Cultura Filosofia

Della dannosità dell’Accademia della Crusca

L’ente che sovverte l’essenza stessa della lingua

Platone e Socrate, che non lasciò nulla di scritto e di cui conosciamo il pensiero solo grazie al suo allievo

 Un ente inutile è per ciò stesso dannoso, oltre che superfluo. Tra i molti che ingolfano l’Italia ce n’è uno, l’Accademia della Crusca, che pretende di difendere la purezza della lingua da quelle che reputa contaminazioni, andando con ciò contro la stessa essenza del fenomeno che avrebbe bisogno di essere difeso. Neanche agli antichi greci e romani, nel loro imperialismo culturale, venne mai in mente una simile sciocchezza. La posizione è ricavata dalle acquisizioni di Platone, che per primo tra i filosofi ha trattato l’origine e la funzione convenzionale del linguaggio. Non è, si badi, una difesa di refusi ortografici e strafalcioni grammaticali, ma di una critica al senso profondo della missione di un’istituzione spesso osannata. Un testo platonico su tutti è emblematico dell’assurdità della sua esistenza: il dialogo socratico “Cratilo” (IV secolo a.C.), in cui ci sono non due ma tre personaggi. Socrate non compare infatti come interlocutore, ma fa da mediatore tra due personaggi - Ermogene e, appunto, Cratilo - che rappresentano due posizioni contrapposte sull’essenza della lingua, innatista e naturalista. Dopo averli fatti parlare, Socrate smonta entrambi con la sua sottile ‘maieutica’ che, portando alle estreme conseguenze il loro ragionamento, li condurrà a contraddirsi da soli. Ciononostante - altra particolarità che rende unico questo dialogo - i due si congedano dal pensatore non perché convinti dai suoi ragionamenti ma perché restano senza argomenti, e si accomiatano entrambi piuttosto scettici, sostenendo che ci rifletteranno sopra. La politica dà risposte, la filosofia pone domande. In estrema sintesi, le regole grammaticali - sostiene Socrate/Platone - non sono divine: non piovono dall’alto, non sono state scolpite nel marmo da Ercole 3mila anni fa o ricavate da leggi eterne di origine paranormale, dettate da un’intelligenza ultraterrena. Ce le siamo date noi stessi, giorno dopo giorno, per rispondere a un’esigenza estremamente banale, pratica, concreta: quella di capirci, di comunicare tra di noi.

L’esempio, ma ce ne sono tanti, è il “qual è” scritto con l'apostrofo: il classico errore che tanto inorridisce i maestrini con la penna rossa di cui spopolano i social, paladini della loro scolarità elementare. Quelli per cui scrivere “soprattutto” con due o una “t” è l’orizzonte epistemologico in cui esaurire la loro formazione, la cifra ultima della loro cultura. La Crusca da arbitrariamente per scontato che si usi “qual” invece dell’altrettanto legittimo “quale”, con l’altrettanto lecita elisione della vocale. Ma scriverlo con o senza apostrofo, in realtà, non cambia assolutamente in nulla la nostra esatta e precisa comprensione del significato dell’avverbio di modo. Nessuno può scambiarlo con “dov’è” o “com’è”. Dunque, se a gran parte della popolazione risulta più facile scriverlo con l’apostrofo, perché negarglielo in virtù di una convenzione, di una regola provvisoria e opinabile, creata dagli stessi uomini? La Crusca è un organo vetusto, anacronistico, fondato nientemeno che nel 1583 per proteggere il volgare fiorentino del 1300 da quello che è poi diventato l’italiano: se fosse rimasta coerente alla sua ragione sociale, dovremmo parlare ancora come Dante nella Divina Commedia. E ancora oggi ignora il presente, inchiodata come un ministero dell’ancien regime al trapassato remoto. Salvo poi lanciarsi in inspiegabili e comiche fughe in avanti, come alcuni anni fa con “petaloso”. L’esatto contrario di ciò che prevede ogni semantica: un vocabolo acriticamente e unilateralmente sdoganato sul dizionario da sedicenti guardiani del Verbo, sebbene nessuno lo usi o capisca bene cosa significhi. Eravamo arrivati a un passo dalla sua benedetta soppressione con la manovra del 2011, ma il solito un emendamento bipartisan e intrallazzone fece saltare tutto all’improvviso.

La Crusca, per sua costituzione, ignora la “prosodia” del testo, l’efficacia comunicativa di espressioni e modi di dire: solo le istruzioni per l’uso di una lavatrice o di un aspirapolvere e le leggi del codice giuridico seguono esattamente i canoni della grammatica. Per forza: in questi casi è necessario che l’intenzione comunicativa del mittente non lasci spazio a dubbi, uniformandosi perfettamente alla comprensione del destinatario del messaggio. In tutti gli altri casi, è esattamente questa l’essenza della lingua: mutazione e continuo cambiamento. Ben venga quindi “qual’è” con l’apostrofo se tutti ci intendiamo senza problemi sul suo senso, che problema c’è? Ce lo siamo imposti noi di scriverlo in quel modo ma, adeguandosi alla funzione pratica che ha lingua, va benissimo cambiarlo o ammettere entrambe le soluzioni, come già successo per altri termini. La lingua non ha bisogno di avvocati difensori, di controllori, di secondini fuori dallo spirito del tempo, esprimendo nella contaminazione della sue frasi la stessa evoluzione, lo stesso meticciato, multietnico, in atto nella società civile. La lingua è “città aperta”: ben vengano nuovi mix di forme verbali, nuove grammatiche. La loro validità sarà legittimata dall’uso di massa che ne faranno gli uomini, come di fatto avviene, non certo da quattro prof rinchiusi in una villa medicea, custodi solo del loro bell’ufficio. 


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