Cronaca
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17/01/2026 17:08

Cuore fermo per ore, salvato alle Molinette. «Pochi anni fa non sarebbe sopravvissuto»

Arresto cardiaco refrattario a 47 anni, rianimato per 45 minuti e poi collegato all’ECMO

di Redazione

Torino – Per quasi un giorno intero, Andrea è rimasto vivo senza un cuore che battesse davvero. Il suo si è fermato all’improvviso, a 47 anni, in casa, durante una giornata qualunque. Nessun segnale, nessun preavviso. Crolla a terra.

La fidanzata capisce subito la gravità della situazione: chiama i soccorsi e inizia il massaggio cardiaco. Non si ferma. Sono minuti interminabili, in cui ogni secondo pesa come una scelta definitiva. Quando arriva il personale del 118 di Azienda Zero, il quadro è chiaro: arresto cardiaco. Le manovre continuano senza sosta. Scariche elettriche, farmaci, compressioni. Ma il cuore non riparte. È un arresto cardiaco refrattario, la condizione più temuta: quella che non risponde alle cure standard. Fino a pochi anni fa, la storia sarebbe finita lì. Andrea viene trasportato all’ospedale Molinette di Torino senza che il cuore abbia mai ripreso un’attività efficace. La rianimazione non si interrompe mai: dalla casa all’ambulanza, dall’ambulanza al pronto soccorso. In totale, 45 minuti di massaggio cardiaco continuo. Un tempo enorme, che di solito non lascia spazio alla speranza.

In ospedale
La causa è un’aritmia maligna, una vera e propria tempesta elettrica che manda il cuore fuori controllo. Anche quando si riesce a “riaccenderlo”, spesso non è più in grado di sostenere la circolazione. Ma questa volta accade qualcosa di diverso. I medici scelgono l’ultima possibilità: l’Ecmo, una macchina che sostituisce temporaneamente cuore e polmoni, garantendo la circolazione e l’ossigenazione del sangue mentre si cura la causa dell’arresto. È una decisione complessa, che richiede rapidità, competenze altamente specialistiche e un’organizzazione perfetta. Andrea viene collegato all’ECMO. Il sangue continua a circolare. Il cervello riceve ossigeno. Il tempo, per la prima volta, smette di essere solo un nemico. Il cuore può fermarsi davvero, riposare, mentre i medici intervengono. Di fatto, Andrea resta vivo per ore senza un cuore funzionante. Una condizione che, fino a poco tempo fa, non avrebbe lasciato alcuna possibilità. Oggi, invece, questa storia ha un esito diverso. Andrea è vivo e può riprendere in mano la sua vita.

Come è stato possibile
Il programma di rianimazione con ECMO della Città della Salute e della Scienza di Torino è attivo da circa cinque anni presso la Rianimazione di Pronto Soccorso delle Molinette, diretta dalla dottoressa Marinella Zanierato, in collaborazione con la Cardiochirurgia, diretta dal professor Mauro Rinaldi. È l’integrazione tra territorio e ospedale a fare la differenza: il riconoscimento precoce dei pazienti candidabili, il trasporto rapido con rianimazione in corso, il lavoro coordinato di più équipe. Negli ultimi due anni (2024–2025), il programma ha trattato 16 pazienti in arresto cardiaco refrattario extraospedaliero: 8 sono sopravvissuti. Una sopravvivenza del 50%, contro meno del 10% atteso con le sole manovre tradizionali.
Numeri che raccontano una trasformazione profonda: dove prima non c’era alcuna via d’uscita, oggi esiste una possibilità concreta. Anche quando il cuore si ferma. Anche quando il tempo sembra già scaduto.

Arresto cardiaco: come comportarsi a casa
Questa storia, però, non inizia in ospedale. Inizia in una casa, con una persona che sa cosa fare. La compagna di Andrea lo ha salvato non solo per amore, ma perché aveva la competenza per iniziare subito il massaggio cardiaco. Senza quelle compressioni, senza quei minuti guadagnati prima dell’arrivo dei soccorsi, oggi non ci sarebbe nulla da raccontare. La rianimazione avanzata, l’Ecmo, la tecnologia più sofisticata possono funzionare solo se qualcuno tiene in vita il paziente all’inizio. È per questo che le lezioni di primo soccorso dovrebbero essere patrimonio di tutti. Perché l’arresto cardiaco avviene quasi sempre lontano dagli ospedali, nelle case, nei luoghi di lavoro, nelle strade. E perché il primo anello della catena della sopravvivenza è sempre una persona comune. Ed è anche per questo che, accanto ai defibrillatori, il territorio dovrebbe dotarsi sempre più di massaggiatori cardiaci automatici: dispositivi in grado di garantire compressioni efficaci e continue, riducendo la dipendenza dalla forza fisica e dalla resistenza di chi soccorre. Strumenti che non sostituiscono le persone, ma le aiutano a non arrendersi quando il tempo sembra infinito. La vita di Andrea lo dimostra: la tecnologia salva, ma solo se qualcuno, all’inizio, sa come tenerla accesa.