Cultura Arte e business

Lo spettacolo dal vivo non è solo divertimento

Il live ultimo luogo della socialità a riaprire, quando avverrà sarà finita davvero

Il giovane cantautore modicano Giovanni Caccamo in concerto solo piano e voce lo scorso settembre, in un’Arena di Mantova con pochi e distanziatissimi spettatori

 La strada è quella dello sviluppo di produzioni esclusive, ad hoc, differenziate per target. E a pagamento. Sia nell’incisione di brani che nella diffusione di spettacoli in diretta - concerti, fiere e musical - subentreranno le soluzioni delle multinazionali dell’online, ansiose di cavalcare il boom del digitale per ampliare il loro giro: se si producono film e serie, perché non dischi e concerti? Una “Netflix della cultura” la definisce il ministro Franceschini. Cantanti e autori concentreranno sul web la loro attività: con la pirateria dilagante su Vimeo, Dailymotion e Flickr da tempo non guadagnavano più dai contratti. Così editori e manager che, per la stessa pirateria, non facevano più soldi dall’acquisto dei cd al dettaglio: convertiranno in Rete parte degli affari, come ogni impresa, trattando con la distribuzione internet il versamento di royalty, magari con formule variabili in base alla quantità di clic e interazioni.

Senza spettatori dal vivo, restano pur sempre i media per incassare i copyright. Ci sono già Spotify e altre piattaforme che distribuiscono archivi e selezioni musicali - come SoundCloud, Jamendo, Tubeats, JustHearIt, MusicUp - e nuove ne nasceranno per la virtualizzazione degli eventi e la loro trasmissione a “pedaggio”. Anche cinema e tv assistono alla progressiva erosione del loro business da parte di una sfilza di siti che, rispetto al circuito ufficiale, abbattono costi di uffici e personale: Amazon, Infinity, NowTv, Dplay, Prime Video, Disney+. Sono oltre una decina in Italia: un’offerta inflazionata che minaccia piccolo e grande schermo, confermando lo spostamento del pubblico verso una fruizione privata e domestica rispetto al raduno pubblico. La gente migra verso il luogo virtuale, spazio indifferenziato dell’incontro casuale e della comunione - a distanza - di una passione e di un’esperienza.

Visionari e think tank ridipingeranno un’intera industria sui social: l’evento artistico finirà sempre più in mano alle tecnologie multimediali e le funzionalità offerte diventeranno esse stesse lo show a cui assistere comodamente da casa. Netflix&Co hanno già demolito l’elettrodomestico per eccellenza degli italiani, il televisore. Ma come se la caveranno le figure professionali che operavano all’oscuro, i profili all’ombra del backstage, la “cucina” che sorregge l’ultima quinta? Mestieri e risorse non digitalizzabili, non trasferibili nei nuovi luoghi di condivisione virtuale dove occorrono competenze informatiche, non manuali: un indotto di cooperative e partite iva, senza diritti e tutele, composto da centinaia di migliaia di lavoratori a chiamata, a progetto, a stagione. L’unica alternativa è che le complicazioni sociali del Covid si risolvano in fretta, prima che si instaurino nuove abitudini, e a tutti quanti venga una tale voglia di eventi dal vivo da recuperare in volata quanto perso finora.


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