Un bellissimo studio di Giuseppe Oceano e Laura Ranieri, dell'Università di Catania
di Redazione
Ragusa – Le cave sono nate con la città e per la città: città di sassi, città di marmi, città di mattoni.
Le immagini urbane, a noi così care, i colori, le forme, dipendono in maniera diretta dai materiali estratti dalla cava: l’esperienza della ricostruzione dopo il catastrofico terremoto del 1693 nel Val di Noto dimostra come i monumenti della nostra tradizione hanno una storia simmetrica alle cave stesse. Nelle città costruite sui monti Iblei, sugli altopiani e nelle vallate che vi si aprono, la pietra è la vera protagonista dell’arte muraria, le diverse varietà di calcare sono state il supporto fondamentale di qualsiasi attività costruttiva: dei muri a secco, delle masserie e ville, dei centri urbani e delle chiese che li segnano con le loro facciate e le solenni scalinate.
Trattare il “paesaggio delle Cave” diventa, in quest’ottica, completamento dell’analisi di un territorio: una storia fatta di sottrazione dal ventre della Madre Terra (“Mater”-iale), fatta del sudore d’artefici anonimi: una storia che ancora oggi contrassegnata dal rapporto uomo-natura.
Le cave, nella storia come ai giorni nostri, sono sempre state aperte ai margini dell’abitato o fuori della città, ed i materiali sono sempre stati sottratti alla natura quasi fossero una risorsa inesauribile del territorio: il segno dell’azione umana è -soprattutto oggi- impronta sempre più percettibile.
Nel territorio Ibleo il fenomeno ha una sua specificità, dovuta al lavoro millenario delle popolazioni di adattamento e modellazione del paesaggio.
Lo studio del territorio di Scicli, ad esempeio, ha –inoltre – consentito di compiere alcune significative valutazioni circa la pratica estrattiva, non certamente riducibile a manifestazione tecnica; scavare, modellare, estrarre, sono azioni perpetrate nel territorio leggibili come paradigma della evoluzione di una civiltà, traduzione in continuità del mutare (inteso nella accezione evoluzionistica) dei rapporti uomo-contesto.
L’altopiano ibleo colpisce per le sue connotazioni di antichità e peculiarità dei luoghi. Si rimane stupiti the l’istituzione della Provincia di Ragusa risalga appena al 1926. In realtà, i dodici Comuni che ne costituiscono il territorio e che fino ad allora formavano il circondario di Modica in provincia di Siracusa appaiono tutti legati, con alterne vicende di scorpori e riannessioni, alla storia della prestigiosa contea di Modica dei Chiaramonte e dei Cabrera che dal XIV secolo fu Stato nello Stato per le ampie autonomie che godette.
Fortissima fu in essa l’unità culturale per il dialetto unico in Sicilia e per la presenza di una piccola nobiltà e di una borghesia rurale diffusa di piccoli proprietari e fittavoli: questi ultimi trasformarono l’altopiano ibleo insediandovi aziende allevatrici cerealicole, le “masserie”, e disegnandolo con una fitta ragnatela di muretti a secco costruiti per consentire la rotazione agraria e il pascolo semibrado di una razza bovina particolarmente rustica e versatile: la “Modicana”.
Fu un’idea felice quella del conte Cabrera, a metà del Quattrocento, di assegnare in enfiteusi ai sudditi le terre dell’altopiano affinché le dissodassero, dietro il pagamento di un modico canone in frumento (censo), e così reperire le dodicimila salme di grano che aveva il privilegio di esportare in franchigia. Da qui l’esplosione demografica della contea, con la forte crescita urbana di Ragusa e Modica, la successive colonizzazione della pianura di Bosco Piano e la fondazione di Vittoria da parte di Vittoria Colonna , ultima erede dei Cabrera,. Di questo periodo di grande sviluppo ci restano testimonianze architettoniche tardogotiche, e in particolare splendidi portali a Scicli nel convento della Croce, a Modica nella chiesa di Santa Maria del Gesù, e a Ragusa nel portale del San Giorgio vecchio e un’intera navata della chiesa di Santa Maria delle Scale.
Le caratteristiche della provincia sono, quindi, determinate dalla contea e dall’altopiano ibleo, la “piana” come viene chiamato. Si tratta di un tavolato di formazione calcarea con forma triangolare che ha il vertice a nord e la base a sud, in direzione del Mediterraneo; l’altopiano è poi diviso a sua volta dal profondo solco del fiume Irminio, formando così la piana di Modica e la piana di Ragusa.
