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Il “Gioia” al tempo del Covid

Le televisioni rimanderanno in città per tutto il giorno di Pasqua immagini e suoni di altre Pasque passate, chiassose, festaiole, squarciando il silenzio

Il “Gioia” al tempo del Covid

Scicli - La festa di Pasqua a Scicli è stata sempre una grande festa di popolo.
Un giorno atteso per tutto un anno in cui la città esplode innalzando forse il più vero, il più riconosciuto simbolo della sua identità popolare: l’“Uomo vivo” cioè la statua del Cristo Risorto che dalla fine del Settecento si venera con grande concorso di popolo nella Chiesa di Santa Maria La Nova.
Un giorno di grazia, il giorno di Pasqua, nel quale per un mistero che non è dato sapere la statua che è di legno si anima, percorre, spinta da centinaia di mani, con l’esuberanza di una sua giovinezza senza tempo, le vie di una città che la acclama, la invoca, che mentre impreca la ama.
La marcetta che l’accompagna è solo un rumore di fondo spesso coperto dal vocio della folla.
Gioia” è il suo nome ma anche l’urlo di chi si riappropria di un affetto perduto e ritrovato in un appuntamento che da oltre due secoli è storia.
Per molti anni ho trascorso la Pasqua all’estero. L’anno scorso, invece, per un caso fortuito, rimasi in Sicilia, a Scicli, sorpreso in patria dall’esplosione della pandemia da Covid.
La città era deserta, spettrale, sequestrati i suoi abitanti in casa per limitare i contagi.
Il giorno di Pasqua, ricordo, improvvisamente come per una strana magia, una musica, a un’ora stabilita, squarciò il suo silenzio.
Risuonava da una casa all’altro, da un quartiere all’altro senza tregua la marcetta che sempre accompagna il “Gioia” per le strade, nelle piazze, in ogni angolo di Scicli. Il “morto/vivo”, l’ Uomo/Dio godeva così anche durante il Covid del suo ritorno, nuova Proserpina di un mito eterno che si rinnova ciclicamente e vive.
Lui, il Gioia, non poteva temere il contagio. Non l’ha temuto mai.
La musica anche in quell’occasione lo rendeva straordinariamente presente tra la sua gente.
Quanti colera ha combattuto e vinto da due secoli e passa che dimora tra noi? Non saprei dirlo.
Anche quest’anno, spero, le radioline e le televisioni, rimanderanno in città per tutto il giorno di Pasqua immagini e suoni di altre Pasque passate, chiassose, festaiole, squarciando il silenzio di una città tuttavia confinata perché seriamente minacciata dal virus.
Sarà un messaggio potente che il Signore della vita e della morte saprà apprezzare ma che soprattutto servirà a noi, perché la fiamma della tradizione popolare non si spenga, perché col Gioia ritornino a vivere nei nostri cuori quanti lo amarono, lo invocarono nei momenti più penosi del trapasso, ne perpetuarono per noi nel tempo la memoria.

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