Il cardinale “negro” è molto prudente ma anche molto attento
di Un Uomo Libero.
Città del Vaticano – L’inizio del Conclave segna l’attesa del nuovo Pietro: un tempo d’avvento che la Chiesa Cattolica e perciò universale vive in un’orazione incessante e accorata.
Con la chiusura della Sistina e l’isolamento dei conclavisti si chiude materialmente il pontificato di Benedetto XVI e, con esso, un periodo di transizione che ha presentato luci e ombre, sicuramente uno dei momenti più travagliati e drammatici della moderna Storia della Chiesa.
Papa Ratzinger si è dovuto misurare con una Curia Romana sempre più spregiudicata e avida. Ha dovuto far fronte a innumerevoli scandali, con particolare riferimento ai sacerdoti pedofili, sedimentatisi nell’arco lungo del pontificato di Giovanni Paolo II ora esplosi approfittando dell’opportunità che l’antico Prefetto dell’ex-Sant’Uffizio nel frattempo era diventato papa. Raccoglieva, Ratzinger, pertanto, i frutti avvelenati di anni e anni di silenzio al quale non era stata di sicuro estranea una vecchia abitudine curiale, da lui spesso da Prefetto consigliata e imposta, secondo la quale l’omertà era considerata l’antidoto più efficace e sicuro contro la fornicazione e l’abuso sessuale.
I tempi purtroppo cambiano e non sempre questa mentalità romana (che s’ispira da secoli all’antica regola suggerita da Adalberto di Brema del “si no caste tamen caute”) è stata accettata e condivisa in altre aree del mondo. In quest’ultimo anno del travagliato pontificato molti nodi, purtroppo, son venuti al pettine, ultimo lo scandalo dell’unico cardinale inglese O’Brien, dimessosi da arcivescovo e, per sua libera scelta, rinunciatario a una partecipazione attiva nel prossimo Conclave.
La corruzione della Curia Vaticana, evidenziata in un voluminoso dossier compilato da una commissione costituita da tre cardinali emeriti di cui uno appartenente all’Opus Dei, voluta da Papa Ratzinger, ha sicuramente influenzato le dimissioni del Pontefice, il quale sperava così di arginare un malcostume che presto sarebbe esploso anche a livelli internazionali in un maxi affaire dalle conseguenze incalcolabili.
Questo dossier, prudentemente segretato, oggi nelle mani di Ratzinger, peserà come un macigno sull’imminente Conclave e, con molta probabilità, scompaginerà giochi e certezze, influenzando scelte che, forse, mai sarebbero state effettuate.
Da un’attenta analisi delle varie candidature sbandierate dalla stampa italiana ed estera, proposte per fini poco edificanti anche da bookmaker londinesi e scommettitori vari, caldeggiate più o meno apertamente da Governi e Organismi internazionali, una cosa subito appare evidente: l’elezione di un nuovo papa ha ancora un fascino e un’importanza che sarebbe stupido negare.
Dopo le continue rivelazioni che si sono susseguite con ritmo frenetico giorno dopo giorno riferite a questo o a quell’altro candidato, la rosa dei papabili oggi si è così notevolmente ristretta da chiedersi se non fosse più opportuno cercare il papa non più tra i cardinali elettori bensì nella famiglia più ampia del popolo di Dio.
Già questo problema, che è tipico di tutti i papati di transizione, si era presentato durante il Conclave che elesse Giovanni XXIII: fonti ben documentate avevano, infatti, con molta insistenza fatto il nome di Montini, nonostante fosse ancora un semplice vescovo.
Anche durante il Conclave che elesse Benedetto XVI i porporati americani, avevano fatto quadrato intorno a Leonardo Sandri, argentino, Prefetto della Sacra Congregazione per le Chiese Orientali. La vicinanza, però, di questi ai “Legionari di Cristo” e la personale amicizia con il fondatore Marcial Maciel accusato di abusi sessuali, il timore di un’apertura gratuita che potesse anche trasformarsi in un salto nel buio, bruciarono la sua candidatura e spinsero molti cardinali elettori a scegliere un candidato più affidabile e conosciuto quale, in effetti, fu Ratzinger.
