Era uno dei componenti della banda: non era stato coinvolto negli omicidi. Aveva 65 anni
di Redazione
Pordenone – Pietro Gugliotta ha scelto una fine volontaria e silenziosa. Si è impiccato nella sua casa di Colle d’Arba, in provincia di Pordenone, l’8 gennaio, ma lo si apprende solo ora. È stato uno dei membri di secondo piano della banda della Uno Bianca, il gruppo armato guidato dai tre fratelli Savi e composto quasi esclusivamente da poliziotti. Anche Gugliotta era un agente della questura di Bologna, un operatore radio, entrato nelle grazie del leader, Roberto Savi, e poi finendo per non riuscire più a sganciarsi da lui, rimanendone succube, «terrorizzato», anche quando la stagione di sangue della banda, tra il 1987 e il 1991, era degenerata in una violenza senza precedenti, che causò 24 vittime e oltre 100 feriti.
Gugliotta, nato a Catania nel 1960, era stato arrestato il 25 novembre 1994, quando era in servizio alla centrale operativa della questura di Bologna.
Così disse ai processi, Gugliotta, arrestato nel 1994 insieme agli altri. Fu incriminato per strage, perché ritenuto responsabile di essere presente e operativo nel gennaio del 1990, quando la Uno Bianca mise, in pieno giorno di ritiro delle pensioni, una bomba in un ufficio postale di Bologna. Fu assolto, così come accade anche per il ferimento di Driss Akesbi, un agguato senza motivo contro uno straniero, che gli inquirenti avevano interpretato come una prova di coraggio chiesta proprio a lui dai Savi, per consentirgli di entrare nell’associazione a delinquere.
Fu condannato a 18 anni come fiancheggiatore, senza che la verità giudiziaria gli abbia attribuito alcun omicidio (o ferimento), compiuto direttamente. Ne aveva scontati 14 e, dal 2008, seguiva il programma di riabilitazione lavorando come richiesto dalla legge. Le verifiche sulla sua morte non hanno dato nessun riscontro in merito a possibili collegamenti tra il fatto e le vicende della Uno Bianca. Sembra si sia trattato di un suicidio per questioni personali, in cui non è stato trovato alcun messaggio d’addio.
D’altra parte, è impossibile non notare la sovrapposizione temporale di questo gesto con la riapertura delle indagini sui Savi, i loro complici e i loro mandanti. Il fascicolo per concorso aperto nel 2023 in procura a Bologna, interessava certamente anche le azioni di Gugliotta, anche se al momento non ci sono indagati. In questo contesto, si inserisce anche l’anomala iniziativa di Roberto Savi, che lo scorso martedì ha concesso un’intervista dopo decenni di silenzio al programma Belve Crime di Francesca Fagnani. In quel colloquio, quello che gli investigatori avevano soprannominato «Il Corto» nel corso delle prime indagini, ha ammesso che la Uno Bianca agiva anche per conto dei servizi segreti e che la rapina all’armeria di via Volturno, in centro a Bologna, era un’operazione mirata ad uccidere l’ex carabiniere Pietro Capolungo e non un furto.
Molti tra i parenti delle vittime, sdegnati dalle parole e dagli atteggiamenti mostrati da Roberto Savi in tv, hanno interpretato le sue dichiarazioni come un messaggio rivolto all’esterno, il cui senso, in sintesi, è quello di volersi vedere riconoscere uno sconto di pena, altrimenti, avrebbe svelato segreti che ancora non ha mai confessato e di cui anche Gugliotta poteva essere a conoscenza. In questo senso, si indaga a Bologna.
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