Cultura Scicli

Scicli - Col toponimo Chiafura oggi chiamiamo quel quartiere di Scicli che ricopre un versante della collina di San Matteo, dal torrente di San Bartolomeo fino ai castelli diroccati sulla cima. Qui, decine di grotte scavate nella roccia sono quello che resta di un quartiere rupestre abitato ancora fino a sessant’anni fa. Il luogo è quasi invisibile a chi percorre il fondovalle: bisogna andare sulla collina di fronte e affacciarsi dai balconi del convento della Croce, per potere ammirare questo teatro scolpito dalla natura e cesellato dall’uomo.

Non intendiamo ripercorrere qui la storia del quartiere, ma una breve sintesi è d’obbligo. Dapprima antica necropoli, poi insediamento rupestre, Chiafura è stata, in età bizantina, uno dei primi nuclei della Scicli appena nata. Situata sotto i due castelli medievali, abitata ininterrottamente nel corso dei secoli, alla fine del Settecento (circa mille anni dopo la nascita della città) la contrada è stata descritta così dal viaggiatore francese Jean Houel: «un quinto dei cittadini di Scicli [circa 1700 persone] alloggia sul pendio di queste rocce, in grotte che risalgono alla più remota antichità».

Sono note le vicende che portarono, nella seconda metà del ‘900, allo spostamento degli ultimi «abitanti in grotta». Nel 1954 alcuni giovani intellettuali sciclitani si rivolsero a Danilo Dolci e poi al Partito Comunista di Pajetta, ottenendo un sopralluogo di Pier Paolo Pasolini, Renato Guttuso, Carlo Levi ed altri che, nel 1959, accompagnati dai giovani del Movimento “Brancati”, fecero un reportage sugli «aggrottati di Chiafura». Scoppiò un caso nazionale, e gli ultimi «chiafurari» vennero riallocati nelle case popolari appositamente costruite alla periferia del paese. Chiafura si spopolò, ed entrò in un letargo che solo negli ultimi tempi è stato interrotto da nuovi interessi culturali e turistici. Oggi, come sappiamo, il sito è diventato «parco archeologico».

Il mistero di un nome
In tutta questa storia un mistero rimane: il significato del nome Chiafura.

Sono stati già diversi i tentativi di scoprire l’etimo. Ha cominciato, a metà Novecento, Mario Pluchinotta, ipotizzando un’origine saracena che, secondo lui, avrebbe significato «luogo dal quale si vede un vasto orizzonte» (!). Più di recente, l’attenzione si è concentrata sull’origine araba (Salvo Miccichè) o, andando più indietro nel tempo, greco-bizantina (Giovanni Uggeri e Stella Patitucci, poi Pietro Militello e, dopo, Giuseppe Mariotta) o latina (Francesco Pellegrino, Cosetta Portelli).

https://www.ragusanews.com//immagini_banner/1638795289-3-teatro-garibaldi.gif

In tutto ciò, le fonti scritte non ci aiutano. Le prime attestazioni sono tarde, e risalgono a inizio ‘500. Pellegrino ha trovato un atto notarile del 1517 in cui viene indicata «Chafura» senza la “i” (è, questa, senza dubbio una variante grafica che ha preceduto la versione corretta: nei documenti del Tre-Quattrocento, infatti, si trovano spesso parole come ad esempio «vecha» per «vecchia»). Stessa variante «Chafura» ho personalmente trovato nei censimenti fiscali di Scicli («Riveli») del 1593. A partire dal Settecento, invece, compare la scritta «Chiafura» con la «i», che è la variante con la quale ancora oggi noi pronunciamo il toponimo.

Perché insisto sulla variante scritta e sulla pronuncia (sperando di non annoiarvi)? Perché, come mi spiegava Iride Valenti, docente di Glottologia e Linguistica, la radice di una parola difficilmente cambia nel tempo. Se i documenti antichi riportano «Chiafura», o se più di recente i nostri anziani (penso ad esempio al sig. Pietro Sudano, ultima memoria storica dei «chiafurari») pronunciano così il toponimo, allora vuol dire che la radice del nome è quella: «chia», con la «i».

https://www.ragusanews.com//immagini_banner/1638795289-3-teatro-garibaldi.gif

Nuove ipotesi per un toponimo
E qui arriviamo alla mia «incursione» nel campo della toponomastica storica (spero che gli specialisti mi perdoneranno). Sono state proprio le osservazioni della Valenti che mi hanno spinto a cercare questa radice «chia», e sono state le nuove risorse di internet che mi hanno permesso di trovarla (almeno così credo) in alcuni vocabolari di greco antico pubblicati fra ‘700 e ‘800: in questi è presente la parola χίά («chià»), scritta secondo la pronuncia bizantina, con il significato di «nascondiglio». Così anche nel più recente vocabolario greco-italiano Rocci, dove χεία (variante classica di χία) indica il «buco», il «covo».

A questo punto, l’ipotesi di un’origine greco-bizantina del nome acquista maggiore credito, soprattutto se accettiamo, solo in parte, la proposta fatta dagli archeologi Patitucci e Uggeri e poi Pietro Militello, secondo la quale la seconda parte del toponimo, «fura», deriverebbe dal greco «frouria», che significa fortificazioni, castelli.

Dunque, con una soluzione che al momento a me pare la più semplice e lineare, il nome sarebbe formato dall’unione di «chia» (nascondiglio, buco, covo, rifugio etc.) e «fura» (castelli) (con la caduta della “erre”, spesso attestata, e l’ellissi di qualche preposizione). In sostanza, qualcosa come «il nascondiglio verso i castelli» (chià eis fouria).

Resta da capire in quale periodo storico sarebbe nata la parola. Io propenderei per l’età bizantina, quando la popolazione impaurita cercò “rifugio” nei luoghi fortificati. Quindi, prima della conquista musulmana (Scicli venne presa fra l’864 e l’865), anche se sappiamo che in Sicilia la lingua greca venne parlata fino all’età normanna ed oltre (a Messina fino al XVI secolo).

Questa è la mia ipotesi. Adesso passo la palla agli esperti, anche perché penso di essermi intromesso abbastanza.

Nota
Tra i diversi dizionari sette-ottocenteschi di greco antico consultabili online su Google Books, citiamo qui quello di Cornelis Schrevel, Lexicon manuale graeco-latinum et latino-graecum, Padova 1752, dove leggiamo: «χίά, ή, idem ac χείά, latebra». La parola χίά (nascondiglio) è anche nel dizionario di Francesco Fontanella, Vocabolario greco-italiano ed italiano-greco, Venezia 1821, ad vocem.

Una rassegna delle ipotesi sul toponimo Chiafura è stata fatta da Giuseppe Mariotta in una delle sue belle lezioni di «Spigolature etimologiche» visionabili sul sito Confeserfidi.

Ringrazio la prof.ssa Iride Valenti per le indicazioni fornitemi: spero di averle recepite e utilizzate correttamente. E ringrazio i professori Salvatore Mariotta e Rita Vicari: il greco che mi hanno insegnato me lo ricordo ancora! 


© Riproduzione riservata