La dislocazione dell’innalzamento calcareo di oltre 500 metri divide nettamente l’altopiano dalla pianura di Comiso e di Vittoria, di cui fan parte anche i territori di Acate e buona parte di quello di Chiaramonte.
E così accanto il territorio della provincia può dividersi in tre zone: la piana di Vittoria, la zone collinare di cui fanno parte i comuni di Giarratana e Monterosso Almo e la zona dell’altopiano che comprende i Comuni di Ragusa, Santa Croce Camerina, Modica, Scicli, Ispica e Pozzallo. In quest’ultima, il tavolato calcareo appare uniformemente interessato dall’erosione valliva: le “cave”, che hanno dato luogo, fin dalla preistoria, a insediamenti rupestri la cui cultura è stata definita “civiltà della cave”. Ne furono iniziatori i Siculi che parecchi secoli prima della colonizzazione greca vi si arroccarono alla confluenza dei corsi d’acqua. Cava d’Ispica, con i suoi 15 km. di grotte, testimonia il persistere di tale civiltà fino al terremoto del 1693. I ruderi di questa singolare Pompei siciliana ci dicono come “civiltà della cava” e sistema feudale si fossero fusi lungo il Medioevo.
Il terremoto del 1693 sconvolse dalle fondamenta questo mondo, ma mentre Ispica, una parte di Ragusa e Giarratana cercarono una migliore posizione rispetto al territorio e alle vie di comunicazione, Modica e gli altri centri della contea furono ricostruiti nell’antico sito. Ciò non produsse tanto una differenziazione d’ordine urbanistico, ma si rivelerà alla lunga determinante per le prospettive del futuro sviluppo.
Urbanisticamente, infatti, il terremoto non produsse una nuova concezione dello spazio, ma permise, con la ricostruzione, di dispiegare la volontà di monumentalità e di rappresentatività che la visione barocca aveva cercato di affermare nel corso del Seicento contro i condizionamenti delle precedenti persistenze, creando spesso, secondo la felice intuizione di Vittorini, suggestive “acropoli barocche” dominate ora non più dai vecchi castelli, ma dalla mole grandiose delle nuove matrici. Così è a Scicli, con la chiesa di San Matteo; così a Modica e a Ragusa, con le due chiese di S. Giorgio. Tutte e tre unite dal singolare destino di rappresentare l’ultimo canto del cigno della parte perdente nelle lotte tra fazioni, in parte religiose, in parte sociali e politiche, che divisero le tre città con conseguenze notevoli sulla ricostruzione.
A Scicli, la ricostruita Matrice di San Matteo verrà addirittura abbandonata insieme agli insediamenti rupestri del colle, e il paese subirà un leggero scivolamento a valle seguendo la posizione della nuova matrice di Sant’Ignazio.
A Modica le nuove direttrici di espansione che privilegiano il fondo valle saranno, seguite dalla nuova nobiltà aggregata attorno alla rivale parrocchia di San Pietro.
A Ragusa, infine, la più antica nobiltà dei Sangiorgiari, decidendo di ricostruire la città nell’antico sito, entrerà in contrasto violento con i “massari Sangiovannari, i quali, guidati da capi sagaci, esponenti della nuova nobiltà sortita dalla borghesia degli enfiteuti costruirà sulla vicina “spianata del Patro” la nuova città a pianta ortogonale attorno alla chiesa di San Giovanni Battista, opera, quest’ultima, di quegli stessi capi mastri Mario Spata e Rosario Boscarino autori del San Pietro di Modica. Ed è comprensibile che i più colti e raffinati Sangiorgiari ad essi contrapponessero Rosario Gagliardi, prestigioso architetto del Val di Noto, che progettò a Ragusa nel 1744 il suo capolavoro, soprattutto per I’ armoniosa soluzione della facciata-torre di cui il San Giorgio di Modica rappresenta l’esito più scenografico.
Ma mentre con “ l’attaccamento” alla cave, Modica si precluse la prospettiva di un migliore sviluppo, la scelte di une parte della popolazione di Ragusa, di fondare une nuova città, si rivelerà particolarmente felice, trovando un nuovo più produttivo rapporto col territorio, per la maggiore facilità di collegamento e una maggiore vicinanza alle risorse minerarie che verranno successivamente scoperte: l’asfalto nel 1849 e il petrolio nel 1953.
