Cultura Scicli

Chiafura: la memoria ritrovata

Qual è l'etimo del nome Chiafura?

 Scicli - È davvero strano studiare per molti anni i documenti notarili della prima metà del Cinquecento e non sapere spiegare l’origine di un etimo come “Chiafura”.

Molti studiosi di Storia Patria nel passato ma anche in tempi recenti hanno tentato di farlo cercando le sue origini nella lingua greca, nella lingua latina, nella lingua araba con risultati poco convincenti.

Lo studio sistematico di tutti i protocolli dei notai di Scicli, sopravvissuti alle ingiurie del tempo, oggi presenti presso l’Archivio di Stato di Ragusa, sezione di Modica, porta, in verità, in tutt’altra direzione.

A cominciare dal più antico notaio Giuliano Stilo fino al notaio Bartolomeo Terranova Cannariati, passando per il notaio Giovanni Baxetto, entrambi grandi protagonisti del primo Cinquecento sciclitano, le citazioni del quartiere Chiafura si possono contare davvero sulle dita di una mano. Baxetto addirittura ignora l’etimo.

Questa ostinata damnatio memoriae l’ho vissuta quasi come una sfida. Non avrei mai creduto di trovare la chiave di tale appassionante mistero proprio a Madrid.

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Una domenica di agosto come tante di questo torrido 2021, seguivo con sempre vivo interesse un documentario prodotto dalla rubrica televisiva “Shalom” sul secondo canale della Televisione spagnola. Si raccontava in esso la storia della “judería” cioè della giudecca di Calatayud.

Calatayud ha avuto una delle giudecche più importanti del regno di Aragón. Per volume di affari e popolazione, la città fu seconda solo a Saragozza, la capitale.

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Anche noi in Sicilia eravamo nel Quattrocento sotto la giurisdizione dei re di Aragón. Sicuramente esistevano motivi di grande affinità tra le comunità giudaiche siciliane e quelle d’oltremare.

Mi catturò e felicemente mi sorprese la grande ricostruzione della sua giudecca fatta dalla città di Calatayud. Magari La città di Scicli facesse altrettanto con la sua storia!

La guida accompagnava l’operatore additando luoghi e paesaggi nei quali gli ebrei avevano vissuto per tanti secoli e prosperato prima dell’infame Editto di Granata promulgato nel 1492 dai Re cattolici con il quale gli ebrei furono espulsi da tutti i territori a loro soggetti.

Di colpo la macchina da presa inquadrava il versante di una collinetta proprio di fronte alla giudecca. Un paesaggio aspro, fatto di grotte, che mi strappò un inevitabile grido: Chiafura!

Le coincidenze con Scicli erano davvero tante, notavo, mentre il documentario andava in onda. L’ultima era davvero impressionante.

La voce narrante si affrettò a chiarire che si trattava del cimitero musulmano, ma io pensai subito a un cimitero ebraico, Bet ha-Kevarot o semplicemente Kevarot, casa delle tombe appunto. Era un cimitero in grotta ubicato in un complesso funerario preesistente.

La particolare accentuazione della parola “Kevarot”, scoprii dopo, e il cambio fonetico della consonante “v” con f” [Kéfúrot] e della vocale “a” con “u”, fecero il resto.

Mi prese una frenesia di documentarmi su tutto ciò che riguardava la morte e i suoi riti presso il popolo ebraico.

Appresi, dunque, che “kevarot” è un termine antico anche oggi molto in uso presso gli ebrei per identificare un cimitero.

In un importante studio del 2012, Andrea Morpurgo, analizzando i cimiteri ebraici delle comunità italiane a partire dal secolo XV, afferma che

“un pezzo di terra acquistato per adibirlo a cimitero era proprio l’unico bene immobile che gli ebrei potevano possedere”.

Il cimitero doveva essere ubicato extra muros, si doveva trattare di terreno incolto, non recintato, possibilmente situato in un’altura, oltre il fossato che delimitava il confine della città.

In tutti i cimiteri ebraici, continua Morpurgo,

“la disposizione delle sepolture si presenta volta ad est di modo che, al momento del risveglio, ciascuno risorgerà con il volto verso Gerusalemme.”

Il concetto di resurrezione nell’ebraismo è fondamentale, infatti. La morte è concepita come un sonno, il sonno dei giusti.

E ancora continuando con il testo di Morpurgo, qualsiasi terreno adibito a cimitero, nella concezione ebraica, non poteva per alcun motivo essere riutilizzato per altro scopo.

Probabilmente è questa la ragione per cui anche nei decenni successivi all’Editto di espulsione del 1492 sia i cristiani che i conversi rispettarono l’area di Chiafura.

Il fatto che solo pochi trasferimenti di proprietà riguardino quasi sempre grotte ubicate in contrada Santa Barbara, spiegherebbe l’assenza di atti di compravendita nell’area cimiteriale di Chiafura.

La chiesa di Santa Barbara, che dava il nome al quartiere, ancora oggi visibile all’ingresso della nostra Chiafura, si presenta anch’essa in grotta con una nicchia al centro nella quale doveva essere stato dipinto qualcosa (una Madonna o il volto della santa). Situata proprio al limite dell’abitato urbano, la chiesa forse rappresentò un goffo tentativo di cristianizzare quel territorio, subito dopo la cacciata degli ebrei.

