le salite, perché sei diventato un campione, e affronti competizioni sempre più difficili. Ma c’è Gesù, come su un’auto, dietro di te, a seguire la gara. E Lui ti incita, e ti sostiene. Corri, inizi a soffrire sul serio, ma sai che ne vale la pena, perché la tua responsabilità è immensa.
La gente, ai lati del tracciato, davanti ai televisori, dappertutto, ti vuole vincente. E se molli, pure loro rischiano di mollare, e non credere più in nulla. Ma tu, che corri, non sei un robot. Sei soltanto un uomo, con tutti i suoi limiti, e le sue debolezze. Ti si chiede il massimo, e qualcosa di più.
Sai di avere, alle spalle, un predecessore, e un amico, Karol, che ha compiuto una scelta: resistere sino al “martirio”, anche a costo di tagliare il traguardo distrutto. E’ stato meraviglioso, per noi, vedere un uomo, tanto devoto a Dio, da lottare contro ogni forma di sfinimento, fisico e psicologico.
Ma sai bene, Joseph, che è altrettanto meraviglioso, in una gara, correre finché le gambe reggono, e poi attuare una staffetta, perché la Chiesa è una grande “squadra”, e il singolo deve adattarsi al collettivo. Se c’è qualcuno, più fresco di te, bisogna passargli il testimone, negli interessi della “squadra”.
Sant’Agostino scrisse: “Tendi ad andare avanti, a non desistere. Se l’ultimo giorno non ti troverà vincitore, ti trovi per lo meno ancora combattente, non catturato e fatto schiavo” (Discorso 22 sul Salmo 67). Ma l’ultimo giorno lo si vive tutti da uomini, e non da Papi, e, come uomini, si viene giudicati.
La tua corsa, Joseph, continua, per quanto non più visibile alla folla, senza le luci della ribalta. Ci hai lasciato tanti libri preziosi, e altri ne lascerai, proseguendo non in uno “stadio” gremito, ma su un prato verdissimo, attorniato da poche persone care. E non sarà, per questo, una corsa meno importante.