondo scientifico al fine di consentire lo sfruttamento di tali potenzialità; cosa che rappresenterebbe un valido sostegno alla pesca professionale, sempre più sofferente, e un aiuto all’ambiente perché significherebbe ridurre la pressione che le specie aliene invasive sulle specie e la biodiversità autoctone.


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