Così pure avvenne sempre nell’ultimo conclave per Angelo Scola. Prima ancora che Comunione e Liberazione fosse travolto da una stagione di scandali, l’attuale cardinale di Milano fu scartato –ed aveva un’età perfetta!- preferendogli il cardinale Ratzinger di cui era stato stretto collaboratore e dotto discepolo. La sua sbandierata amicizia con un noto e chiacchierato giornalista, la vicinanza in un momento iniziale a “Forza Italia” in particolare a Berlusconi e la convinzione che l’impegno cristiano debba infiltrarsi nelle strutture pubbliche privilegiando anche una vera e propria scalata al potere, hanno fatto di Angelo Scola un candidato perfetto ma ineleggibile. Inviso per il suo bieco tradizionalismo a molti e tollerato da sempre dal clero ambrosiano che da giovane lo aveva rifiutato come chierico e da presule lo rifiuta tuttora come pastore. Si è dichiarato, infatti, in netta opposizione a Tettamanzi, suo predecessore, e al cardinale Martini, di venerata memoria, inimicandosi, in effetti, tutta l’area progressista della Chiesa.
Il primate canadese Marc Ouellet, indicato come un candidato forte fino a ieri, negli ultimi giorni è stato silurato dalla stampa americana che ha rivelato trascorsi poco edificanti relativi a intimi della sua famiglia.
Resterebbe il cardinale filippino Luis Antonio Tagle, giovanissimo di appena cinquantacinque anni. Particolarmente vicino a Ratzinger, manca, in sostanza, di un vero e proprio sostegno all’interno della Curia Romana, pressoché sconosciuto all’episcopato europeo troppo spesso scollegato dal resto del mondo.
Il cardinale di Boston Sean O’Malley è stato da molti indicato come papabile. In verità, si è adoperato con coraggio ed energia contro i preti pedofili che il suo predecessore aveva opportunamente coperto e protetto. Ma questo mi pare molto poco per giustificare una candidatura seria al soglio di Pietro.
Chi, invece, oggi, dimostra di avere molte chance è Peter Kodwo Appiah Turkson, sessantaquattro anni, Presidente del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace. Africano del Ghana ma con una solida formazione nel seminario newyorkese di St. Anthony-on-Hudson a Rensselaer, N.Y., completò la sua formazione teologica presso il Pontificio Istituto Biblico di Roma. Una lunga esperienza in diverse e importanti Sacre Congregazioni romane e un perfetto dominio di diverse lingue straniere fa di lui un papabile credibile, perfetto.
L’ultimo papa africano che io ricordi fu Gelasio nel 496. Turkson potrebbe convertirsi nel suo successore e, perché no?, adottare come nome Gelasio II.
Un’esperienza importante nei paesi dell’Islam lo ha visto, in passato, autore di un documentario-denuncia che scatenò le ire di Bertone e di parte della Curia: oggi, invece, questa che un tempo fu definita “un’imperdonabile gaffe” potrebbe trasformarsi nella causa prima della sua elezione. Attento alle rivendicazioni sociali, è un vero esperto di alta finanza e di comunicazioni. Possiede un carattere mite che gli ha guadagnato molte simpatie non solo negli ambienti romani ma anche tra l’episcopato internazionale. Essersi inimicato la Curia Romana può segnare un punto a suo favore considerando il despotismo con il quale il cardinale Bertone e alcuni prelati italiani facenti parte del suo entourage hanno fino a oggi governato il Vaticano.
Il fatto stesso che Benedetto XVI abbia nominato frettolosamente nuovo direttore dello IOR il tedesco Ernst Von Freyberg e presidente dell’Istituto proprio Bertone la dice lunga sul timore fondatissimo da parte dei curiali romani circa una possibile elezione di Turkson a Pontefice. Per loro sarebbe come dire una vera e propria iattura.
Per il fatto stesso che dal famigerato dossier siano emerse verità inconfessabili e che Benedetto XVI abbia evitato con molta cautela qualsiasi accenno a vicende note per le quali forse una sua parola sarebbe stata più che opportuna, fa molto riflettere e pensare. Mi riferisco alla nota vicenda di Emanuela Orlandi le cui indagini proprio in questi giorni sono state di nuovo riprese dalla Magistratura Italiana.
Turkson potrebbe, senz’altro, significare un’inversione di tendenza, un’apertura della rigida e bacchettona morale vaticana verso un mondo nuovo che guarda da troppo tempo a Roma chiedendo risposte e dialogo.
Il cardinale “negro” è molto prudente ma anche molto attento. Lui stesso ebbe a dichiarare tempo fa a proposito di un papa nero, che “Se Dio lo desidera, l’Uomo non può che esserne lieto”.
Forse Malachia aveva visto giusto. Un giorno di marzo un fil di fumo bianco apparirà sul tetto della Sistina. Chissà che non sia la paglia delle savane africane a bruciare!
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