Il terremoto del 1693 aveva causato una vera e propria anestesia della memoria
di Francesco Pellegrino


Scicli – È stato appena pubblicato il terzo volume di una serie dedicata alla Sergenzia dal titolo “La Sergenzia di Xicle tra Seicento e Settecento”. Si completa così la trilogia (Xicle, invenzione di una Sergenzia, 2021; La Sergenzia di Xicle, nella seconda metà del Cinquecento, 2022; La Sergenzia di Xicle tra Seicento e Settecento, 2023) che ha come grande protagonista la Sergenzia maggiore di Scicli.
In passato è stato scritto poco sull’argomento forse perché le fonti erano scarse o di difficile consultazione.
Il terremoto del 1693 aveva causato una vera e propria anestesia della memoria alla quale molto pure aveva contribuito la lunga decadenza dell’epoca comitale segnata indelebilmente dal processo per lesa Maestà al quale era stato sottoposto contumace, nei primi anni del Settecento, l’ultimo “vero” conte di Modica don Juan Enríquez de Cabrera, almirante di Castiglia. Il processo si era concluso con la sua definitiva condanna alla “muerte de cuchillo”, il supplizio finale al quale erano sottoposti i condannati del suo rango, anche se il conte morì anni dopo in battaglia.
Dopo la sua scomparsa, alla Contea di Modica era venuto meno anche il suo storico protagonismo istituzionale nel tormentato panorama dell’isola siciliana. Essa continuò a vivere come struttura amministrativa fino agli inizi del sec. XIX quando il Parlamento siciliano abolì la feudalità sancendo la separazione dei poteri legislativo ed esecutivo.
La Sergenzia sciclitana e le altre nove dell’Isola non durarono fino al sec. XIX. Erano state liquidate molto tempo prima con un biglietto fatto recapitare al Tribunale del Real Patrimonio di Palermo l’8 novembre 1734 dal conte di Montemar, un uomo vicino alla Casa francese dei Borboni per la quale aveva riconquistato il Meridione d’Italia strappandolo agli Austriaci.
Per ben due secoli, le Sergenzie maggiori avevano avuto il compito di difendere le coste siciliane da eventuali minacce di sbarchi e incursioni con risultati a volte egregi.
La Sicilia, trovandosi al centro del Mediterraneo, vuoi per la sua posizione strategica, vuoi perché da sempre è stata considerata una vera e propria porta d’Europa, è stata soggetta a invasioni di ogni genere dai tempi più remoti.
Scicli non fu solo sede di Sergenzia, fu anche piazza d’armi. I più importanti capitani e strateghi militari spagnoli si avvicendavano nella carica di Sergente maggiore della Sergenzia sciclitana, carica che, voglio ricordare, era di nomina regia e nulla aveva a che fare col feudatario, nel nostro caso il Conte di Modica, nel territorio del quale insisteva la Sergenzia.
Madrid, la vecchia Castiglia, il Paese Basco, la Galizia erano i luoghi più comuni dai quali provenivano i Sergenti e di solito questi soldati mettevano radici a Scicli, sposando ragazze della borghesia locale, dando vita a vere e proprie dinastie.
I Ribera, i Perez, i Peralta furono tra i nomi più noti. Ma bisogna anche ricordare il sergente Cerraton che pur non avendo sposato una donna siciliana condivise con la città vita averi e destino.
Questo terzo volume racconta l’ultimo periodo di grande splendore di Scicli drammaticamente segnato purtroppo dalla peste del 1626 prima e, poi, dal terremoto del 1693.
Una storia riscoperta, raccontata da centinaia di documenti di archivio in parte recuperati tra i fondi dell’Archivo General de Simancas in Spagna, tra quelli dell’Archivo Histórico Nacional di Madrid, tra i fondi degli Archivi siciliani.
Una trilogia, questa, dedicata a chi è vissuto prima di noi, a chi ha amato e lavorato la terra, a chi ha lasciato nel DNA di ogni sciclitano, ma anche estesamente di ogni abitante della Contea di Modica, il segreto e la traccia del suo passaggio.
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