Cultura Da La Repubblica

Macché senatore, io sono sempre Eduardo

Dall'archivio privato di Ragusanews, una intervista di Paolo Guzzanti a Eduardo De Filippo. Pubblicata su La Repubblica del 27 settembre 1981 e inedita sul web

Il senatore Eduardo De Filippo, drammaturgo

Velletri, 27 settembre 1981 - “Prima mi ha telefonato Maccanico dal Quirinale. Dice: sa, mi servirebbe il suo indirizzo, e intanto, non dovrei, è un’indiscrezione, ma insomma, sono felice di dirle che il presidente Pertini l'ha nominata senatore. Come senatore? Dico io. Datemi almeno 10 minuti, 10 minuti per consigliarmi, vorrei parlarne almeno col Presidente, sa, io potrei essere anche un senatore scomodo e mi spiacerebbe far fare una brutta figura a Pertini che tanto stimo”.
Eduardo si ferma un attimo per bere un caffè freddo che Isabella, sua moglie, gli ha amorevolmente portato. E’ l’ora del tramonto nella villa di Velletri che fu di Andreina Pagnini. La gatta Alfonsina, malpezzata e vezzosa, ha appena sbranato un etto di prosciutto. Il gatto prediletto, Giuseppe Verdi, è a caccia, a fare, come sottolinea Eduardo, “il suo mestiere di gatto”.
Il neosenatore ha gli occhi protetti da occhiali neri: il primo giorno di luce dopo una operazione di cateratte. Emozionato, allegro, arguto, un po’ spaventato e un po’ gigione. Si parla di api e del limoneto, siamo in un tripudio di verde e tutto invita all’ozio. Sulle spalle, come un corto mantello, ha gettato un golf azzurro a righe blu. Sulla camicia bianca aperta sul collo indossa una giacca blu a righe bianche molto lunga. I pantaloni sono azzurrini, bianche le calze e neri i mocassini.
Racconta che, subito dopo Maccanico, gli ha telefonato Pertini: “Rispondo e dico: con chi parlo? Ah!, Voce inconfondibile! Il presidente in persona!… La ringrazio. Lui mi dice, guarda devo partire, ci vediamo lunedì. Lo saluto e aspettavo lunedì. Invece stamattina la nomina è diventata ufficiale”.

Senta senatore…
“Per piacere non mi chiami senatore. Ho impiegato una vita a diventare Eduardo, sa, diventare senatore può capitare a chiunque”.
Ma lei che cosa farà al Senato?
“Parlerò dicendo la verità. Sarò scomodo. Questi sono tempi che chiedono chiarezza e io, come uomo di teatro, credo di avere quel certo dono, quella capacità di presentire i tempi che le mie commedie dimostrano: basta prendere Napoli milionaria…”
E che effetto le farà stare al posto di Montale Eugenio? (Montale era morto il 2 settembre del 1981, era stato nominato senatore a vita da Saragat nel 1967). 

Montale sarebbe stato contento. Io penso molto a lui, siamo stati amici, avrebbe avuto piacere. Posso adesso fare io una domanda a lei? Che cosa pensa lei che io possa fare al Senato? Come mi vede?
Credo che l’istituzione possa soverchiarla, come in genere accade.
Ecco! Questo è il rischio: essere soverchiati. Perché i politici sono sommersi dal loro linguaggio, sono pieni di parole inventate e generalmente non sono autentici. Somigliano ai personaggi delle commedie scritte da autori che non sanno scrivere per il teatro: sono personaggi privi di caratterizzazione, pensano e agiscono tutti come pensa e agisce l’autore: mancano di personalità.
Lei però in passato ha già detto di no altre volte alla proposta di farla senatore a vita.
Si, altre 3 volte. Ma erano altri tempi. Allora ci si poteva tirare indietro. Oggi occorre essere presenti.
Emozionato?
Sono sorpreso da certe assurdità. Pensi che la radio ha detto che io avrei avuto stamattina la notizia nientemeno che da Spadolini. Sì, proprio così! Spadolini mi telefona e mi dice che mi hanno fatto senatore. Ah! E la radio spiega anche che io mi sono commosso e ho detto pure una poesia. Ma dove siamo! E che sono diventato un bambino che gli telefonano e lui dice la poesia? Sono piccino e di parole -le so dire che due sole- le parole sono queste -buone feste -buone feste. Ma guardi che in questo paese tutti inventano senza pudore.

