Economia
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20/09/2026 11:01

Caro carburanti, il gasolio negli USA raggiunge un record di $6,06 al gallone

La capacità di raffinazione si sta riducendo proprio mentre il mercato avrebbe bisogno di maggiore flessibilità.

di Redazione

Dalle discussioni da bar all’evidenza dei numeri: ecco perché la benzina è alle stelle

A un certo punto le discussioni da bar devono lasciare spazio ai numeri. E quelli del mercato petrolifero raccontano una storia molto più complessa della semplice corsa del prezzo alla pompa.

Negli Stati Uniti il diesel ha raggiunto il record di 6,31 dollari al gallone, mentre le scorte hanno toccato livelli storicamente bassi. Secondo JP Morgan, dall’inizio del conflitto con l’Iran le riserve mondiali di greggio e prodotti raffinati sono diminuite di circa 555 milioni di barili. La stessa banca ammette oggi di non avere più uno scenario di riferimento chiaro per prevedere come e quando questa crisi potrà concludersi.

È la fotografia di un mercato sottoposto contemporaneamente a tensioni geopolitiche, interruzioni delle forniture, difficoltà nella raffinazione e riduzione delle scorte. E quando a diminuire non è soltanto il greggio, ma soprattutto il prodotto raffinato, l’effetto arriva rapidamente alla pompa.

C’è poi un altro elemento, meno visibile ma decisivo: la capacità di raffinazione si sta riducendo proprio mentre il mercato avrebbe bisogno di maggiore flessibilità.

In Italia, negli ultimi anni, diversi impianti sono stati chiusi o convertiti e la capacità complessiva è scesa; in Europa il processo di razionalizzazione prosegue, con ulteriori chiusure e riconversioni previste.

Questo significa che, di fronte a una crisi delle forniture, non basta avere il greggio: occorre anche poterlo trasformare rapidamente in diesel, benzina e altri prodotti raffinati. E una capacità produttiva più ridotta rende il sistema inevitabilmente più esposto agli shock.

Il problema, dunque, non è soltanto quanto costa oggi un barile. È quanto petrolio e quanto prodotto raffinato resteranno disponibili domani. Ed è proprio l’incertezza sulla disponibilità del prodotto a spingere verso l’alto diesel e benzina.

L’Italia non è immune.

Il 19 settembre il prezzo medio del gasolio sulla rete stradale nazionale ha raggiunto 2,330 euro al litro. In Sicilia le rilevazioni locali si collocano ormai su livelli (medi) superiori ai 2,4 euro al litro, con differenze significative tra impianti e modalità di rifornimento.

Ma la vera questione non si ferma al banale ma prezioso interrogativo di quanto costa fare il pieno.

Ogni camion, ogni consegna, ogni pacco, ogni spesa alimentare viaggia, almeno in parte, sul prezzo del gasolio.
Quando il carburante raggiunge livelli record, il rincaro non rimane alla stazione di servizio: entra nei costi del trasporto, della logistica, dell’agricoltura e della distribuzione, fino a trasferirsi, progressivamente, sui prezzi dei prodotti finali. Quelli che troviamo al supermercato.

È così che il caro carburante può trasformarsi in inflazione lungo tutta la catena di approvvigionamento.

E allora la domanda diventa inevitabile: quando finirà? Quando arriveremo a un punto di rottura?

Oggi è difficile dirlo. L’elemento più significativo non è soltanto il prezzo raggiunto dal petrolio, ma l’incertezza sulla durata della crisi. Se persino JP Morgan riconosce di non riuscire più a individuare un chiaro scenario di riferimento, significa che le variabili in gioco sono diventate difficili da governare e, soprattutto, da prevedere.
Per questo, prima delle discussioni da bar e delle spiegazioni semplicistiche, conviene tornare all’evidenza dei numeri.

Perché questa volta il problema non è soltanto il prezzo del pieno.
È il prezzo che il pieno porta con sé, dentro tutto ciò che compriamo.