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Dafni, il pastore ragusano troppo bello per campare a lungo

Abusato da una regina, accecato dalla suocera, trasformato in scoglio dal padre: quando la bellezza è una condanna

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 Ragusa - Spesso si va a caccia di libri e romanzi da leggere d’estate sotto l’ombrellone, quando le storie più antiche del mondo - che spesso si conoscono solo di nome - contengono tutti gli ingredienti di quelle più  moderne: amore, sesso, invidia, gelosia, inganno, vendetta. Come il mito del pastore Dafni, il primo ragusano di cui si abbia notizia nei testi antichi: bello come un semidio e accreditato perfino dal poeta latino Virgilio come l’inventore del canto bucolico. Nato dall’unione tra Hermes, messaggero dell’Olimpo, e la ninfa Dafnide, Dafni crebbe spensierato coi pastori sul Monte Lauro tra pecore, capre e campi di alloro.

Alla straordinaria bellezza e alla bravura nel canto, doti innate, si aggiunse presto l’arte di suonare il flauto e la zampogna, a cui lo affinò Pan. La sua avvenenza e la voce celestiale conquistarono non solo una schiera di fanciulle locali, ma le stesse divinità: s’innamorò di lui anche Echemeide, figlia della potente e irascibile Era, moglie di Zeus. Tutti gli dei benedissero le nozze tranne lei, che partecipò distaccata ai festeggiamenti. Non si fidava di tanta bellezza: troppo attraente il ragazzo, rimuginava, perché tale fascino non abbagli prima o poi qualche altra donna, mettendo in crisi il matrimonio della figlia.

A un certo punto Era prese da parte il giovane minacciandolo che, se avesse osato tradirla, l’avrebbe punito privandolo della vista. Lui, sinceramente innamorato di Echemeide ma anche spaventato dalla nota indole vendicativa della suocera, resistette a tutte le innumerevoli avances che iniziò a ricevere man mano che la fama della sua grazia aumentava. Riuscì a dire no anche alla regina Clifene, che cercò in tutti i modi di sedurlo. Era stato proprio Re Zeno a invitare a corte il bel pastore, senza immaginare che avrebbe fatto perdere la testa alla consorte.

Ma Clifene non era tipa da arrendersi facilmente né tantomeno da accettare un rifiuto: approfittando dell’assenza del marito organizzò un altro ricevimento nella reggia, a cui invitò nuovamente Dafni. Stavolta però, nel calice di vino che gli diede da bere, mischiò un formidabile filtro afrodisiaco, in grado di obnubilare la mente. La sovrana poté così approfittare del bel pastore che, stordito dalla pozione magica, cedette alla sua passione adultera. Era non aspettava altro e mantenne la promessa: sebbene innocente, accecò il genero che - disperato e senza vista – perse la strada di casa e cominciò a vagare in stato confusionale, camminando dalle campagne ragusane fino a Cefalù.

Qui Dafni decise di farla finita buttandosi da una rupe. Il padre Hermes non aveva certo il potere di interferire nei piani della madre degli dei ma intervenne lo stesso a suo modo: trasformando il figlio in pietra, un attimo prima che il corpo toccasse terra, evitandogli così il dolore e consegnandolo in qualche maniera all’eternità. Altre versioni riportano che fu Dioniso, il dio “ribelle” del vino che tante volte s’era ubriacato ascoltando le sue canzoni, a salvare dallo scempio la perfezione di quei lineamenti tramutandolo all’ultimo in una statua.

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Tradizione vuole che quella roccia sorga ancora oggi sul mare di Cefalù (foto allegata), inserita nel registro dei luoghi e dell’identità della memoria della Regione Siciliana. Si narra che in quel tratto di costa frastagliata vento e mare risuonino insieme tra gli scogli in una malinconia armonia, eco dei canti che millenni fa deliziarono le orecchie, e gli occhi, di uomini e dei. Secondo alcuni studiosi il mito è un caso di riadattamento di un culto indigeno preesistente - la personificazione della vita pastorale - che i Greci trovarono tra gli antichi Siculi, quando sbarcarono sull’Isola nel 756 a.C. 


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