Attualità Vaccini

Il problema seconda dose con un vaccino diverso da AstraZeneca

L’uso eterologo del vaccino è un vantaggio perché potenzia la risposta immunitaria, ma non conosciamo gli effetti collaterali

Il problema seconda dose con un vaccino diverso da AstraZeneca

Roma - Chi ha meno di 60 anni e ha già fatto la prima dose con AstraZeneca riceverà un altro vaccino, in questo caso a RNA, Pfizer o Moderna. 

La pratica non è nuova in medicina e, secondo i primi studi che in tutto il mondo si stanno avviando, comporterebbe anche vantaggi dal punto di vista della risposta immunitaria. Ci sono almeno tre studi principali che hanno pubblicato risultati preliminari su questa opzione.
Una recente ricerca spagnola ha monitorato 670 volontari di età compresa tra i 18 ei 59 anni che avevano già ricevuto una prima dose di AstraZeneca e che hanno avuto in seguito Pfizer: gli effetti collaterali non sono stati diversi, o più o meno gravi e frequenti, in compenso, sembra che il mix abbia aumentato e potenziato la risposta anticorpale.
Uno studio tedesco su 300 persone basato sullo stesso mix ha mostrato una buona tollerabilità, con effetti collaterali paragonabili alla vaccinazione omologa e un leggero aumento della risposta immunitaria.
Nel Regno Unito, lo studio Com-Cov , lanciato a febbraio, sta esaminando la possibilità di utilizzare i vaccini AstraZeneca, Pfizer, Moderna e Novavax in varie combinazioni. I risultati suggeriscono che quelli a cui è stato somministrato il regime misto avevano un livello mediano quasi quattro volte più alto di anticorpi neutralizzanti. Ci sono stati anche tassi più elevati di effetti collaterali comuni correlati ai vaccini, come la febbre, rispetto alle persone che hanno ricevuto due dosi dello stesso vaccino (particolare che non è emerso in Spagna e Germania). Tutti i sintomi sono stati comunque di breve durata.

La combinazione di vari componenti del vaccino è una pratica comune per migliorare la risposta anticorpale, affermano gli esperti. Le diverse tecnologie coinvolte nei vaccini permetto di presentare al sistema immunitario lo stesso bersaglio, ma in modo leggermente diverso, provocando una risposta immunitaria più diversificata. È un po’ come dare al sistema immunitario due immagini del virus, una di fronte e una di profilo. I due vaccini la cui combinazione viene attualmente testata sono infatti di tipologie differenti: Pfizer è a RNA messaggero e trasferisce all’interno del corpo la parte del materiale genetico di SARS-CoV-2 che serve a costruire la proteina Spike che attiva la nostra risposta immunitaria, AstraZeneca si basa su vettore virale, che grazie a un virus innocuo (un adenovirus di scimpanzè) trasferisce nell’individuo la parte del materiale genetico (Dna) necessario a costruire la stessa proteina. I ricercatori sperano si inneschino risposte immunitarie più forti e robuste rispetto a due dosi di un singolo vaccino e questo vantaggio potrebbe servire alle campagne vaccinali quando vi siano incertezze e dubbi su qualche vaccino in particolare, ma anche quando sia necessario far fronte a forniture fluttuanti.

Quello che non sappiamo
Lo studio sul mix di vaccini viene intrapreso anche in vista della terza possibile dose, ma ci sono almeno due aspetti che ancora non conosciamo: gli effetti collaterali e l’efficacia contro il coronavirus della proposta eterologa. I vaccini ad adenovirus e a mRNA sono infatti nuove piattaforme (i primi mai utilizzati su larga scala e i secondi completamente nuovi), ma i primi dati sono positivi. «Ci si aspettava che utilizzare vaccini differenti potesse funzionare bene, perché comunque tutti i vaccini che stiamo usando prendono la stessa proteina come bersaglio (la cosiddetta «spike», ndr). Può cambiare eventualmente la tecnologia che aiuta il vaccino a entrare nelle cellule, come succede tra AstraZeneca e Pfizer», spiega Antonella Viola, immunologa e docente di Patologia all’Università di Padova.
Le combinazioni tra preparati sarebbero quindi tutte possibili e anche l’ordine di somministrazione tra uno e l’altro vaccino potrebbe essere scambiato secondo necessità. Sono, però, deduzioni fatte sulla scorta di presupposti scientifici che hanno ancora bisogno di conferme da studi specifici. «Quello che non conosciamo con certezza sono i dati sulla protezione offerta dal mix di vaccini, anche se siamo fiduciosi — aggiunge Viola —: i vaccini a mRNA attivano bene la produzione di anticorpi, mentre quelli ad adenovirus la risposta delle cellule T del sistema immunitario, quindi la combinazione potrebbe essere strategica».


© Riproduzione riservata