Cultura
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27/07/2008 16:51

Camilleri. La finestra sul cortile. Quinta puntata

di Redazione

Riassunto della quarta puntata

Il corso d’aggiornamento è ormai alle porte. Montalbano acquista il biglietto dell’aereo ma dopo aver saputo della presenza di numerosi vuoti d’aria nel tragitto Palermo-Roma decide di optare per il treno. All’agenzia di viaggi però riceve una brutta notizia: cuccette e vetture letto sono tutte prenotate. C’è ua sola alternativa: la nave. Montalbano è costretto ad imbarcarsi la sera stessa. L’indomani, alle dieci dl mattino, è già a Roma…

Quinta puntata

Passò tutta la santa jornata in un cammarone della Scuola di polizia indove Antonin Verdez, il belga capocorso, parlò senza firmarisi un momento dalle unnici del matino alle setti di sira, fatta cizzione di un’orata per mangiare (discretamente) alla mensa in una tavolata che era ‘na riproduzione, in piccolo, della torre di Babele in quanto che si sintiva parlare in francisi, spagnolo, tedesco, ‘nglisi, olandisi e macari in qualichi altra lingua che non accapì.

Alle setti, intordonuto e con la testa che gli fumava, pigliò la baligia, chiamò un tassì e si feci portare in via Oslavia. L’appartamento che Gianni Viola gli aviva ‘mpristato s’attrovava al quarto piano di un palazzone di sei e consisteva in un ingressino, un saloni, ‘na cucina abitabile e in un bagno capace. Era pulitissimo, mobili gradevoli, granni finestre che di jorno avrebbiro fatto tanta luci. L’appartamentino gli assollivò lo spirito, gli faciva simpatia, capiva che ci si sarebbe attrovato bono. Sbacantò la baligia, mise la robba nell’armuar e pò annò in cucina. Non l’avrebbe usata se non la matina, quanno sarebbe annato a farisi il cafè. Dintra a un pensile attrovò la machinetta, il cafè e lo zucchero. Era a posto. Si fici ‘na bella doccia, si cangiò d’abito e niscì. Si fici tutta via Oslavia e notò che c’era un sulo ristorante. A parti ‘na grossa pizzeria. Però Gianni, e questo se l’arricordava beni, gli aviva ditto che ce n’erano tanti. Forsi s’attrovavano nelle vicinanze. E infatti in una via che si chiamava Montesano ne vitti tri di fila coi tavolini supra al marciapedi e tutti e tri molto affollati, signo che si mangiava bono. Quindi, a conti fatti, tra via Oslavia e via Montesano aviva quattro ristoranti a disposizioni epperciò si disse che ne avrebbe cangiato uno a sira. Ma da indove accomenzare? Si sintiva però stanco del viaggio e della jornata passata ad ascutare a Verdez, il chiacchiario delle pirsone assittate ai tavoli gli avrebbe fatto viniri il malo di testa, accussì addecise di accatarisi ‘na pizza e portarisilla in casa. Quanno arrivò ‘n cucina, trasferì la pizza dal cartone in un piatto e accomenzò a mangiare. In frigo aviva attrovato ‘na buttiglia di bianco e si nni servì. A Gianni l’avrebbi riaccatata. Fu mentri era arrivato a mità pizza che gli capitò d’isari l’occhi e di taliare la finestra che aviva davanti.

La finestra dava su un cortile che doviva esseri granni assà. Dal posto indove lui stava assittato, contò sidici finestre e tri balcuni. Siccome che faciva cavudo, erano tutti aperti. Per lui era ‘na vera e propia novità. A Marinella, quanno mangiava, non vidiva altro che la pilaja e il mari. E prima d’esseri trasferito a Vigata era stato sempri o in case isolate o in palazzi senza cortili. Finita ch’ebbi la pizza, annò alla finestra. Il cortile era granni come aviva pinsato, c’era un arbolo a mano dritta che ne tagliava la parte destra, ma ‘nzumma, non si potiva lamintari. Aviva a disposizioni vintisei finestre e cinco balcuni. A taliarici dintra, si vidiva un munno intero che mangiava, parlava, tilefonava, discutiva, nisciva, trasiva…

Lavò il piatto e le posate e doppo si spostò nel saloni. Gianni aviva ‘na televisioni satellitare. S’assittò supra alla pultruna che c’era davanti e addrumò il televisore. Passò accussì un dù orate a taliare ‘na pillicola miricana indove c’era un polizziotto che non ne sbagliava una e alla fini arrinisciva ad ammazzari a setti gangster da sulo. ‘Na minchiata sullenne. La pizza però gli aviva mittuto sete e allura si susì per annare a vivirisi un dito di vino. Ma appena che fu nella cucina, l’occhio gli cadì alla finestra. Molte luci ora erano astutate. Un balcuni però, quello che gli stava propio d’infacci, era in piena luci e si vidivano dù picciotti, un mascolo e ‘na fimmina, trentini, che ancora stavano assittati benchè avivano finuto di mangiare. Era chiaro che stavano discutenno arraggiati, a un certo momento lui detti ‘na gran manata al tavolo tanto forti che ‘na posta cadì ‘n terra. Montalbano ne ristò affatato, era come vidiri un film muto. Dovivi circari di capiri quello che stava capitanno sulo da quello che vidivi. Lei si susì, accomenzò a pigliari sgarbata i piatti e i bicchieri e niscì di campo. Certo era annata a metterli nel lavello che però era tagliato fora. Il picciotto continuò a parlari agitato. Lei trasì novamenti in campo e si calò, vicinissima a lui, per pigliare la posata che era caduta ‘n terra. Era ancora calata a mezzo mentri che si stava risusenno che lui ne approfittò per darle ‘na timpulata. Lei non fici nè ai nè bai: semplicementi tentò d’infilargli in un occhio la forchetta che aviva ‘n mano. Lui le affirrò il polso e si susì. Lei arriniscì a ricambiare la timpulata con la mano libera. S’agguantarono feroci. E con la stissa ferocia si vasaro. E non la finero cchiù. ‘Na vasata cchiù longa di quella di Notorius. Po’ Montalbano, strammato, vitti che lui la stinnicchiava supra al tavolino… Allura annò a vivirisi il vino. Quanno ripassò davanti al balcuni, le luci erano astutate.