Carioti, nel suo libro di Memorie, al vol. II, a pag. 643, la descrive come

“una dell’antiche chiese de’ quali si valse il popolo di Scicli allorché abitava nell’antico sito sulla cima della collina: dessa sottostava al Castelluzzo detto de’ Tre Cantoni e fu rovinata dal terremoto del 1693 e, non potendosi ricostruire perché sfornita di rendite, perciò il vescovo di Siracusa monsignor Fra’ D. Tommaso Marini, nell’anno 1728 la sopprimeva e ne aggiungeva il suolo alla Matrice Chiesa”.

E il canonico don Giovanni Pacetto nelle sue “Memorie istoriche civili ed ecclesiastiche della città di Scicli” così scrive su di essa:

“Di questa chiesa (Santa Barbara, ndt) se ne fa menzione nell’Itinerario per la processione di San Guglielmo ordinato nel 1684 dal Vescovo di Siracusa Monsignor Fortezza… Dal che chiaro si vede che questa Chiesa sorgeva nell’antico quartiere di Chiafura e che soprastava alla Chiesa di Santa Margarita.

Non mi è stato possibile attingere altre notizie di questa Chiesa giacchè il di lei sparimento fu così totale, per quanto ignorasi la precisa località dove era situata; e sebbene da parte mia non si ha mancato farne replicata richiesta alle persone, le più annose del Quartiere di Chiafura…”

Il fatto, lamentato dal Pacetto, di non essere riuscito a localizzarla correttamente, mi induce a sospettare che le persone interrogate dal Canonico avessero taciuto volontariamente, temendo un esproprio, perché nell’Ottocento quella zona e la grotta in particolare nella quale era allocata la chiesa erano fortemente antropizzate.

Già la compianta archeologa Anna Maria Sammito si era interessata a Chiafura, catalogando il sito come un complesso funerario tardo antico, in “La valenza del paesaggio archeologico ibleo: l’architettura astrutturale”, un interessante saggio scritto per il Convegno di studi, tenutosi a Scicli il 17 giugno 2017.

Quando fu individuata con estrema precisione e ricchezza di documentazione la grande sinagoga della Porta di Modica con tutto il quartiere ebraico che ruotava intorno a essa (v. Un Uomo libero, Scicli ebraica e la sua antica sinagoga, ragusanews, 2019), due grossi interrogativi si posero all’attenzione di quanti hanno studiato la storia della città di Scicli.

Se la comunità ebraica era così numerosa nel Quattrocento da possedere in città ben tre sinagoghe, dove si trovava il cimitero e dov’erano ubicati i bagni necessari per la purificazione più comunemente conosciuti come “miqwé”?

La prima domanda ha ormai trovato la sua inconfutabile risposta.

Chiafura è esposta a mezzogiorno, cioè guarda verso Gerusalemme come l’antica tradizione rabbinica vuole, è un posto impervio come lo erano i terreni che ospitavano nel secolo XV i cimiteri ebraici; era distante più di cento passi dalla giudecca, come la tradizione imponeva, e fuori le mura della città.

Rimane la grande confusione ingenerata da Carioti non saprei dire se dovuta a un’ingenuità o a un suo autentico e intenzionale tentativo di depistaggio storico, nel desiderio di cancellare qualsiasi traccia che potesse fare di Scicli una città a forte identità ebraica. Scriveva nel Settecento e l’Inquisizione era ancora molto potente e spietata contro i “conversos”.

Il nostro ineffabile Arciprete dovrebbe spiegare più convincentemente, dunque, come abbia potuto ubicare nell’antico quartiere di Chiafura (v. Notizie storiche della città di Scicli, vol. I, pag. 85)

“il palazzo che un tempo appartenne alla nobile famiglia Arizzi, di poi rovinato dal terremoto del 1693, di quale palazzo se ne osservano le rovine.”

Anche a voler essere ciechi, a Chiafura gli spazi sono molto limitati, risicati direi, a causa di un numero impressionante di grotte situate su differenti livelli che di certo non consentivano l’esistenza di un palazzo signorile quale invece sorgeva effettivamente vicino alla chiesa della Maddalena.

Resta, dunque, in campo l’ipotesi di una palese e allegra confusione tra il vecchissimo etimo di Chiafura e la parola latina “clausura”, correntemente utilizzata in gergo notarile per indicare uno spazio ben determinato, chiuso dentro apparenti confini come, in verità, era diventata la nuova città, cresciuta a dismisura fuori le antiche mura per uno scivolamento provocato da una fame di spazi di cui l’antica acropoli da tempo soffriva.

Le fertili pianure, ricche di acque, che portavano al mare e l’incremento demografico avevano incoraggiato la fuga dalla rocca San Matteo.

