La festa più triste dell’anno
di Giuseppe Gaetano

Roma – La foto è stata scattata il 20 dicembre scorso alle ore 20.10 su via Nomentana, a Roma. Un essere umano incartato come un sacco dei rifiuti, riparato sotto la tettoia di una fermata del bus, per scampare al freddo. Anche per lui, o lei, è Natale. La festa più triste per chi è povero. Ma anche per chi è solo. I brindisi chiassosi e risate sguaiate, provenienti dalle case illuminate, accoltellano alla schiena chi apparecchia soltanto per se stesso e per la foto, all’altro capo del tavolo, di chi una volta era lì, a brindare e a ridere con lui. E sono fortunati: tanti non hanno un tavolo e un tetto ma solo la foto, stretta al cuore nella tasca del giaccone.
Agli anziani, vedovi o abbandonati da figli lontani e ingrati, è passato da un pezzo l’appetito: si sfamano di ricordi dei tempi che furono, quando anche la loro casa riecheggiava del tintinnio di piatti e bicchieri, di posate che cadono sui pavimenti e canzoni che escono dal televisore. Anche questo Natale fuori ci sono le ambulanze, a raccogliere vittime a sirene spiegate; e familiari in ansia accampati all’entrata dei pronto soccorso. Perché anche in questo Natale c’è chi morirà di Covid. Potevamo essere noi il parente in attesa davanti al cellulare dell’aggiornamento quotidiano in cui sapere se il figlio, il coniuge, il genitore è ancora vivo. O peggio il medico in corsia, con quella vita nelle mani, dopo un turno di 12 ore. O la mummia alla fermata del bus. Noi che possiamo, finché possiamo, ringraziamo il dio in cui crediamo che non ci sia andata peggio, almeno stando a casa.
Noi che ce l’abbiamo una casa. Riscaldata da stufe, termosifoni e dalla gioia di chi abbiamo accanto. Rubiamo però qualche minuto alla festa, per uno sforzo d’immedesimazione – se non nel clochard irriconoscibile, che sfugge ricoprendosi di stracci al nostro sguardo, nascondendosi al mondo, a cui passiamo davanti con panettoni e bottiglie – almeno nel vicino di pianerottolo che ha perso gli affetti, o al pensionato gucciniano della porta accanto per cui ogni tappo che schioppa è una coltellata, ogni applauso che scroscia una doccia fredda.
L’allegro vociare che si rincorrere tra scale e appartamenti del condominio risuona dalle mura in quelle orecchie da vecchio, ingrossate come ravioli bolliti per quante ne hanno sentite, e una lacrima si mischia allo spumante e a una gran voglia che finisca tutto presto. E’ la vita che scorre dall’altra parte della parete, ignara dell’atroce dolore che suscita a pochi passi. Forse anche chi ride dentro è un po’ triste e preoccupato, e si fa forza ogni giorno. Ma il disoccupato, che non e’ riuscito a comprare il regalo che sognava suo figlio, almeno non è solo. Solitudine e malattia sono le parole più brutte del dizionario, ben peggiori di morte e povertà. E il Natale le amplifica.
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