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Ispica, la tipografia nella roccia FOTO

La Kromatografica, nata in una "grotta" della Cava devastata dal tremendo terremoto del 1693

 Ispica - Il “Terremotu ranni” fu annunciato dai primi boati nella notte del 9 gennaio del 1693. Mancavano dieci minuti alle quattro del mattino, i contadini si erano già svegliati per andare a lavorare nei campi, tutti gli altri dormivano ancora e mai avrebbero immaginato il dramma che li stava per investire. “La luna mutò il suo colore e dopo un’ora venne la prima grande scossa, annunciata da un fragore sotterraneo simile a un tuono rimbombante”, secondo gli scritti riportati dall’abate Ferrara, il grande scienziato catanese vissuto nella prima metà dell’Ottocento. All’inizio del sisma morirono migliaia di persone, ma fu l’11 gennaio, un paio di giorni più tardi, che la Sicilia orientale piombò nell’Apocalisse. “Si aprirono delle fratture nella terra, il mare si ritrasse e poi rifluì con le sue acque, gli animali vennero sbalzati dalla forza del terremoto”. Il sisma devastò soprattutto i paesi del ragusano e della Val di Noto, anche se molte altre città del resto della Sicilia furono fortemente danneggiate.

Il capitano Marco Calapar, testimone dell'evento, mentre si trovava ormeggiato nel porto di Catania, "vide che improvvisamente rovinò tutta la città e che durante il terremoto il mare si era ritratto di due tiri di schioppo". Ai suoi superiori, in Vaticano, il vescovo di Siracusa Francesco Fortezza non poté far altro che la conta di ciò che era rimasto: dei sessantaquattro monasteri della diocesi, solo i tre di Butera, Mazzarino e Terranova erano in piedi. “Gli altri – scrisse il prelato nella sua relazione - si trovano tutti a terra”. Uno dei centri più colpiti dalla furia del “Terremotu ranni” fu Spaccaforno, all’estremo lembo meridionale dell’isola, dove i pochi superstiti lasciarono le macerie a valle per ricostruire l’intera cittadina in collina. Oggi quel centro si chiama Ispica ma le testimonianze del sisma del 1693 ci sono ancora, nelle grotte della Cava e del Parco Forza, un canyon di struggente bellezza che rappresenta un paradiso per gli amanti del trekking in mezzo alla natura.

Ma non solo, perché lì, dove il terremoto spazzò mezza Sicilia, un piccolo editore visionario ha deciso di impiantare la sua tipografia scavandola, nientemeno, che nella roccia. Entrare nella “grotta” che ospita la Kromatografica è un vero e proprio tuffo indietro di secoli. Con le macchine che girano lente, i vecchi caratteri tipografici riposti in ordine negli scaffali, le pagine montate a mano nei libri e nei cataloghi curati da Tonino Azzaro, sua moglie Evelina Barone e tutti quelli che lavorano insieme a loro. “La Kromatografica si dedica da più di vent’anni all’arte della carta stampata. La connota da sempre la fortissima passione per il proprio mestiere, l’amore per la carta, i suoi toni, le sue texture, e la curiosità nella ricerca di soluzioni artigianali in cui carta e inchiostro possano giocare esprimendo al meglio le loro possibilità di resa estetica”, spiega Azzaro a Repubblica, che è andato a trovarlo scattando le foto allegate.

Nel suo catalogo, la Kromatografica annovera riedizioni di pregio come Profumo, il romanzo di Luigi Capuana pubblicato in occasione del Centenario dell’autore, La maga Saraghina. Storia di astri, piante e parole che curano, un libro per piccoli e grandi che è diventato anche uno spettacolo itinerante, volumi fotografici con i testi di Gesualdo Bufalino, calendari artistici dedicati al mito, ma anche all’astronomia e persino al jazz. “E’ molto importante è il legame con il nostro territorio – aggiunge Evelina Barone - la passione per esso, che coniugata alla giusta dose di creatività ha consentito di dar vita a pubblicazioni, produzioni ed eventi, che sono stati occasione di incontro e riscoperta, rivalutazione di elementi che conferiscono fascino alla sua identità”.

Nel corso degli anni sono state diverse le collaborazioni con artisti del mondo della pittura, della fotografia, della musica, con ricercatori appassionati. A catturare clienti, collaboratori, giornalisti e visitatori di passaggio è stata anche la collocazione della tipografia: al limite tra l’area archeologica e quella liberty di Ispica, all’interno di una struttura antecedente al terremoto del 1693, un edificio che si addentra nel costone roccioso tanto da essere, in buona parte, scavato nella roccia, la “timpa”, pietra calcarea che caratterizza l’altopiano ibleo. Così, macchine da stampa di fattura tedesca emergono tra rocce e anfratti che a tratti le sovrastano, mentre gareggiano in biancore con le pile di carta che dominano lo spazio. Volte altissime con finestroni tramati di edera garantiscono una luce naturale bianchissima anch’essa. Un antico opificio, in cui il lavoro dell’uomo ha usato la pressa prima per farne palmento, poi trappeto e adesso tipografia.

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Un incontro fortuito tra la vocazione dell’uomo e quella dei luoghi ha fatto sì che la tipografia trovasse “casa” in uno spazio che tanto incide nel suo carattere. Attorno, il paesaggio della città antica, tra il canyon di Cava d’Ispica, gli aggrottati che costellano i tornanti della strada Barriera e il Fortilitium che campeggia nel Parco della Forza. Un posto davvero “unico” che – se vi trovate da quelle parti – vale proprio la pena di visitare. Anche per godere dall’alto di un panorama mozzafiato che si estende fino a Modica. E, se la giornata è tersa, come qui capita spesso, anche oltre, fino all’Etna, ‘a muntagna come tutti la chiamano in Sicilia Orientale.


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