“Io sono sempre lo stesso/ sempre diverso”. “Ho tante cose ancora da raccontare/ per chi vuole ascoltare”
di Giuseppe Pitrolo
Certi artisti sono come il fuoco, il monte Rosa, la nutella: semplicemente ESISTONO.
Fra questi C’E’ Francesco Guccini, che scrive canzoni da mezzo secolo (“L’antisociale” è del 1961) e da decenni è fedele a se stesso in una sorta di classicismo gucciniano.
Nato il 14 Giugno 1940 a Modena, passa i primi cinque anni della sua esistenza a Pàvana (paesino sull’Appennino pistoiese cui resterà sempre legato), presso i nonni, per tornare nel 1945 a Modena e trasferirsi nel 1961 a Bologna.
Nel 1957 aveva iniziato a suonare in un complesso, gli Hurricanes, che eseguiva classici del Rock & Roll e da cui nascerà l’Equipe 84, che nel 1966 porterà al successo “Auschwitz” (scritta da Guccini nel 1964); “Noi non ci saremo” (1966) diviene una delle prime hit dei Nomadi; e Guccini scrive canzoni anche per Caterina Caselli, Gigliola Cinquetti, Bobby Solo,…
La formazione del nostro autore è eclettica. Parte dal “mito americano” degli Hemingway (che fa rimare con “ormai”) e dei Kerouak per arrivare al blues, a Woody Guthrie, a Dylan, fatti in-crociare col folk italiano, con gli improvvisatori emiliani, con Gozzano, Montale, Borges, Barthes (che fa rimare con Descartes)…
De André, infatti, era più genialmente multiforme, ma Guccini (Umberto Eco dixit) “è il più colto dei cantautori in circolazione”, è il mago delle parole (che mette in rima “amare” e “Schopen-hauer”!).
Cantastorie, novelliere col gusto dell’affabulazione, nel 1989 esordisce naturalmente come bravo romanziere con “Cronache epafaniche”, il cui titolo innesta Pàvana su Joyce: questa è difatti la caratteristica di Guccini e dei migliori narratori italiani: raccontare la provincia e le microstorie con uno sguardo internazionale, “fra la via Emilia e il West”.
E una vera narrazione è “La locomotiva”, che da decenni chiude i concerti di Guccini, espo-nente della sinistra anarchica, libertaria; ma pure ecologista con vent’anni d’anticipo (“Il vecchio e il bambino” è del 1972: “e in questa pianura/ fin dove si perde/ crescevano gli alberi/ e tutto era verde”): in Guccini i totem degli anni Settanta sono guardati da un prospettiva personale, marginale, eccentrica.
Eclettico, si diceva, ma dalla produzione coerente, che ruota su un nucleo unitario di temi: la provincia, Pàvana, Bologna, i paesaggi urbani (“Samantha”), gli esclusi, gli amici, le donne, l’amore, il passare del tempo, i ricordi, se stesso, la ricerca dell’identità.
Il suo tono è di volta in volta nostalgico, intimista, epico, ironico, disincantato, cinico, impe-gnato, indignato.
Temi e toni, ad esempio, di “Piccola città”, “L’avvelenata”, “Eskimo”, “Amerigo”, “Cirano”, “Autogrill”, “Canzone per Silvia”, “Ho ancora la forza”, “Piazza Alimonda”, “Canzone per il Che”,…, canzoni che da decenni sono la colonna sonora di più generazioni e che, come la “Loco-motiva”, continuano a “correre correre correre”…
P. S.
Nei lontani anni della mia adolescenza recitavo quotidianamente il breviario, quello “serio” in quattro volumi (con le letture di San Cipriano e Gregorio Nazianzeno).
Amavo Guccini.
Ed ero solito ascoltare musica e leggere.
Quindi un pomeriggio che ero a casa mio padre mi trovò che, con Guccini a tutto volume, leggevo i salmi del breviario. Fu spontaneo per mio padre dirmi: “Ma se proprio devi ascoltare musica, non sarebbe meglio accostare Bach al breviario?”.
Non seppi cosa obiettargli.
Trovo ora una citazione, del poeta bolognese Roberto Roversi, che giustifica il mio lontano comportamento: “Guccini è il solo cantautore che si può ascoltare mentre uno legge o studia”. O mentre prega…
P. P. S.
Racconta Umberto Eco che un francescano chiese al suo priore se potesse fumare mentre pregava: il superiore gli rispose NO.
Allo stesso tempo un gesuita chiese al suo superiore se potesse pregare mentre fumava e il generale, commosso per le dedizione, gli disse SI.
“Non ho ancora capito” se ascoltavo Guccini mentre pregavo, o se pregavo mentre ascoltavo Guccini, cioè se sono più francescano o più gesuita…
Comunque,
grazie zio Francesco.
E auguri!
Giuseppe Pitrolo
© Riproduzione riservata