Se Carioti utilizza, per scarsa dimestichezza con il linguaggio dei protocolli notarili, “clausura” per “chiafura”, tutto allora quadra, considerando che sia la casa della famiglia Arizzi sia la zona di Chiafura ricadono entrambe nello stesso quartiere di San Bartolomeo, nella stessa “clausura”. Ma non è accettabile che tutto il quartiere di San Bartolomeo sia etichettato col nome di un cimitero!

Tutta la zona a ridosso della chiesa di San Bartolomeo, fortemente antropizzata fino alla metà del secolo scorso, oggi è identificata con Chiafura. In realtà, attraverso lo studio dei documenti notarili della prima metà del Cinquecento, si scopre che in antico il termine Chiafura connotava solo l’area del cimitero ebraico, cioè la parte sommitale della collina. Il resto di essa era suddiviso in: Grutti minutilli, Timponello e Santa Barbara.“Grutti minutilli” erano le grotte che costeggiavano la riva del torrente di San Bartolomeo; a un piano superiore e cioè al “Timponello”, si trovava l’agglomerato urbano così denominato perché insediato nella parte centrale della collina cui la grotta grande del Timponello aveva dato il nome; Santa Barbara invece accoglieva un grumo di case situato sopra la grotta del Timponello, sostanzialmente compreso nel triangolo delimitato dalla chiesa rupestre di Santa Barbara, dalla porta d’Anselmo, dalla porta di Xilomo (cioè Shalom, della pace, ndt). Tutte e tre queste aree perfettamente riconoscibili.

Sarebbe bastata un’attenta ricognizione dei luoghi per verificare in situ le esatte indicazioni già date da Carioti.

Bisogna sciogliere un ultimo enigma per ricostruire correttamente la vita della comunità ebraica sciclitana prima dell’editto di espulsione del 1492 che ne provocò il definitivo allontanamento: la localizzazione del bagno, più comunemente chiamato “mikwé”.

Per la sinagoga della “cunziria” del quartiere Senia forse questa struttura è stata inglobata nelle fondazioni di una delle case del quartiere Botte e non mi sorprenderebbe il fatto che un giorno possa venir fuori.

Per la sinagoga vicino alla chiesa della Maddalena, del bagno si è persa la traccia.

Per la sinagoga grande e antica di Porta di Modica forse il Cento scale potrebbe regalarci in un futuro prossimo qualche sorpresa.

Nell’Ottocento il canonico Pacetto, riportando un passo di un Opuscolo del Perello, così scriveva:

“Un’altra strada sotterranea si vede tutta di rocca tagliata chiamata al dì d’oggi Cento scale la quale hà principio da un luogo detto la Meschita, d’onde si cala in una grotta la quale oggi è Trappeto, e di là si diffonde più oltre in una fonte di acqua scaturente…”

Come avevano riutilizzato le antiche sepolture del versante della cava di San Bartolomeo per ubicarvi il loro cimitero, gli antichi ebrei sciclitani avrebbero potuto anche riutilizzare il Cento scale come mikwé. Lo fa pensare proprio il brano del Perello scritto nel Seicento. E chissà se quel sito per fondarvi la sinagoga non sia stato scelto dai primi gruppi ebraici proprio per la possibilità di utilizzare il Cento scale!

Fino a quando, però, non verrà fuori un atto che testimoni quest’uso alternativo dell’escavazione, la mia illazione resta solo un personale sospetto.

“Come spesso succede, gli uomini sono smemorati ma i luoghi conservano nel tempo la memoria di ciò che furono”.

Crediti

Carioti Antonino, Notizie storiche della città di Scicli, Edizione del testo, introduzione e annotazioni a cura di Michele Cataudella, voll. I e II, Ed. Comune di Scicli, Scicli 1994

Militello Paolo, Chiafura: Il rifugio verso i castelli, ragusanwes, 18.8.2021

Militello Pietro, Alle origini della città: Scicli ed il colle di san Matteo tra IX e XV sec. d.C. in Atti del convegno di studi “Tradizione classica, Archeologia e Storia” a cura di G. Mariotta, Scicli 2017

Morpurgo Andrea, Il cimitero ebraico in Italia/Storia e architettura di uno spazio identitario, Quolibet Studio, 2012

Pacetto Giovanni, Memorie istoriche civili ed ecclesiastiche della città di Scicli, a cura di Antonio Sparacino, Ed. Grafiche Santocono, Rosolini 2009

Pacetto Giovanni, Toponomastica di Scicli, Ms, Biblioteca C. La Rocca, Scicli

Pluchinotta Mario, Memorie di Scicli, Seconda Edizione riveduta ed accresciuta, Tipografia La Perello di G. Ficicchia, Biblioteca C. La Rocca, Scicli 1932

Programa "Shalom" - La 2TV, Sobre las Juderías de Calatayud e Híjar

Emitido este pasado domingo 29 de Agosto 2021

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https://www.rtve.es/.../europa-celebra-su-pasado.../6065965/

Sammito Anna Maria, La valenza del paesaggio archeologico ibleo: l’architettura astrutturale in Atti del convegno di studi “Tradizione classica, Archeologia e Storia” a cura di G. Mariotta, Scicli 2017

Un Uomo libero, Scicli ebraica e la sua antica sinagoga, ragusanews, 2019

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