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29/06/2012 19:59

Bipersonale di Caruso e Mignemi alla Koinè

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Inaugurazione sabato 30 giugno alle 21

di Redazione

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Ilaria Caruso, Alessandro Mignemi
Ilaria Caruso, Alessandro Mignemi

Scicli – Si inaugura sabato 30 giugno alle 21,30 alla galleria Koinè la bipersonale di Ilaria Caruso e Alessandro Mignemi. 

Ilaria Caruso, nella sua ricerca espressiva, indaga le miniere asfaltiche di Castelluccio e Tabuna, ricomprese tra i territori di Scicli, Modica e Ragusa. 

Una ricerca fatta di suoni, colori e segni. I suoni sono striduli, taglienti e corposi. Le stesure di colore sono spezzate da geometrie, sono una ripetizione sistematica, quasi matematica di pieni e vuoti, spessori diversi e dinamica composta, confacente ad un tracciato musicale. Principi che stimolano segnali ed emozioni specifiche, che accompagnano liberamente l’immaginazione del fruitore così da creare egli stesso una mappa sonora. Nell’installazione quattro miscugli squadrati di pietra asfaltica, disposti a terra a formare una croce greca, diffondono suoni naturali, registrati all’interno delle Miniere asfaltiche. 

L’audio dell’installazione comprende il suono dato dall’acqua che gocciola dal soffitto e sbatte su dei piatti circolari di diverse misure in lamiera, sopraelevati da terra, dando origine a una sinfonia ambientale. 

Un’indagine, che osserva il linguaggio uditivo e quello visivo, che osserva il legame tra codici che plasmano il nostro paesaggio sonoro. Linguaggi archetipi presenti nella vita dell’uomo sin dall’origine e che si modificano con egli. 

 

Miniere Asfaltiche 

 

Le miniere asfaltiche denominate in gergo locale “miniere di pece”presenti nel territorio ragusano in Sicilia, sono situate nella contrada Tabuna a cinque chilometri da Ragusa, a circa trecento metri dal livello del mare e a confine con la Valle dell’Irminio. 

Il ritrovamento di antichi reperti costituisce una testimonianza certa che la lavorazione della pietra asfaltica ragusana avvenisse sin dall’epoche pre-elleniche. Sembra che il suo impiego si sia intensificato a partire dal XVI secolo a fini decorativi all’interno di chiese e poi dopo il terremoto del 1693 nella ricostruzione dell’antico paese di Ibla. Oltre ad essere utilizzata a fini decorativi all’interno della chiesa di San Giorgio e del castello di Donnafugata, la pietra asfaltica fu utilizzata per la pavimentazione di numerose abitazioni del centro storico e nell’edilizia in genere. Dalla metà dell’ottocento le proprietà della pietra asfaltica furono maggiormente 

apprezzate per la possibilità di trarne derivati ampiamente collocabili in ambito internazionale. Tra il 1880 e il 1900 la produzione delle industrie asfalti fere di Ragusa salì progressivamente dalle 4.000 alle 80.000 tonnellate. In quegli anni gran parte della produzione era esportata all’estero, costituita da roccia grezza, da polvere ottenuta dalla macinazione della roccia, da mattonelle di compresso e da mastice di asfalto. Nel 1903 la Compagnie Générale des Asphaltes de France cedette le sue miniere alla società la Val de Travers Asphalte Paving Co. Ltd., una delle più antiche imprese di pavimentazione stradale, che possedeva giacimenti simili in Francia e Svizzera. Inoltre tra il 1904 e il 1907 s’insediarono nel territorio siciliano altre due società tedesche: la fratelli Kopp di Berlino e la Weyss e Frytag di Neustadt, entrambe interessate a produrre materia prima da trasformare e da utilizzare nell’attività principale esercitata dalle stesse aziende tedesche: nel comparto edilizio e delle pavimentazioni stradali. La produzione di roccia asfaltica, dopo aver raggiunto le 135.000 tonnellate nel 1912, si ridusse sensibilmente tra il 1913 ed il 1915, passando dalle 112.621 alle 25.670 tonnellate e, dopo l’entrata in guerra dell’Italia(I guerra mondiale), subì ulteriori drastiche riduzioni. Cessata la guerra, grazie alla forte richiesta estera e alla crescente domanda interna, si ebbe la rapida ripresa del comparto. Nel periodo fascista, al rafforzamento delle principali aziende asfaltiche si accompagnò il crescere di numerose imprese minerarie minori incoraggiate, oltre che dalla possibilità di smercio di roccia asfaltica e derivati, anche dalla politica adottata dal regime a sostegno del settore. Erano quelli gli anni in cui gli sviluppi quantitativi della produzione mineraria italiana toccarono i loro massimi, grazie ad una congiuntura nazionale e internazionale piuttosto favorevole alla collocazione della relativa produzione a prezzi remunerativi. A partire dagli anni 1929-1930 prese, però avvio una rapida inversione di tendenza nelle sorti del comparto, i cui ritmi di sviluppo crollarono tra il 1932 ed il 1933. In seguito vi fu una ripresa, nel 1934, grazie alla strategia adottata dallo stato e per i vari finanziamenti che permisero l’acquisto di nuovi macchinari. A partire dai primi anni Sessanta, tuttavia, gli equilibri faticosamente raggiunti dalle aziende asfaltiche cominciarono ad essere minati dal crescente spostamento degli interessi della società verso il campo della petrolchimica. L’attività nelle miniere è stata chiusa ormai da anni, ma l’intensa attività di estrazione della pietra asfaltica per un periodo così prolungato, ha regalato al territorio, incantevoli grotte e cunicoli che attraversano l’altopiano ragusano. 

 

Alessandro Mignemi

La connessione alla tecnologia in senso biologico è ciò che nelle opere di Alessandro Mignemi si percepisce immediatamente, l’uomo che studia se stesso in laboratorio, ne osserva i meccanismi e le dinamiche , computa i dati, li cataloga, si avvale di alta ingegneria nel mettere a fuoco con occhi più acuti ciò che normalmente sarebbe impossibile osservare.

Fluidi, reazioni, tracce, sono l’essenza della ricerca, della tecnica (nel senso greco del termine). L’intuizione di Alessandro stà proprio nel voler dare un volto, un valore estetico a quel mondo, le cui ricerche hanno abbandonato da tempo i laboratori per avere luogo inosservate tra la gente comune.