Attualità
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29/04/2013 23:09

Bella, barocca e inconcludente

Un reportage di Mariano Maugeri

di Mariano Maugeri

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Noto vista da Luigi Nifosì
Noto vista da Luigi Nifosì

Scicli – «Il Trentino-Alto Africa: quando nell’Europa continentale cade la neve nel sud-est siciliano sbocciano le orchidee». Il botanico Paolo Uccello enfatizza l’estasi per questo giardino di pietra barocca che è il Val di Noto. Una successione di chiese, cattedrali, basiliche, monasteri e palazzi nobiliari che istigano all’utilizzo del lessico gastronomico e botanico, tanta è la varietà e la successione di quinte, frontespizi e campanili biscottati dal sole che questo incrocio tra natura e architettura riesce a dispiegare.

La commestibilità del Val di Noto potrebbe essere il paradigma economico attraverso il quale descrivere un distretto culturale che in teoria dovrebbe generare ricchezza in quantità industriali. In teoria. Perché Pietro Valentino, ordinario di Economia politica al-la Sapienza e studioso dei distretti culturali, stronca sul nascere ogni velleità: al massimo, nella Val di Noto, «si parla di politiche di marketing territoriale rivolte al turismo». Prova ne è che l’unico, o uno dei pochissimi imprenditori che vive di cultura risponde al nome di Fabrizio Rubino, un appassionato editore siracusano che insieme con il fratello edita in grande solitudine la rivista patinata «le Sicilie», una sorta di lirica fotografica (e non solo) del sud-est.

L’universalità del barocco colpisce più gli stranieri che gli italiani. Sul corso Vittorio Emanuele di Noto è usuale incrociare le troupe televisive nipponiche con attrezzature sofisticatissime: i giapponesi registrano come un sismografo ogni ricamo del roccocò per spiegare ai loro connazionali che dopo un devastante terremoto – in questo caso quello del 1693 che rase al suolo la parte orientale dell’isola – un territorio può rinascere più bello e affascinante di prima.

Il riferimento a Fukushima è chiaramente voluto. Noto, Scicli (il set del commissario Montalbano che in queste settimane fa da sfondo al primo lungometraggio della cineasta modicana Alessia Scarso dedicato a Italo, un cane randagio sciclitano), Modica e Ragusa Ibla si offrono generosamente alle telecamere: il certosino lavoro di restauro e tutela di un immane patrimonio artistico ormai si può dire compiuto. Corso Vittorio Emanuele a Noto e via Francesco Morrnino (o Mormina) Penna a Scicli, due delle strade simbolo del distretto, sono tirate a lucido: ristrutturate le chiese (rifare la cattedrale di Noto dopo il crollo della cupola nel 1994 è costato oltre 40 milioni), rinfrescate le facciate dei monasteri, dipinti i maestosi portoni in legno. Un nitore e una pulizia quasi nipponici confermati dai legami strettissimi tra Tokyo e Noto: sei dei diciotto maestri infioratori che quest’anno addobberanno la storica salita di via Nicolaci arrivano proprio dal Giappone. Qui tutti scandiscono i mesi dell’anno a seconda della fioritura del mandorlo – che in Val di Noto sboccia a fine gennaio – e quella dei ciliegi giapponesi: «Quest’anno in Giappone c’è una fioritura anticipata», racconta come se parlasse del suo giardino di casa Carlo Assenza, fratello del pasticcere alchimista Corrado e autore di un progetto per la difesa della mandorla di Avola sottoscritto, tra gli altri, da Carlin Petrini di Slow Food e dallo storico Salvatore Settis.

Est, est, est. La rotta è senza indugi a Oriente, dal mar del Giappone alle montagne del nord-est, e sull’onda di una predestinazione il distretto già nel 2002 aveva assunto il nome di Sud-Est. Un appellativo santificato dalle battute dei pensatori netini, sciclitani e modicani, che si meravigliano della meraviglia del cronista sulla liaison siculo- nipponica: «Ci sono più affinità tra noi e il Giappone di quante ce ne siano tra siciliani e piemontesi». È il gusto del paradosso, ma le assonanze con l’etica confuciana finiscono qui.

