Da D&G a Prada, da Adidas a Versace passando per Gucci
di Redazione
Milano – Ancora la moda nel mirino. Altri 13 grossi gruppi finiscono sotto la lente della Procura di Milano. Nella tarda serata di martedì 2 dicembre, i carabinieri del nucleo per la Tutela del lavoro, su mandato del procuratore Paolo Storari, hanno fatto irruzione nelle sedi aziendali chiedendo la documentazione che attesti l’effettuazione di controlli su sicurezza e legalità lungo la filiera. Nell’arco di pochi giorni le società dovranno quindi fornire agli inquirenti quanto richiesto, e, su quella base, la procura valuterà quali richieste avanzare al giudice: se un’amministrazione giudiziaria, sulla base del Testo unico antimafia, o un’accusa vera e propria di caporalato, sulla base della legge 231. Hanno ricevuto richiesta di consegnare la documentazione Missoni, Off White operating, Adidas Italy, Yves Saint Laurent manifatture, Givenchy Italia, Ferragamo, Versace, Gucci, Pinko, Prada, Coccinelle, Dolce&Gabbana, Alexander McQueen.
La procura ha rilevato in tutte le indagini svolte numerosi episodi di «utilizzo di manodopera di etnica cinese in condizioni di pesante sfruttamento», che ha «prestato la propria attività» a favore delle società elencate. Nei tanti opifici visitati in varie regioni italiane (prevalentemente Lombardia, Toscana, Marche) sono state raccolte testimonianze e rilevate situazioni di illegalità e rischiosità. Tantissimi i nomi dei lavoratori sottopagati elencati nelle richieste di consegna, sfruttati per tante ore al giorno, costretti a lavorare in situazioni igieniche precarie e senza sistemi di protezione, senza riconoscimento di contributi e straordinari, in condizioni di fragilità perché spesso sotto il ricatto della clandestinità.
Ai grandi brand viene dunque chiesto di consegnare: visure camerali, contratti, organigrammi, descrizioni delle funzioni aziendali, verbali dei cda da gennaio 2023 ad oggi, verbali dei collegi sindacali da gennaio 2023 ad oggi. A questo si aggiungono i documenti su sistemi di controllo interni, con l’indicazione di procedure di accreditamento e selezione di fornitori di materie prime, beni e servizi e il piano di attività di Internal Audit e i relativi risultati, i piani di monitoraggio e tracciabilità, l’elenco dei fornitori e i bilanci 2023-2024 (più quello di sostenibilità). Quello che in sostanza sembra di leggere tra le righe è la sollecitazione, da parte della procura, a un’autonoma «messa in regola» da parte delle aziende.
Non si fermano quindi le inchieste che hanno come obiettivo mettere a nudo e fermare filiere di appalti e subappalti caratterizzate da grave sfruttamento. I primi grossi brand commissariati sono stati Alviero Martini, Armani operations, Valentino Bags, Manifacture Dior. Anche per Tod’s era arrivata la stessa richiesta ma in questo caso l’amministrazione giudiziaria è stata negata dal tribunale per motivi di competenza territoriale (le indagini sono in Lombardia e nelle Marche) e per questioni di merito relative alle prime fasi dell’inchiesta (rivolta essenzialmente alla manifattura delle divise interne e non di prodotti in vendita sul mercato). Poi però l’inchiesta è proseguita, fino ad arrivare alla prima vera accusa di caporalato diretta a manager della stessa casa di moda, non più solo agli opifici della filiera di fornitura.
A parte il caso Tod’s, che sta avendo sviluppi inediti, le amministrazioni giudiziarie non partono dall’accusa di caporalato rivolta ai grandi brand, ma dalla constatazione che non sono stati effettuati sufficienti e efficaci controlli lungo la catena dei fornitori e dei subfornitori, permettendo così nei fatti che gravi casi di illegalità venissero ignorati se non addirittura tollerati. L’amministrazione giudiziaria, che in alcuni casi è già stata superata, ha quindi come obiettivo la creazione di un albo «sano» di fornitori. Altra cosa è invece l’accusa di caporalato, di cui i manager eventualmente accusati devono rispondere personalmente nelle aule del tribunale, all’interno di un possibile processo.
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