Attualità
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27/04/2011 00:17

Della venerabile verga e dei portatori del Gioia

Un articolo di Giandomenico Castali e Antonio Faraggiano di Montecampagna

di Redazione

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Scicli – Ma che virili e virili, a Scicli i portatori di vara e vessillo venerabile aspettano Pasqua e il GIOIA  per mascherare di masculo ciò che masculo non è.  

La comunità s’interroga sul perché dell’insano gesto -le vie di fatto che hanno portato un confrate o un presunto tale a spezzare (prima della santa processione per le vie della città) il bastone dello stendardo del Sacro Venerabile- che rischiava di compromettere, così titolano i giornali, la festa della domenica di Pasqua a Scicli.

Piuttosto che puntare fari e riflettori sulle beghe del sagrato, occorrerebbe chiedersi perché il maschio sciclitano campa tutta una vita per «caricare» il GIOIA sulle proprie spalle o sfilare per le vie del centro col bandierone del venerabile in mano.

Presto, fatto!

Lo stendardo del penitente, montato su di un’asta di legno lunga alcuni metri, è espressione pelvica di un popolino delicatamente ingordo e che ostenta mascolinità al mondo. Ma dietro la pubblica maschera del virile è nascosta tutta, ma proprio tutta, la propria privata impotenza.

È nella dimensione dell’asta, la lunga verga che sostiene il vessillo, la meta-ricerca di una virilità bramata e mai avuta: nell’inflessibile ostentazione del gonfalone della confraternita in giro per la città -senza voler inficiare il dogma della Trinità e volendo prescindere da ogni determinazione iconica o teologica, ovvero, simbolicamente parlando –  il lato femminile del macho sciclitano, portatore del gran vessillo, è sotteso all’essere. L’uomo portatore di bandiera esiste come maschio e femmina nella visibilità dell’artificio legnoso: la pertica, e non è un caso, è legata al corpo del faticatore da una cinta pelvica a mo’ di protesi. Come un non detto, come un non visto che presupponga però il vero: brandire la lunga verga è manifesto di ciò che non si vede, di ciò che in realtà non è, che permette tuttavia al portatore d’asta di rivelarsi per ciò che non ha, per quel che non possiede e che vorrebbe, però, a tutti i costi avere. Nella reciprocità della verga si risolve il mistero del roveto ardente, che fa dell’uomo e della donna una sola carne con un sol pensiero, in antologica lussuria.

La verga è immagine ricorrente nella storia religiosa del popolo ebraico e in tutti i libri di magia antica. La verga di Mosè che Aronne convertì in serpente, il bastone di San Giuseppe, il bastone di Giacobbe, la verga di Davide e così continuando.

Il mito del maschio siculo, potente e omofobo, è veramente e per fortuna solo un mito. Come uno dei tanti racconti dell’antichità classica nei quali atleti ed eroi erano oggetto di attenzione erotica, concupiti dalle masse e dai singoli nella stessa misura in cui oggi lo sono gli attori del porno, di solito però poco corrispondenti all’immagine che il loro corpo vorrebbe trasmettere di loro. Per questo l’identificazione con un Cristo che somiglia più a un palestrato che al Risorto dei Vangeli oggi è necessaria e possibile. Per questo il “Gioia” è subito accettato dal “branco omofobo” che ne subisce il fascino e lo riconosce come capo. Vive per un giorno, grazie a un soprannaturale incantesimo, nel cuore della gente. Un tempo sbevazzava nella locanda di “zia Cuncètta” con i portatori che diventano compagni di merende, faceva un’incursione al casino perché un macho deve sempre desiderare una donna, ostentava impunemente la bandiera rossa dei lavoratori in epoche in cui farlo costava esilio e galera, gonfia ancora le vene del collo come faceva il giovane pastore “adduvàtu” arrapato che la domenica scendeva in paese per alimentare le proprie fantasie notturne col ricordo del volto e della voce delle ragazze che incontrava e ammirava mille volte nello struscio della sera.

Anche le donne, però, un tempo si agghindavano per Pasqua. Ora si vestono con i tacchi alti, accorciano le gonne e allargano le scollature, si fanno belle per Lui che riepiloga tutta la progenie dei principi azzurri, che riesce ad amare ognuna pur rimanendo fedele alle altre.

E gli uomini gridano, imprecano, bestemmiano per il solo motivo che questo incantesimo dura purtroppo un giorno nell’anno. Gli uomini amano. Di un amore sicuramente equivoco ma sincero e libero. S’identificano con Lui giacché è il macho perfetto, il macho che hanno sognato per tutta una vita e che non sapranno imitare mai perché la loro virilità ha la debolezza del bastone dello stendardo che una vanità sciocca, domenica scorsa, ha spezzato in un attimo.

Gli uomini, appunto. “Màsculi”, “masculùna” o forse semplicemente, “jarrùsi” innocenti e allegramente repressi.

Proprio come quel che accadde a un “Capu uccularu” di tante Pasqua fa, che durante il trasferimento del “Gioia” dal Carmine a Santa Maria la Nova, mentre era tutto preso dal controllare il movimento del Cristo, in uno dei tanti momenti di attesa dell’inno, e sotto gli occhi di tutti, si sentì afferrare il pacco fino a fargli male da un suo conoscente che, neanche a farlo apposta, si era infilato sotto le aste proprio dietro di lui.

Il mondo gira sempre alla sua maniera anche sotto la “vara” del “Gioia”.

 

 

 

 

 

 

La  foto è di Luigi Nifosì

 

 

Giandomenico Castali e Antonio Faraggiano di Montecampagna