Il caos pirandelliano prende il sopravvento non appena si tenta di mettere a fattor comune questo imbarazzante patrimonio di bellezze. Il punto di partenza, ma in realtà anche di arrivo, fu l’inserimento di 16 Comuni e 3 siti Unesco (Val di Noto, Siracusa e Pantalica) nella world heritage list dell’Unesco. Era il 2002. E per la prima volta l’Unesco chiese l’elaborazione di un piano di gestione che fosse propedeutica al riconoscimento. Alla stesura del progetto, che si poneva come obiettivo la governance del territorio, parteciparono16 Comuni, cinque Province, 3 siti Unesco (Val Di Noto, Siracusa e Pantalica e la Villa del Casale di Piazza Armerina).

Da allora poco o nulla è cambiato nelle politiche di valorizzazione culturale del distretto, tranne le estemporanee decisioni di Comuni, Province e Regione che hanno gemmato un’infinità di associazioni di scopo, consorzi, enti pubblici e privati che sovente si sovrappongono o si elidono l’un con l’altra, come se i cromosomi della Grecia classica contenessero una condanna perpetua all’inazione.

La summa di questa babele è rappresentata dall’associazione culturale Sud-Est, alla quale partecipano di diritto i sindaci di Noto, Scicli, Modica, Palazzolo Acreide, Militello Val di Catania, Caltagirone, Catania e Ragusa. «Un carrozzone» lo bolla il sindaco di Noto Corrado Bonfanti. Che aggiunge: «L’errore peggiore che si potesse fare è stato quello di considerare l’inserimento nella lista Unesco un punto di arrivo e non di partenza».

Ci si muove in ordine sparso, nella migliore tradizione sicula. La Regione siciliana, poi, è una babele. «Parliamo del rito lombardiano o di quello crocettiano?», chiedono gli interlocutori come se fosse la domanda più scontata del mondo. Sì, perché Crocetta si diverte a smontare quel po’ che ha costruito Raffaele Lombardo, che a sua volta aveva fatto a pezzi il lavoro di Salvatore Cuffaro. In una mescolanza di uomini, incarichi, poltrone e riorganizzazioni che, solo per fare un esempio, ha visto passare l’ex sovrintendente ai Beni culturali di Caltanissetta e Ragusa al ruolo di direttore generale dell’assessorato alle Attività produttive di Palermo. Uomo poliedrico, l’architetto Alessandro Ferrara, che vanta un rapporto personale con Crocetta cementato ai tempi in cui il neogovernatore era sindaco di Gela, in provincia di Caltanissetta. Lombardo si era distinto per l’istitzione dei distretti turistici che avrebbero dovuto attingere ai fondi Ue per un controvalore di 40 milioni. Peccato che di distretti turistici in Siciliane siano stati creati 26, tra i quali il Val di Noto, che si dovranno spartire un misero bottino da 1,5 milioni ciascuno.

La Regione è il cancro, le Province la metastasi», sintetizza l’instancabile Beppe Savà, responsabile dell’ufficio stampa Unesco in Val di Noto, dirigente all’assessorato alla Cultura di Scicli e alter ego del sindaco-chirurgo Franco Susino. Difficile trovare opinioni dissonanti. Costanza Messina, trentenne vicesindaco di Noto, assessore alla Cultura e agitatrice culturale, fa una comparazione: «L’operazione è quella di traghettare i siciliani dal medioevo alla società moderna». Per trovare posizioni mediane si deve tornare nei ranghi dell’amministrazione regionale: «La macchina amministrativa siciliana dei beni culturali è in movimento» assicura Orazio Micali, sovrintendente a Siracusa. Sì, ma in quale direzione? In Val di Noto citano ancora Gesualdo Campo, boss lombardiano della sovrintendenza regionale, che creò dal nulla 26 parchi archeologici regionali senza un euro in cassa. «Mancavano pure i soldi per ripulirli dalle erbacce», sentenzia Anna Maria Sammito, archeologa nei ranghi della soprintendenza e assessore a Modica. La Sammito accoglie gli ospiti nel palazzo della cultura, scale settecentesche e una sfilza di gigantografie del poeta premio Nobel Salvatore Quasimodo, modicano di nascita. Al primo piano sono raccolti dei reperti che l’archeologa definisce «soprammobili», dunque di nessun valore. La conclusione è scontata: «Con la cultura non riusciamo a guadagnarci la pagnotta, questo è assodato. A Modica siamo in guerra: lo studio del sindaco un giorno sì e uno no è occupato dai netturbini in rivolta che reclamano il pagamento dello stipendio e dalle famiglie indigenti che non sanno come pagare le bollette». I funzionari regionali, che conosce da vicino, li liquida con tre aggettivi: «Litigiosi, dispersivi, astratti». Viene in mente la profezia di Giuseppe Tomasi di Lampedusa sui siciliani: «La loro vanità è più forte della loro miseria». Un’affermazione vera a metà. La crosta, poco a poco, si sta spaccando. A spingere verso l’alto è una nuova leva di politici giovani, acculturati e decisi a cambiare le cose: Giuseppe Savà, Costanza Messina e Anna Maria Sammito sono quel «raggio di sole», per dirla con Quasimodo, in grado di trafiggere il medioevo e riportare nella contemporaneità questa valle incantata.

