Cultura Racconto

Il Diario

Nel quindicennale della nascita di Ragusanews, Un Uomo Libero ci regala un suo racconto

https://www.ragusanews.com//immagini_articoli/15-05-2022/il-diario-500.jpg Luna sul golfo di Sampieri

Scicli - Da alcuni mesi ormai notavo una piccola utilitaria sempre parcheggiata nello stesso posto, su una terrazza naturale aggettante sul mare di Pisciotto.
Un signore anziano dai pochi capelli bianchi la guidava. Arrivava di primo mattino, spiegava il suo giornale, accendeva la radio sintonizzata su un canale di musica classica e aspettava, immerso nella lettura e nei suoi pensieri, il mezzogiorno per scomparire per la stessa strada dalla quale era giunto.
Dapprima questo comportamento m’incuriosì, poi considerai lui e la macchina quasi un arredo urbano, una presenza imprescindibile in quello scenario di antica e struggente bellezza che sempre è stato ed è Pisciotto.
Sospettavo, giudicando dalle apparenze, che fosse un tipo strano, poco socievole.
Anch’io frequentavo assiduamente quel posto ma lo facevo nelle pause di lavoro, per consumare una colazione veloce o fumare una sigaretta.
Ero stato dirottato dalla Puglia, mia regione d’origine, come ingegnere in quest’estremo angolo di Sicilia da un’impresa che aveva appaltato i lavori di sostituzione dei cavi telefonici nel territorio.
Una mattina notai che il signore non era al suo solito posto. La novità mi sorprese e mi amareggiò. Tuttavia volli credere che la sua assenza fosse stata causata solo da un contrattempo.
E, infatti, il giorno seguente era regolarmente presente.
Forse il timore di non rivederlo più mi diede il coraggio necessario per avvicinarlo e scambiare con lui quattro chiacchiere.
Mi accostai con timidezza al finestrino abbassato della sua vettura e lo salutai.
Lui alzò sorpreso gli occhi dalla pagina del giornale, mi guardò, ebbe un attimo di esitazione, poi rispose al mio saluto con un tono affabile e incoraggiante.
- Ieri non è venuto. – Dissi, con una leggera preoccupazione nella voce che non voleva essere un rimprovero.
- Sì. – Rispose.
- Spero tutto bene. – Continuai.
- Un po’ sì e un po’ no. – Commentò lui evasivo.
Restammo in silenzio. Ero imbarazzato. Non sapevo se congedarmi o rimanere. Lo sconosciuto chiuse il giornale, lo piegò, lo appoggiò sul sedile a fianco, aprì lo sportello, sgranchì le gambe e si diresse a una roccia molto levigata per sedersi quasi a picco sul mare.
La giornata era magnifica. A maggio Pisciotto e Sampieri sono sempre magnifici. Il sole picchiava un po’ ma mai come in estate.
Mi guardò, ormai seduto, dal basso verso l’alto.
- Lei non è del posto, vero?- Domandò.
- No, infatti. Sono pugliese. – Lo informai col mio inconfondibile accento. Sorrisi benevolmente. Continuai: -Dirigo l’equipe di tecnici che sta sostituendo i cavi telefonici.-
- Ah, ecco! – Esclamò lui, come se la mia risposta volesse dare una spiegazione a una sua implicita domanda.
Qualcosa in quell’uomo mi ricordava mio padre.
- Molti anni fa – riprese – ho lavorato con un gruppo di pugliesi. Eravamo a Milano. Costruivamo ponti e autostrade. –
- Anche lei ingegnere? – Domandai.
- No. Sono stato un tecnico, un caposquadra. –
- Bene. – Dissi. Ero a corto di parole. – Anch’io ho lavorato spesso con siciliani e gli attuali operai sono tutti di qua. –
- Brava gente, i pugliesi. – Commentò l’uomo, come se seguisse un filo segreto di pensieri.
- Anche i siciliani. – Aggiunsi, volendolo gratificare.
Si era fatto tardi e dovevo ritornare al cantiere. Il signore doveva tornare anche lui a casa per il pranzo.
- Domani la rivedrò? – Azzardai.
- Sì. Spero. -Disse lui. Poi, accorgendosi che non avevo consumato il mio panino: - Lei non ha finito di pranzare… mi spiace. –
- No. No. Tranquillo! – Lo rassicurai. – Faccio in un istante. -
Ci salutammo come vecchi amici. Dopo averlo conosciuto, la sensazione che avevo provato prima era molto lontana dalla verità. Avevo scoperto un uomo affabile, per nulla scorbutico, forse fragile.

