Cultura Musica e pioggia

Naufragio a Milano, mezzo secolo dopo piove ancora

Il brano di Paolo Conte del 1975 e la nuova immigrazione

Naufragio a Milano, mezzo secolo dopo piove ancora

 Milano – Ogni volta che scende giù un acquazzone, come ieri pomeriggio, mi torna in mente la canzone di Paolo Conte. I fondali di quel brano non erano dissimili, e qui conservano la magia di rinnovarsi a ogni pioggia. Milano è ancora una città fredda e piovosa, ma l’acquazzone del ’75 ha ormai allagato tutto. I suoi bambini, da piccoli ragionieri, sono diventati manager spietati, e le nuove criature hanno occhi e colori diversi, più scuri. Non contano le paghette dei genitori, ma i giorni che mancano a un permesso di soggiorno, allo sfratto da un alloggio popolare, all’abbraccio di chi è rimasto nella terra d’origine. Il ciemento della via Gluck s’è impilato nei grattacieli per ricchi di Porta Nuova, soffocando all’inverosimile la città più inquinata d’Europa.

Si sgomberano edifici come la Torre Galfa per lasciarli vuoti, nel loro tetro isolamento, e poi riqualificarli in hotel di lusso. E si continua a colare calce per nuovi appartamenti, anziché ristrutturare i vecchi. Di fisso non c’è più neanche il posto, oltre l’orario. L’integrazzione da amara è diventata inesistente, le milleciento lagreme sono diventate un milione, a'branda cigolando un letto a castello dove dormono in cinque, il terrone ora è lo straniero. L’immigrazzione però no, non è cambiata: significa sempre fame, suonno, figli, paese volato via, nustalgia.

Paolo Conte non poteva immaginare che il suo Naufragio padano, sarebbe diventato manifesto di un’immigrazione proveniente ancora più a sud del Mezzogiorno. E che avrebbe riguardato un continente intero. L’Africa. Ma anche l’Asia e il Sud America. Già, anche in Sud America, altro capolavoro, c'era qualcuno che provava a campare decentemente, sognando di essere prossimamente milionario, aspettando nel frattempo l’ultima carità di un’altra rumba: immaginifica consolazione da una realtà che ha deluso le aspettative, dominata dalla forbice sociale tra il danneggiato e l'assicurazione.

La Milano da bere è diventata da ingoiare, come una parola amara. La città dei servizi è diventata la città del malaffare, la capitale d’Europa la fucina della ‘ndrangheta, la medaglia d’oro alla Resistenza la patacca della Lega, le figure ignote ignobili. Strehler, Eco, Jannacci, Fo. Non ci sono più e non hanno lasciato eredi. Adesso anche Milva se n’è andata. Il naufragio di un’epoca e di una civiltà ha portato a galla la schiuma dai tombini. Sono rimasti Berlusconi, Formigoni, Fontana, Moratti. Nun ce resta che l'ammore, quello non potrà togliercelo nessuno. Ma è ormai un ombrello bucato: il conforto di una gioia privata non basta più a ripararci dal diluvio della cosa pubblica. Quanto possiamo resistere ancora zitti senza raggiunà?


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