 

Idea vincente a Scicli

 

Un sociologo-imprenditore. O, se preferite, un sondaggista-albergatore. Ezio Occhipinti da Scicli, laurea in sociologia con Ilvo Diamanti a Urbino e poi un passaggio alla SWG di Trieste, a un certo punto decide di chiudere con la sua eterna migrazione. Torna al paesello e cerca di capire che co-sa manchi nello stabulario del tardo barocco del Val di Noto. Idea: l’albergo diffuso. Famosi quelli di Santo Stefano di Sessanio, in Abruzzo, e Santolussurgiu in Sardegna. In Sicilia ce ne sono solo tre, e con numeri piccolissimi. Occhipinti sa solo una cosa: il suo progetto deve essere un modello di imprenditoria sostenibile. Le regole degli alberghi diffusi sono severissime: gli appartamenti devono trovarsi tutti nel raggio di pochi metri dal centro storico, l’ombelico di una delle piccoli-grandi capitali del barocco isolano. All’inizio nessuno dei proprietari vuol saperne. Lui gioca a carte scoperte. E propone patti chiari e amicizia lunga: noi ci mettiamo il lavoro, voi le case. I guadagni li dividiamo a metà. Regole semplici e oneste. A ripulire gli appartamenti ci pensa una coop di ragazzi sordomuti addestrati da Ilenia, una socia di Ezio laureata in Economia del turismo a Rimini, che per pagar-si gli studi faceva la cameriera negli alberghi della riviera romagnola. Posti di lavoro di giovani diversamente abili che si sommano a posti di lavoro. Al mattino tutti gli ospiti consumano il breakfast preparato dai soci di Ezio e Ilenia al bar Millenium, in via Mormino Penna, esattamente di fronte al Comune di Scicli che nel set di Montalbano è la sede del commissariato di polizia di Vigata. Anche nella prima colazione Ezio ha innovato, creando un circuito di produttori che offrono le loro migliori materie prime (dalla ricotta alla mozzarella, dalle olive alla cioccolata) agli ospiti dell’albergo diffuso. Spiega Ezio: «È fondamentale valorizzare le imprese locali: quest’area della Sicilia è l’orto d’Italia». Nasce così la colazione diffusa, il pranzo diffuso e le degustazione diffusa. I risultati non si sono fatti attendere: la scorsa estate 1.200 turisti entusiasti hanno dormito e consumato la prima colazione.

Ora, al bar Millennium, che è anche il quartier generale di Ezio e Ilenia, c’è la fila di proprietari di immobili del centro storico che offrono i loro appartamenti per ospitare i viaggiatori. Ai quali il sociologo di scuola urbinate, tanto per non perdere l’abitudine, ha somministrato un questionario preparato da lui medesimo. Scoperta: il 92% sono laureati, moltissimi dei quali stranieri. Il target agognato per Scicli e la Sicilia. Un’idea tira l’altra: perché, alla luce del successo di pubblico e critica, non allargare l’iniziativa anche alle case non barocche e al di fuori del centro storico? Il progetto si chiama Scicli ospitalità diffusa. Stavolta non c’è stato alcun tentennamento. E la proposta ha ricevuto una valanga di adesioni entusiaste da parte degli sciclitani. Che grazie a Ezio hanno scoperto il business di diventare albergatori a costo zero. 

 

 

Le foto di Noto, e di Mariano Maugeri alla Croce, sono di Luigi Nifosì