Cultura Canzoni d'autore

Cutolo. Come nacque Don Raffaè, di Fabrizio De Andrè

Massimo Bubola racconta a Peppe Savà come nacquero alcuni capolavori di Fabrizio De André, cofirmati dai due cantautori

Raffaele Cutolo. Come nacque Don Raffaè, di Fabrizio De Andrè

Cà nun cari nu spillu/ senza Ciro Cirillo”. 
Che lo Stato si fosse rivolto, tramite i servizi segreti, a Don Raffaele Cutolo per chiedere la liberazione di Ciro Cirillo, era cosa ben nota. Correva l’anno 1981 e l’assessore ai lavori pubblici della Regione Campania, Cirillo, fu vittima di un sequestro durato 89 giorni. La Dc chiese al capo della Nuova Camorra Organizzata, Raffaele Cutolo, ristretto a Poggioreale, di intercedere per la liberazione dell’assessore della ricostruzione del dopo terremoto in Irpinia. “Cà nun cari nu spillu/ senza Ciro Cirillo”.

Nove anni dopo Fabrizio De Andrè e Massimo Bubola scrivevano “Don Raffaè” e nel mezzo dei versi che accusavano lo “Stato, che si costerna, s’indigna s’impegna/ poi getta la spugna con gran dignità”, mettevano una allusione esplicita al caso Cirillo. Il legale della casa discografica fu censorio: quella frase andava assolutamente eliminata. “Fu tolta”, racconta Massimo Bubola.

Di Bubola e De Andrè sono l’album “Rimini”, “L’Indiano” (composto nel dopo sequestro De Andrè). Una collaborazione durata quattordici anni, sino a “Le Nuvole” e a “Don Raffaè”. L’incontro fra De Andrè e Bubola era avvenuto nel 1976. “Avevo ventidue anni, il mio primo disco, “Nastro Giallo”, aveva impressionato De Andrè. Chiese al mio discografico di conoscermi”. Trentasei anni De Andrè, ventidue Bubola. Il cantautore genovese era già considerato il padre nobile della canzone d’autore italiana.

Che formazione avevi ricevuto in famiglia, che studi e percorsi culturali avevi fatto per indurre un poeta come De Andrè a chiedere la tua collaborazione nella stesura di testi e canzoni?
“Tutto nasce da un problema di dislessia, che avevo manifestato durante l’adolescenza. Mio padre, che era un insegnante, mi sottopose a una terapia letteraria. Mi fece imparare a memoria centinaia di poesie, molte di Rainer Maria Rilke. Appresi inconsapevolmente il modo della poesia”.

Inizia la tua collaborazione con Fabrizio. Come lavoravate insieme?
“In Geordie, e in "Se ti tagliassero a pezzetti", ad esempio, decidemmo di usare una struttura poetica a sifone”.

A sifone?

“Sì, c’è un processo di decadenza del personaggio che dalla condizione di purezza e poesia propria di un primigenio mondo arcaico e arcadico, viene catapultato dentro l’attualità. Pensa alla donna di “Se ti tagliassero a pezzetti” (album “L’Indiano”, 1981): “Ti ho trovata lungo il fiume/che suonavi una foglia di fiore”. La donna protagonista della canzone viene paracadutata dalla condizione poetica dentro la contemporaneità: "T'ho incrociata alla stazione/ che inseguivi il tuo profumo/ presa in trappola da un tailleur grigio fumo/ i giornali in una mano e nell'altra il tuo destino/ camminavi fianco a fianco al tuo assassino”.

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Ho sempre amato questa immagine, ma a cosa vi siete ispirati?
"Bene, la stazione è quella di Bologna, dove la protagonista resta vittima dell’attentato del 2 agosto 1980. Ecco, i personaggi delle nostre canzoni nascono puri, edenici, ma quando nella declinazione della loro vita vengono calati nell’attualità, esplodono. Questo processo di decadenza a sifone ha un suo contrappunto nella redenzione finale del personaggio: Ma se ti tagliassero a pezzetti/ il vento li raccoglierebbe/ il regno dei ragni cucirebbe la pelle/ e la luna la luna tesserebbe i capelli e il viso/ e il polline di Dio di Dio il sorriso."

Passiamo a un'altra canzone. In “Rimini” si discute molto di chi sia “Teresa, la figlia del droghiere”. E’ la borghesia, la middle class che ha tradito la missione di favorire il riscatto del proletariato?
“A volte si scrive un verso perché ti serve una rima. C’era un’affascinazione cinematografica nel personaggio di Teresa. De Andrè in un’occasione disse: “La piccola borghesia è un cancro diffuso in tutto il mondo ed estremamente pericoloso, perché non prende mai posizione, persa com'è a rassomigliare il più possibile alla borghesia vera, quella che ha dettato le regole del mondo di vivere degli ultimi quarant'anni e forse più”. La canzone parla del rifiuto. L’aborto di Teresa e il rifiuto di Cristoforo Colombo sono la rinuncia di chi avendo perseguito degli ideali con grande intensità, vi rinuncia, salvo guardarli con nostalgia e tristezza”. 

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E Don Raffaè? Come nacque l’idea di celebrare un camorrista, anzi il capo della Camorra?
“L’idea dell’Antistato era presente nella poetica di Fabrizio. L’idea fu sua. Io ero stato in vacanza alle Isole Tremiti, dove dal 1792 al 1926 era stata ospitata una famosa colonia penale. I cognomi delle famiglie che per generazioni avevano svolto, di padre in figlio, il mestiere di guardie carcerarie si ripetevano. Una di queste famiglie erano i Cafiero. Sai, l’incipit di una canzone è fondamentale. E così, io veronese, e lui genovese, iniziammo: “Io mi chiamo Pasquale Cafiero e son brigadiero del carcere oinè”. 

In Don Raffaè, nonostante la censura, o autocensura che dir si voglia, si siete andati giù pesante: "Qui non c’è più decoro le carceri d’oro/ ma chi l’ha mi viste chissà/ chiste so’ fatiscienti pe’ chisto i fetienti se tengono l’immunità".  Che cosa pensi dell’Italia di oggi?
“Mi fa strano che si parli e si scriva di Fabrizio, interpretando, inventando, accaparrando ruoli. A nessuno viene in testa di ascoltare chi insieme a lui componeva, scriveva, musicava. Siamo un paese strano. Discutono di intercettazioni telefoniche, c'è bisogno delle intercettazioni per sapere la verità? Noi scrivevamo canzoni vere, dentro la verità di questo Paese, senza avere mai intercettato al telefono nessuno”.

La canzone che vi ha legato di più?
"Quella che racconta dello sterminio di un popolo, gli Indiani d'America. Nell'accampamento di pellerossa Cheyenne e Arapaho, nel Colorado, nel novembre 1864 ci fu un orribile massacro di un centinaio di donne, bambini e vecchi - i guerrieri erano a caccia - perpetrato da un certo colonnello Chiwington, il quale, per questo ed altri meriti patrii, fu poi insignito di varie onorificenze e fu eletto al Senato degli Stati Uniti. La canzone si chiama Fiume Sand Creek".

L'intervista è stata realizzata al termine del concerto di Massimo Bubola organizzato dall’associazione The Entertainer di Mariolina Marino al teatro Garibaldi di Modica, nel 2009, quando molti hanno scoperto il vero repertorio di Bubola, troppo spesso associato banalmente a De Andrè e non sufficientemente conosciuto nel resto della sua produzione, da “Il cielo d’Irlanda” interpretato magistralmente da Fiorella Mannoia fino alle canzoni da lui composte e cantate.


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