Il giorno dopo il signore purtroppo non venne e il giorno seguente neppure. Cominciai a preoccuparmi, non sapevo a chi chiedere e come rintracciarlo. Arrivavo a Pisciotto ogni mattina col cuore in gola intuendo che le sue defezioni fossero causate da un serio problema.
Finalmente un giorno, dopo diverse settimane di assenza, lo sconosciuto ricomparve.
Ritrovarlo fu grande gioia.
Con confidenza e tempestività mi diressi al suo finestrino, interrompendo la sua lettura del giornale.
-Salve! – esclamai contento. – Finalmente la rivedo! Tutto bene?-
- Sì e no. – Ripeté come quando l’avevo conosciuto.
- Niente di grave, spero… - Augurai.
Lui ripiegò il giornale. Lo lasciò sul sedile del passeggero. Aprì lo sportello, si diresse alla sua roccia preferita a strapiombo sul mare e, questa volta, mi guardò con occhi intensi sempre dal basso verso l’alto.
Ero imbarazzato, sorrisi. M’invitò con un gesto della mano a sedermi accanto. Obbedii.
-Potresti essere mio figlio – esordì guardando con curiosità la mole della mia figura. – Avrai cinquant’anni, non di più… - Concluse.
Annuii.
- Sì. – Continuò guardando il mare e aguzzando la vista. – L’età di mio figlio. –
- Ha un figlio? – Chiesi con interesse.
- Non uno, due. Sono lontani. Vivono la loro vita. – Fece una pausa. – Posso darti del tu, vero? – Chiese.
- Ma certamente. – Lo incoraggiai. – Mi chiamo Nicola. – Aggiunsi.
- Bene. A patto che anche tu mi darai del tu. Io mi chiamo Giuseppe.-
-Grazie. – Mormorai. E mi sorprese il suo nome perché così si chiamava anche mio padre.
Fece una lunga pausa.
- L’ultima volta chiedevi perché non ero venuto. -
- Sì. La tua assenza m’incuriosiva e mi rattristava. - Confessai.
-Solo chi ama davvero sente la mancanza di una persona cara. Grazie per avermi pensato. – Disse.
Lo guardavo e mi affezionavo sempre di più a quel vecchio strano.
- Spesso, quando mi chiedono dei miei figli, io dico che tutte le sere mi chiamano al telefono, che hanno mille premure per me, ma mento. Non mi chiamano mai, forse hanno dimenticato il mio numero e, con esso, il mio nome e il mio volto. Ma non mi dolgo di tutto questo. Avrei dovuto fare anch’io così con mio padre. Non voglio giudicarti. Non so se tu fai altrettanto. Non di rado – aggiunse - quando i padri invecchiano sono molto egoisti e pretendono dai figli la restituzione di quella parte di vita che hanno loro dedicata in gioventù. Presentano con essa un conto salato comprensivo di molti interessi. E non capiscono che anche loro, i figli, hanno diritto di vivere una vita propria. –
- Chi ti bada, dunque? Vivi da solo? – Chiesi.
- Mia moglie è morta da un pezzo. Una donna, una giovane donna si prende cura di me. Ma l’affetto di un figlio non potrà mai restituirtelo un’estranea.-
Il mare era quasi immobile, mille strisce di diverso colore trasformavano la sua superficie piatta in un immenso pullover a righe.
- E giungi alla fine della vita – continuò - senza sapere com’è volato il tuo tempo. Ti guardi allo specchio ogni mattina e scopri una ruga nuova, un ciglio sempre più spelacchiato, i muscoli, ormai flaccidi, ti rendono faticoso il cammino e più lunga la strada; vorresti proprio piangere ricordando il ragazzo di una volta.
Vengo qua perché solo questa bellezza mi resta e la contemplo con occhi avidi, nel timore costante che un giorno qualcuno me la rubi per sempre.
Qui riesco ancora a essere l’uomo di un tempo. A esorcizzare il mio passato facendo rivivere nella mente i ricordi più belli. Corrono sulle onde i pensieri come se fossero incalzati dal vento ed è davvero un miracolo se il cuore riesce ancora a frenarli.
Ripenso alle donne che ho avuto, a quelle che mi hanno amato e non ho amato, o a quelle che ho amato e non hanno ricambiato il mio amore. Agli uomini che mi sono stati vicini, che mi hanno protetto o a quelli che mi hanno tradito e alla fine scopri che tutto è un’effimera commedia, un gioco inutile delle parti che prima o poi è destinato a finire.
Che cosa resterà, allora, alla fine, ti chiedi?
Non più sensazioni, non più ricordi, ma lo stupore di una bellezza che naviga perduta nel tempo e non pretende nulla se non di essere colta al momento.
Non ti scandalizzare se ti dico che non ricordo più il volto di mia moglie e ho dimenticato anche il volto della madre.
Essi rivivevano nella mia memoria solo quando li guardavo in foto. Ho ripulito la mia camera da qualsiasi foto. Non mi servivano più, mi provocavano solo dolore. –
Lo osservavo con una profonda pena ma anche con interesse. La sua confessione era straordinariamente autentica.
- Non hai mai fatto l’esperienza di Dio? – Chiesi con curiosità.
Giuseppe scoppiò in una sonora risata. Allungò la sua mano invecchiata e tremante indicando nel mare un orizzonte lontano.
- Ecco – disse – il mio Dio! I miei figli a volte pensano che io sia diventato matto e mi guardano con compassione quando parlo così. Se davvero Dio esiste, Dio è qui, in questa bellezza mutevole ed eterna, contemplata per millenni da incalcolabili schiere di uomini, anime che non sappiamo dove sono migrate ma che da qualche parte saranno. Conosco ogni minimo sussulto e ogni sfumatura di questo immenso quadro mutevole: li custodisco geloso nel mio cuore.