Sarà un senatore particolare? Porterà uno stile diverso a palazzo Madama?
Tutte le arti e i mestieri sono personali, non esistono ricette e io non chiederò consigli. E’ una vita che dico la verità col teatro, seguiterò a dirla anche lì. Per questo mi ero preoccupato per Pertini: non vorrei che dovessi procurargli qualche grattacapo.
Che direbbe oggi al Senato? Faccia finta di entrare adesso e di pronunciare il suo primo discorso.
Direi, per usare un’espressione che è già mia, che stiamo vivendo l’epoca dei giorni dispari. I giorni sfortunati. Qui i problemi li sappiamo tutti quali sono, non è che serve chiarezza per capire quali guai stiamo attraversando. L’inflazione ce la nominano dalla mattina alla sera; i missili li leggiamo ogni giorno e sentiamo ogni giorno le opinioni, la pappa della loggia P2 è sempre quella e un giorno sembra finita e il giorno dopo ricomincia, della corruzione poi non ne parliamo… Devo continuare?
Se vuole. Ma credo che il pubblico si chiederà che tipo di senatore sarà lei.
Io sono Eduardo.
Non è più Eduardo e basta. Adesso lei è Eduardo senatore. Potrebbe essere un titolo.
È già. Eduardo senatore, ma io sono anche Eduardo professore: quest’anno insegno all’Università. E sono anche Eduardo dei perché: sto scrivendo un libro che si chiama “Il libro dei perché” e, vede, io come senatore sarò quello che sono sempre stato. Sono l’autore del Sindaco del rione Sanità, sono quello delle voci di dentro, sono quello che ho capito, per via teatrale, non per via sociologica o politica, che il boom del miracolo economico era destinato a finire. E sa: i politici mi risulta che certi miei lavori li leggono con attenzione, certi se li tenevano sul comodino, come per esempio il vecchio senatore Piccioni.

Eduardo senatore dovrebbe fare anche una regia per la scala di Milano, vero?
Ah, quella è una faccenda misteriosa. Questi della Scala sono andati in Giappone e si sono scordati di tutto. Anche dei contratti firmati. Adesso, che vuole, comincia ad essere troppo tardi e io una regia di routine non la faccio davvero.
Lei ripete sempre che non scriverà mai le sue memorie. Perché tanta insistenza?
Perché ogni tanto esce fuori questa voce. E invece le memorie non servono a niente. Quando mi domandano come ho cominciato, che cosa dovrei dire? Raccontare la solita bugia di tutti gli attori: ero tanto povero, poi una sera ho sostituito il prim’attore ammalato e ho avuto tanto successo. Balle, bugie da attori. La verità semmai è un’altra.
Sentiamola.
La verità è che ci vuole lavoro, un lavoro continuo, senza sosta, una ricerca esasperata… L’esperienza: questo sì.
Torniamo alla sua nomina. Mi pare di capire che Pertini l’abbia battuto sul tempo, impedendogli di ripensarci. Anzi, di pensarci.
Sì, è così: Pertini si è abbandonato alla sua consueta genialità estemporanea perché conoscendo il mio carattere sapeva che io avrei anche potuto rifiutare, in realtà non credo che l’avrei fatto, anzi lo escludo, però in passato è già successo.
Quando le fu già proposta quella nomina?
La prima volta tanti anni fa venne da Padellaro, poi dal presidente Leone e poi da un senatore che è anche suo collega, il quale mi scrisse dicendo che aveva fatto la proposta in Senato e che era stata accettata all’unanimità. Io lo ringraziai, non gli dissi che era arrivato buon ultimo, e l’ho pregato di lasciar perdere.
Secondo lei era dovuta questa nomina?
Ma sì, la meritavo pienamente: credo di poterlo dire senza falsi pudori, no? E' il giusto riconoscimento per tanti anni di lavoro nel teatro, tanti anni di sacrifici e di dedizione. Se in passato non l’ho accettata non è stato davvero per pudore: non l’avevo accettata perché erano altri tempi e non mi ci vedevo al Senato. Ma adesso!
Adesso viviamo in tempi tali che rifiutare avrebbe significato disertare. E io non diserto, io sono un testimone della verità.

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E perché ha tanta paura di essere un senatore scomodo?
Perché mi viene il dubbio che non abbiano letto i miei lavori e non abbiano capito il senso, il significato del mio teatro. Comunque penso che la mia presenza in Senato potrebbe essere utile non soltanto a me ma anche per gli altri. A Napoli c’è un detto, non so se lo stesso anche da voi. Il detto è questo: quattro occhi vedono meglio di due.
Esiste, Eduardo, esiste anche fuori Napoli.
Ah, bene… Anche se io più che quattro occhi ormai ne ho soltanto uno in buono stato. Comunque, parlando così, liberamente, devo dire che la mia nomina mi fa piacere anche per Napoli, ah, Napoli! Che alfabeto ha Napoli!...
Alfabeto?
Ma sì: un alfabeto come quello cinese, fatto di mille lettere e mille segni. La mimica… I napoletani come cinesi si incontrano, si guardano, ammiccano, fanno un’espressione e si sono detti tutto. Che città. E pensare che sotto il fascismo mi accusarono di fare del folclore. Del folclore io? Nelle mie scene non si è mai visto un Vesuvio, mai un mandolino o una chitarra. Soltanto la realtà. Fatti, fatti che accadevano come possono accadere nella realtà, solo che accadevano nel teatro. Ma la colpa non fu di Mussolini…
Non fu di Mussolini?
No. Fu del di scrittorucoli che si vedevano sorpassati dagli attori e dagli autori dialettali, da me, da Musco, da Govi, da Viviani, e quelli andavano da Mussolini e lo tempestavano.
Finché Mussolini disse la famosa frase: “Quel folclore che detesto”. E subito furono aboliti i teatri dialettali… Comunque, quelli sono tempi passati, oggi abbiamo a che fare con ben altro che il problema del dialetto. Ci aspetta un grosso lavoro. Ma lei non è che mi farà litigare, no? Sta attento a quello che mi fa dire, sì? Sa, abbiamo detto tante cose, certe serie, certe futili, ma insomma… Speriamo bene”. 


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