Attualità Il racconto

Tiziana Panella e il Covid: "Sono stata tanto male e ho pianto di paura"

Tiziana Panella, giornalista televisiva di Tagadà su La7, racconta la malattia: «La cena del 24 dicembre ci ha colpito. Strike, focolaio familiare»

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La giornalista Tiziana Panella (Napoli, 1968) è stata colpita dal Covid e racconta: "Non è un raffreddore! Ho cominciato a stare male il giorno di Natale. Ma male male, all’improvviso. Dopo due anni, sono tornata con mia figlia a Caserta dai miei genitori. Insomma, ciclo completo di vaccinazioni, booster, tampone negativo... si può fare. Tasso di euforia alla partenza altissimo, mia figlia felice. Il 24 a cena, c’è una specie di cappa. Il figlio di mio fratello è positivo, mio fratello non c’è. In compenso arriva Babbo Natale che, causa Covid, fa un giretto veloce e poi riparte con le renne. Mi sveglio ed è Natale e sto male e resisto. Il 26 sono a Roma. I sintomi non li riconosco, forse è un’influenza, una intossicazione. Intanto, mi metto in isolamento, aspetto, mi sembra di stare meglio, poi di nuovo male.

La cena del 24 ha colpito, arriva la notizia del primo positivo, il secondo, il terzo, io sarò la quarta. Strike, focolaio familiare. Tutto come da manuale, sembra una puntata di Tagadà. C’è anche il soggetto fragile, sono io.

D’accordo con i medici che mi seguono, continuo la mia terapia abituale che dovrebbe aiutarmi anche contro il Covid. Non basta, sto male. Alziamo il dosaggio. Spio i rumori di mia figlia dentro casa, mi manca. La mia camera da letto affaccia sul giardino, mia figlia mi saluta attraverso il vetro. Lei è negativa. Siamo appiccicose noi due e lei è negativa. Sono contenta e sono anche scontenta. Vorrei aprire la porta e farla salire sul letto, vorrei mangiare tutto il cioccolato che abbiamo sotto l’albero e vedere un film brutto insieme, che lei si addormenta e io non riesco a spegnere.

Arriva il 31 dicembre. C’è Mattarella e mi parla . D’accordo parla alla Nazione e io dovrei impegnarmi ad interpretare ogni pausa, ogni parola detta e anche quelle non dette, soprattutto quelle... Ma sono distratta, vedo un uomo solo, in piedi in una stanza vuota, che pesa le parole, le soffre. Quasi subito arriva il maledetto Covid. Parla Mattarella di questa infinita giornata buia, dei medici, della disperazione, delle bare. Comincio a piangere. Piango di paura, di sofferenza fisica, di solitudine. La solitudine può essere una buona compagna di viaggio. Supremazia assoluta sul telecomando, pigrizia senza sensi di colpa, nessuno da strattonare nel sonno perché russa, l’ultima maschera assurda e inutile che mi hanno regalato, sembro una strega ma domani sarò bellissima. Conosco la solitudine del cuore e della pelle e lo considero un buon affare, prezzo congruo. Ma la solitudine della malattia è un’altra storia. Sento il sangue che pompa sotto la pelle e la pelle brucia, mi fa male tutto dai reni alle dita delle mani. La gola è piena di spilli, sullo sterno mi hanno piazzato una pietra, la testa è una trottola che gira e pesa. Ho paura.

Mia figlia ha organizzato una super cena sushi. Io in camera, lei in giardino, in mezzo la porta di vetro. Si è vestita per me ed è bellissima. Fa freddo fuori e quindi si cambia. Pigiama e piumino, è perfetta. Non mi reggo in piedi, mi rimetto a letto e aspetto concentrata la mezzanotte. Non devo piangere e infatti non piango. Lei stappa una bottiglia mignon che una amica-sorella ci ha portato, ci strusciamo spalle a spalle in giardino e dietro le mascherine urliamo: vaffanculo 2021.

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Videochiamata ai Panella quarantenati e sono libera. Voglio dormire, ma non c’è modo di fermare le lacrime. Sono sopraffatta. Guardo la mia camera accogliente e so che se non fossi vaccinata sarei in terapia intensiva. Sento la solitudine di chi ha lottato in altre stanze, magari voleva urlare mentre non aveva aria per respirare. È disperante, per chi è nella stanza, per chi è oltre il vetro. Sono morti così, da soli, in tanti, troppi. Le ho raccontate in trasmissione le bare di Bergamo e non trovavo le parole. Adesso quelle storie, quelle vite, quelle solitudini mi feriscono senza rimedio. Mentre scrivo sto meglio, i farmaci stanno facendo il loro lavoro, il corpo risponde. Piano piano recupero le forze. Mi era già successo in passato di sentirmi vicina, vicinissima, al burrone. Guardare giù è terrorizzante, ma il burrone sa blandire. Promette pace, è un imbroglio. Sarà per un’altra volta. Felice anno nuovo, abbiate cura di voi".


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