Dario Franceschini lo ha rivelato al Corriere della Sera.
di Redazione
Roma – «Ho il Parkinson. Mi è stato diagnosticato nel novembre del 2020. Un amico ha notato come muovevo le mani. Il senatore Graziano Delrio, che è medico, mi ha detto: trascini i piedi, fatti visitare. Si tratta di una malattia ancora avvolta dal mistero. Non se ne conoscono le cause. È impossibile da prevenire. E se ne possono curare solo i sintomi: non si guarisce, né regredisce. La progressione varia a seconda dei casi, ma è inarrestabile. Sul mio Parkinson, recentemente, s’è pure innestata una forma di parkinsonismo atipico: incide sull’equilibrio, che diventa sempre più precario, e provoca una difficoltà della parola. Il che, intendiamoci, per un politico può anche essere un bene…».
Dario Franceschini lo ha rivelato al Corriere della Sera.
«La diagnosi è stata una botta tremenda. Avevo avuto un infarto nel 2014, più qualche altro acciacco ben risolto. Però, insomma, si trattava d’incidenti di percorso che un po’ tutti mettiamo in preventivo. Il Parkinson è una malattia diversa, ti accompagna per sempre». Qual è stato il suo primo pensiero? «Ho pensato a mia moglie, che è molto più giovane di me (ha 45 anni, ndr), e alle mie figlie. Irene, che all’epoca aveva appena 5 anni. Caterina e Maria Elena, che oggi ne hanno rispettivamente 38 e 31. Ho immaginato il dolore, la sofferenza, i disagi che avrei procurato a tutti». Il pensiero successivo? «Più che un pensiero, s’è trattato d’un riflesso istintivo: tentare di nascondere la malattia. Chi è colpito dal Parkinson tende a vergognarsi. Parla male, biascica, oppure cammina barcollando, sembra un ubriaco. Altri sono scossi da un tremore irrefrenabile. Nell’immaginario collettivo ci sono il pugile Muhammad Ali, che trema tutto, o papa Wojtyła, no? Si tratta di sintomi diversi che, nella maggior parte dei casi, scatenano però sempre il medesimo feroce senso di imbarazzo. Molti malati sono perciò inclini, letteralmente, a nascondersi. Qualcuno arriva addirittura a celare la diagnosi ai propri familiari, c’è chi decide di lasciare il proprio posto di lavoro. Invece...».
«È fondamentale non scoraggiarsi, svegliarsi al mattino con qualcosa da realizzare. Per cercare di combattere il Parkinson, oltre ai farmaci, è decisivo riuscire a riempire le proprie giornate e ripetersi: io non mollo, io continuo a vivere, a esserci. Il giornalista Vincenzo Mollica, che pure è costretto ad affrontare questa malattia, spiega tutto molto bene in alcuni bellissimi video pubblicati su YouTube. E, in fondo, è proprio questa la ragione per cui anche io ho deciso di raccontare la mia esperienza».
Nonostante la malattia, lei continua a lavorare, a incidere, è uno dei politici più influenti del nostro Paese… «Tutti i medici, i neurologi, gli psicologi, i fisioterapisti che ho incontrato, mi hanno detto: “Se lei raccontasse la sua realtà, la sua vita quotidiana, spronerebbe tanti malati a uscire dalla penombra”.
Parlare pubblicamente della mia malattia, è chiaro, mi costa, e molto. Per numerose ragioni: compreso un certo, credo comprensibile, pudore. Però ci ho riflettuto a lungo: e, mettendo sulla bilancia i pro e i contro, mi sono convinto che sia giusto descrivere questa particolare stagione della mia vita. Per dire a tutti gli altri malati di Parkinson: non isolatevi, continuate a vivere. Lo so bene che, in alcuni momenti della giornata, diventa tutto tremendamente faticoso, anche solo allacciarsi un bottone… Ma si può e si deve restare attivi. Io proseguo nel mio lavoro, anche se oggi ho, inevitabilmente, ritmi un po’ diversi dal passato. Una volta, per dire, mi organizzarono in Puglia un tour con undici comizi in un giorno». Undici? «Esatto. Sebbene il vero capolavoro fu però quello di Franco Marini».
«Anche lui arriva in Puglia. Sbarca all’aeroporto di Bari, lo infilano in macchina e lo portano in giro per comizi: ne ha uno in programma pure a Lecce, solo che, lungo la strada, gli fanno fare una deviazione e, senza dirglielo, lo trasferiscono in Basilicata. Così lui, convinto d’essere ancora in Puglia, sale sul palco e inizia ad attaccare la giunta regionale, che però, lì in Basilicata, era guidata da noi…».