Ragusa ha, quindi, vissuto l’esperienza di entrambe le scelte: quella di continuare i modi di vita della civiltà della cave e quella di correre l’avventura della conquista di nuovi rapporti col territorio della “piana”.
Infine, negli ultimi decenni, tutta la zona costiera ha visto la formazione di una agricoltura specializzata di straordinaria importanza, quella dei primaticci in serre, di cui Vittoria è diventata il massimo centro di produzione nazionale.
Cosa accomuna i centri del Sudest? Apparentemente solo il 1693, anno della Catastrofe e della distruzione; ma anche 1693 anno zero, anno della rinascita e della ricostruzione di un paesaggio unico al mondo, sede di straordinarie architetture non murate, ma nate (Giorgio Vasari).
Il terremoto dell’11 gennaio 1693, che colpì la Sicilia sud-orientale, provocò ingenti danni al patrimonio architettonico ed urbanistico di molte città del Val di Noto ed, in alcuni casi, interi centri furono rasi al suolo azzerando la storia di questi luoghi sotto un cumulo di macerie.
All’indomani della catastrofe, questa parte di Sicilia reagì tempestivamente: in taluni casi (Noto, Avola, Ispica) interi centri vennero riedificati in nuovi e più sicuri siti, pianificati con un assetto urbano dalla forte ed inconfondibile connotazione scenografica, in altri si preferì riedificare negli stessi luoghi o nella immediata prossimità (Modica, Ragusa, Scicli) privilegiando la valenza strategica delle localizzazioni. Il tutto caratterizzato da una comunanza: il linguaggio architettonico tardo-barocco, importato dalla manualistica corrente ma reso unico dall’uso del materiale particolarmente lavorabile.
Per ciò che concerne Scicli, sebbene il terremoto avesse provocato la distruzione di gran parte della città, la ricostruzione non determinò sostanziali modifiche dell’impianto urbano; i nuovi equilibri territoriali ed una maggiore sicurezza nella difesa del territorio consentirono una riedificazione, proseguita fino all’ottocento, basata soprattutto sul recupero di ciò che era rimasto delle strutture precedenti.
Ma ruolo importante nella ricostruzione post-terremoto, fu dato dalla pietra,o meglio, dalla calcarenite dell’altopiano ibleo, con i suoi vari gradi di durezza e lavorabilità, con le sue diverse cromie: il giallo biancastro; il paglierino; il giallo oro; il grigio, il nero.
Questa varietà di materiale lapideo ha da sempre caratterizzato l’intero paesaggio ibleo in maniera totalizzante ed a qualsiasi scala percettiva: il tavolato e le sue Cave, i suoi muretti a secco, le sue masserie, le sue città, i suoi palazzi e suoi monumenti.
Tre tipologie principali di pietra, il calcare duro (il “forte”),il calcare tenero (il “franco”) e la pietra asfaltica (a “pici”), che a seconda della sue caratteristiche di lavorabilità veniva impiegata per le strutture portanti, per gli elementi decorativi, per le finiture dei palazzi e delle chiese tardo-barocche.
Tutti elementi che però non si sarebbero ottenuti senza le mani esperte di “pirriatori” (cavatori), scalpellini, scultori che affiancavano gli architetti, gli ingegneri e i capimastri.
Fu proprio in questa fase che vediamo il fiorire di una architettura che porta insieme con se elementi della civiltà meridionale, con consuetudini e comportamenti omogenei, ed elementi provenienti da varie parti d’Italia e d’Europa.
La ricostruzione settecentesca si avvarrà soprattutto di capimastri e scultori, formatisi sui trattati del cinquecento e del seicento, che però non ne hanno limitato l’inventiva.
I trattati di Serlio, Palladio, Vignola, Michelangelo, Borromini, Bernini e Guarini saranno in questi contesti re-interpretati ed arricchiti dalla autonomia progettuale, basata sulla trasmissione diretta della tradizione costruttiva delle famiglie artigiane; le maestranze locali erano comunque pronte a accogliere quelli che erano i nuovi capitelli rococò, le decorazioni “alla francese”, “all’inglese” e “all’imperiale”, a tradurre in pietra uno stile che era nato per lo stucco o per il legno:dalle mensole dei balconi al trattamento delle paraste d’angolo, i nuovi manufatti erano elementi che rimandavano alla tradizione locale precedente al terremoto.
Ph. Luigi Nifosì
© Riproduzione riservata