Cultura Strettamente personale

In cosa ha vinto Raffaella? Ha vinto in umanità

Raffaella è stata vera, autentica, dirompente avanguardia, antenna vigile dei costumi che cambiavano in una società bacchettona

Raffaella

“Gioiscono”. Avrò avuto cinque anni quando al moletto di Sampieri scorsi una coppia che si baciava intensamente con mia meraviglia e curiosità.
“Mamma, quei due gioiscono”.
Inventai la locuzione non sapendo definire una cosa che secondo me non era un bacio, perché il bacio lo davo alle mie sorelle sulle guance, e l’emozione che doveva restituire quella cosa sembrava superiore ai baci che avevo dato io.
Quindi, tutte le volte che vedevo una coppia baciarsi, come ci si bacia fra innamorati, decisi che quei due “gioivano”.
Avrò avuto la stessa età, e la Tv di Stato, che aveva un solo canale, anzi, un paio -che Rai Due era nata da poco e faceva le trasmissioni di serie B- mandava in onda una canzone che accompagnava, nel ricordo del giorno dopo, le mie giornate all’asilo da Suor Concetta.
Quanto è bello far l’amore da Trieste in giù.
Pensavo che la cantante che cantava questa canzone non era stata poi tanto giusta.
“Perché quelli che abitano sopra Trieste, cosa potranno mai pensare?”
Capivo che in quel messaggio c’era qualcosa di dirompente, di scorretto, rivoluzionario.
E così ho sempre guardato Raffaella Carrà come a quella fuori dagli schemi, che faceva cose che gli altri non si aspettavano.
Come quando fece impazzire gli italiani, negli anni Ottanta, a contare fagioli in una boccia, o quando fece entrare -come Fellini per “paparazzi” e “maglione dolcevita”- il termine “carrambata” nel nostro vocabolario.
Ricordo lo scalpore che fece Enzo Biagi quando per un contratto in Rai disse che accettava come compenso lo stesso cachet di Raffaella Carrà, un modo di agganciarsi, in modo uguale e contrario, all’Italia in cui tutti si riconoscevano.
E dopo, negli anni Duemila, scoprii come i miei amici e amiche gay vedessero in lei una icona di libertà, di disinvolta comunicazione della propria identità sessuale.
Quando Elena, qualche mese fa, mi disse che ero cresciuto a pane e De Andrè, risposi: “Carissima, a me mi piace Raffaella Carrà. E la ascolto in macchina senza vergognarmene”.
Perché Raffaella Carrà ha intersecato una storia d’Italia così importante? Perché è stata una brava cantante? Una autrice geniale, una ballerina e attrice irresistibile? No.
Raffaella è entrata nel cuore degli italiani per la sua umanità. Perché non è mai stata finta, affettata, costruita, nella sua dimensione di donna della Televisione.
Raffaella è stata vera, autentica, dirompente avanguardia, antenna vigile dei costumi che cambiavano in una società bacchettona che faceva ormai finta di essere bacchettona, società che aspettava solo qualcuno che dicesse: “Il Re è nudo”.
Ne abbiamo piene le orecchie dei vostri perbenismi cattolici e ipocriti, fatti dalla stupita meraviglia di chi, dopo venti anni che non ti vede, ti esclama: “Che piacere rivederti”, “avremo occasione”.
Ecco, Raffaella Carrà non avrebbe mai detto a qualcuno: “Avremo occasione”.
L’occasione, la vita, è adesso, qui e ora.
Raffaella. In ebraico “Dio guarisce e risana dai mali della vita”, quelli ingiusti, di cui a torto o a ragione pensiamo di essere stati vittima.
Buon viaggio, Carrà.


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