Ho imparato a scrivere per ogni giorno della vita che resta una pagina di un diario alla quale ho affidato, momento per momento, i miei pensieri, nella quale ho riprodotto la nota della spesa, ho segnato i controlli dei medici, le medicine e la loro posologia, ho confidato i desideri più segreti che tuttavia agitano il corpo ma che ormai hanno lo stesso colore stinto di un antico e mercenario peccato giovanile. -
Fece una pausa necessaria. Era in affanno.
-Sono stato in ospedale, le volte che non sono venuto. – Riprese più pacificato. –
-Sentivo che qualcosa di grave era successo nella tua vita…- Mi affrettai a consolarlo.
-Quello dell’altro ieri, mi hanno detto i medici, è stato l’ultimo avvertimento. Potrei morire stanotte stessa. Non dovrei essere qui, in effetti. Mi hanno consigliato di avvisare i figli, la famiglia. Non lo farò. Non voglio che si preoccupino per me. Voglio andarmene in punta di piedi…-
Mi fece un’infinita tenerezza.
- Sono venuto per salutarti. Forse sei stato l’unico cui sono mancato davvero.-
-Non dire così. – Lo pregai. – Spero che tu stia scherzando.-
- No. No. Mai così seriamente ho parlato a qualcuno. – Replicò. -Ti posso chiedere un favore?- Aggiunse.
-Ma certamente! – Esclamai.
Si alzò. Andò verso la macchina. Ritornò con un pacchetto tra le mani.
- E’ il mio diario. – Disse. – Ho smesso di aggiornarlo da ieri, da quando cioè mi hanno rivelato che ho le ore contate. Vorrei affidarlo a te. Io non riesco a tirarlo in questo mare, sarebbe lo stesso che suicidarsi. Fallo tu per me, quando non mi vedrai venire più. Solo allora! Me lo prometti?-
I suoi occhi ora mi fissavano lucidi, intuendo davvero la fine. Ero commosso.
Raccolsi il pacchetto. Lo rassicurai.
Mi alzai. In uno slancio di paterno affetto, lui mi abbracciò.
- Grazie. – Mormorò. – Addio amico. Sento già la febbre salire. E’ la fine che si avvicina. –
Si diresse verso la macchina. Mise in moto. Mi fece un ultimo cenno di saluto con la mano e si allontanò sollevando una nuvola di polvere bianca sotto un sole caldo che annunciava l’estate.

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