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U friscalettu, Aristeo e lo spirito della principessa annegata

Il pastore divino di passaggio in Sicilia, e quello umano che placò un fantasma: due storie, uno strumento

https://immagini.ragusanews.com//immagini_articoli/31-10-2022/u-friscalettu-aristeo-e-lo-spirito-della-principessa-annegata-500.jpg U friscalettu, Aristeo e lo spirito della principessa annegata

 Ragusa - Aristeo, capace di addomesticare le api con il flauto, insegnò al popolo del re Hyblon la scienza dell'apicoltura e l'uso di questo strumento di sua invenzione, "u friscalettu". Figlio di Apollo e della ninfa Cirene, Aristeo nacque appunto nella regione libica della cirenaica ma, come Eracle, fu un eroe errante a cui capitarono di ogni: dall'innamorarsi di Euridice rapendola a Orfeo, alla tragica morte del figlio sbranato dai suoi stessi cani. Della sua figurano parlano soprattutto i poeti latini, tra cui Virgilio nelle Georgiche. Un pastore semidio, esattamente come il ragusano Dafni, che però era originario proprio della provincia iblea.

Divinità protettrice della pastorizia e dell’agricoltura, anche lui - a un certo punto delle sue peripezie - giunse in Italia. Prima in Sardegna, dove fondò l'attuale Cagliari; quindi in Sicilia, sui Monti Iblei, dove l'antico re siculo aveva appunto il suo regno. Qui insegnò ai locali - oltre all'arte della produzione del miele e della cera - anche la tecnica del fischietto magico, appunto il friscalettu, non a caso così popolare e tradizionale dalle nostre parti. Il suo passaggio è documentato indirettamente anche da Cicerone che, nel processo contro Verre, accusa quest’ultimo di aver sottratto pubblicamente dal tempio aretuseo di Dioniso una statua di Aristeo: il suo culto, quindi, doveva esser ben presente in quest’area dell’Isola.

Ma c'è anche un'altra leggenda riguardo la nascita di questo strumento così particolare. E narra di un re che aveva due figli, un maschio e una femmina, a cui chiese di portargli una penna di un uccello raro. Fu lei a trovarlo per prima e il fratello, roso dall’invidia, la spinse a tradimento in un fiume facendola annegare. Quindi tornò dal padre, contandogli qualche farfantarìa. Qualche tempo dopo però, passò un giovane pastore che - in attesa che le bestie pascessero - strappò una canna dalle rive del torrente per costruirsi una specie di flauto con cui passare il tempo. Appena iniziò a suonarlo, dalle acque del torrente emerse lo spirito della principessa annegata, che ancora vagava nei fondali in cerca di pace.

Improvvisamente dal flauto non uscirono più suoni ma parole: Picurareddu chi ‘mmucca mi teni iu sugnu figghia di Re cavaleri e pi pigghiari la pinna di pru me frati Peppi lu scelleratu fu. Terrorizzato, il pastorello lanciò lontano lo strumento. Poi, non potendo credere al prodigio a cui aveva assistito fosse vero, lo riprese e provò nuovamente a soffiarci dentro: immediatamente riniziarono a risuonare tra gli alberi quei terribili versi appena ascoltati. Allora si fece coraggio, e decise di recarsi dal re. Costui, incuriosito dal racconto, volle provare lui stesso: Patruzzu mio chi ‘mmanu mi teni iu fui iccata nall’acqua e pi pigghiari la pinna di pru, me frati Peppi lu scilliratu fu!. Non sappiamo che fine fece il fratello assassino ma, appreso che il padre aveva saputo finalmente la verità sulla sua fine, il suo spirito poté finalmente riposare serenamente.


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