Cronaca Gela

In mare con l'auto, Totò Luca salvato per caso da un sommozzatore

I momenti concitati del salvataggio di zio Totò, raccontati dal sommozzatore che si trovava per caso al porto

In mare con l'auto, Totò Luca salvato per caso da un sommozzatore

Gela - Una serie di fatti concatenati, uno all'altro, come nella sequenza di un film d'azione. Salvatore Luca, da tutti conosciuto come Totò, fondatore dell'autosalone Lucauto di Gela, da due anni in amministrazione giudiziaria con l'accusa di infiltrazioni mafiose, è finito in mare, al porto rifugio di Gela, ieri pomeriggio, intorno alle 15, a bordo della sua Opel Agila. Pare si sia trattato di un gesto volontario.

Lo zio Totò, oggi settantenne (arrestato e poi rimesso in libertà nel 2019), quando è finito in acqua in fondo alla diga foranea, è riuscito a liberarsi dall'abitacolo, sbucando fuori dal portellone posteriore. Ma, circostanza ancor più straordinaria, al porto si trovava per caso un sommozzatore professionista, che ha assistito alla scena. 

"Ho visto l’utilitaria in acqua ma mentre cercavo di raggiungerla per salvare il conducente è affondata”. A parlare è Emanuele, sommozzatore professionista a Savona, che casualmente si trovava sul molo del porticciolo quando l’imprenditore Salvatore Luca ha deciso di accelerare per lanciarsi in mare con la sua autovettura. L’Opel Agila ha urtato frontalmente una bitta per l'ormeggio delle barche, prima di lasciare la banchina. “L’autovettura è stata trascinata dalla corrente verso il centro del porto – aggiunge Emanuele – rendendo inutile il mio primo tentativo di avvicinarmi. Sono risalito sulla banchina e da una imbarcazione mi sono tuffato per la seconda volta. Solo dal mare ho notato che l’Opel era ormai affondata. Seguendo le indicazioni delle persone accalcate sulla banchina sono riuscito ad avvicinarmi e, mentre nuotavo, ho visto riemergere un uomo. In quel momento ho usato tutte le mie forze per aggrapparlo e riportarlo sull’imbarcazione”.

“Respirava ma non era collaborativo. Non ha detto nemmeno una parola. Sicuramente si sarà reso conto di avere rischiato la vita. Poi ci siamo allontanati per consentire agli operatori sanitari e alle forze dell’ordine di prestare le prime cure e trasferirlo in ospedale”.
“Ho cinquant’anni ma non ricordo di avere vissuto una esperienza cosi forte" – conclude Emanuele. 


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