Dario Franceschini è nato a Ferrara 67 anni fa e vive la politica come una passione primordiale. Suo padre Giorgio, cattolico e partigiano, fu deputato della Democrazia cristiana e così adesso dovreste provare a immaginarvelo, il giovane Dario, con un eskimo verde, il cappuccio con il pellicciotto sintetico bianco, nell’autunno del 1974, fuori il portone del liceo scientifico Roiti: travestito da gruppettaro mentre distribuisce volantini firmati dai «giovani democristiani». Uno di quei volantini lo conserva ancora e una volta lo tirò fuori, mostrandolo come un prezioso cimelio. C’era scritto: «Ci siamo anche noi». Una frase molto diccì. «I ragazzi, infatti, prendevano il volantino con aria distratta e, dopo qualche passo, lo appallottolavano e gettavano via». Ha raccontato Pier Ferdinando Casini, suo caro amico.
«Quando, a 27 anni, mi candidai per la prima volta alla Camera, andai a chiedere i voti anche ai gruppi giovanili dei morotei. E al loro leader di Ferrara, Dario Franceschini. Le correnti della diccì, all’epoca, erano una cosa seria. Con Dario, perciò, ci vedevamo di notte al casello dell’autostrada. Io arrivavo con la mia Golf Gti nera e lui spuntava dal buio con l’eskimo come un guerrigliero…». Franceschini sarebbe poi diventato uno dei ragazzi di Zac… di Benigno Zaccagnini. La mia cultura politica — ha raccontato spesso — è quella del cattolicesimo democratico, sono stato educato alla laicità dell’impegno politico». Conclusa l’esperienza dentro la Dc, Franceschini passa con i Cristiano Sociali, quindi con il Ppi, con la Margherita, per diventare anche segretario del Pd. A lungo deputato, è stato una volta ministro per i Rapporti con il Parlamento e quattro volte ministro della Cultura, rifiutando, in numerose occasioni, l’offerta di dicasteri più importanti. Un politico serio, autorevole, potente. Che controlla, organizza, osa, decide. E che, per questo, è temuto e blandito.
«C’è da dire che la malattia ti toglie, ma poi, per uno che fa il mio lavoro, finisce anche per darti». In che termini? «Azzera le ambizioni personali, ti fa perdere quel senso di invincibilità che il politico si presume debba trasmettere, mostrando di non avere, quasi per definizione, debolezze, timori, fragilità. Svanisce, di colpo, l’obbligo di essere super performante. La malattia ti impone un radicale cambio di prospettiva. E infatti, inevitabilmente, vedi anche cose che prima non vedevi, oppure inizi a considerarle con la dovuta importanza». Può essere più preciso? «Intanto, cresce il disincanto. Prima, ad esempio, davo un certo peso ai vari retroscena. Mi arrabbiavo quando mi attribuivano una linea non mia, come sta succedendo anche in questi giorni nel dibattito interno al Campo largo. Adesso, sorrido e me ne disinteresso. In Aula, al Senato, succede poi un’altra cosa: spesso, ascoltando i vari interventi, mi capita di pensare, di riconoscere che persino con l’avversario più lontano, quello con le idee del tutto contrapposte alle mie, condividiamo in fondo la stessa passione per la politica… Con la malattia, inoltre, ti convinci ancora di più che tutti hanno diritto di essere curati allo stesso modo e che non devono contare le differenze di reddito, sesso, estrazione sociale. Con il Parkinson, per restare in tema, oltre ai farmaci, contano, anzi direi che sono assolutamente fondamentali, anche gli psicologi, i fisioterapisti, i logopedisti… Ed è profondamente ingiusto che qualcuno possa permetterseli e altri no, magari solo perché vivono nella regione sbagliata, dove la sanità funziona male. In questo, mi faccia dire con forza che il dibattito sull’assistenza sanitaria nazionale non dovrebbe mai seguire binari ideologici, mai diventare un tema divisivo tra destra e sinistra».
«In Italia, si stima che i malati di Parkinson e parkinsonismi siano circa 400 mila. A essere colpite sono prevalentemente le persone anziane, ma è un morbo capace di aggredire anche i trentenni. Non solo: nel mondo, la maggior parte degli studiosi è propensa a credere che, nei prossimi dieci anni, il numero dei malati sia destinato a raddoppiare. E nessuno, purtroppo, è in grado di spiegare le ragioni di una tale crescita esponenziale. Davanti a questo scenario, si capisce bene quanto fondamentale sia la ricerca, per cercare di arrivare almeno alla diagnosi precoce e a migliorare la cura dei sintomi». La ricerca su cosa punta? «Si sperimenta molto con le cellule staminali e quelle embrionali. Purtroppo, servirebbero investimenti massicci, aumentando i fondi pubblici e incentivando le donazioni. L’esempio dell’attore e produttore americano Michael J. Fox è clamoroso: scoperto a 30 anni di essere affetto dal morbo, ha dato vita a una fondazione che ha finora raccolto e investito in studi scientifici oltre 3 miliardi di dollari».
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