Cultura
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13/02/2009 16:11

Donna di Cuori. Un racconto di Un Uomo Libero

di Redazione

“Donna di cuori” è una storia particolare. Raccontata sul filo della memoria da una donna giunta consapevolmente al suo capolinea. Trasfigurata dalla poesia che diventa protagonista, complice, forza potente ed evocatrice. Vissuta come un dramma storico, familiare, esistenziale.

Socrathe, La Discarica dei Benpensanti

 

 

Era una domenica fredda di gennaio, anche se il sole faceva di tanto in tanto capolino tra nubi che correvano in un cielo azzurro intenso, spinte dal vento. Il “Rastro” di Madrid dispensava, ai numerosi turisti che giungevano da tutte le parti del mondo, il suo consueto spettacolo. Un mercato popolare dove si trova di tutto, dove la gente va per curiosare, dove i ladri scommettono la loro libertà pur di strappare un portafogli, una borsetta, il sacchetto di plastica con quattro cosine appena comprate. Con Portobello e il Mercato delle Pulci parigino, uno fra i più antichi del mondo. Vado spesso la domenica al Rastro. Per cercare libri antichi, stranezze, il pezzo raro che ti commuove e ti convince a portarlo con te come un piccolo schiavo senz’anima. No. Senz’anima no. Le cose un’anima spesso l’hanno. Basta sapere ascoltare. Basta interrogarle per capire le lunghe peripezie, il viaggio attraverso vite diverse che le hanno godute, che le hanno possedute, che si sono avvicendate in un amore tenero e inesprimibile, che le hanno fatte parte di un’intima storia. Lei era là. Mi guardava con occhi supplici, dolcissimi. Affascinante e bella. L’avevo notata per una cornice barocca dai vistosi ricami d’oro, la domenica precedente. Un ritratto di donna di buona fattura, appoggiato a volgarissime chincaglierie. Lo sguardo penetrante e malinconico, triste forse per essere in quel posto, ostentato senza pudore. Per essere venduto come semplice cosa. Non potei esimermi dal fermarmi e dal contemplarlo a lungo come l’ultima volta. Ancora.

-Perché non lo compra, se le piace tanto? Non voleva la cornice ma solo la pittura ed eccola così, proprio come lei aveva richiesto. La vita è varia e strana. Il signore che ha acquistato domenica scorsa la cornice, non era invece interessato al quadro. – Era il venditore che mi scuoteva da una fascinazione e, avendomi riconosciuto, ritornava a offrirmelo.

-Quanto chiede?- Domandai. -Domenica scorsa aveva preteso una somma rilevante.-

-Lei quanto mi dà?- Rilanciò con voce molto conciliante.

-Non certo quello che chiedeva allora.- Dissi distrattamente e senza un vero interesse.

-Venga! Non voglio riportarlo indietro. Troppo ingombrante, potrebbe rovinarsi.-

-Non ho molto denaro con me. Non pensavo di trovarlo.- Lo avvertii timidamente.

-A questo punto qualunque fosse la sua offerta, glielo lascerò comunque. A costo di doverglielo regalare.-

L’uomo mi guardò con occhi benevoli.

-A me non è costato nulla. -Raccontò. – L’ho portato via tra tante cose belle da una casa molto ricca della calle Alfonso XII, proprio alle spalle del Prado. I nuovi proprietari volevano a ogni costo sgomberarla in fretta. Ho venduto tutto e a ottimi prezzi. Questo quadro è l’ultima cosa che rimane ma anche la più importante. Senza dubbio la più difficile da piazzare, considerate le sue misure. Non credo che saranno molti gli acquirenti. E’ meglio che lo prenda lei. Non mi sono ancora reso conto del perché i nuovi inquilini abbiano tanto insistito per farmelo portare via. Di sicuro non lo amavano. Forse un segreto troppo doloroso e triste racchiude lo sguardo malinconico della donna ritratta. Penso proprio che non lo meritassero.-

-Ho solo settanta euro con me e nulla più… -Azzardai con molto impaccio.

-Venga! Dia qua! Gliel’ho detto. Anche a costo di regalarlo, non lo avrei più riportato in magazzino. Sono contento di affidarglielo. Sicuramente lo apprezzerà molto di  più di quelle persone che hanno voluto tanto velocemente disfarsene.-

-Ha detto nuovi inquilini? La casa fu dunque venduta?- Lo interrogai con curiosità.

-Non ancora, credo. Però l’urgenza con la quale mi hanno chiesto di svuotarla di ogni mobile e di tutto ciò che in essa fosse custodito lascia trapelare una simile evenienza. Che tristezza quando la vita ci lascia soli così!- Concluse con amarezza.

-Soli?- Replicai.

-Sì. La abitava una vecchia signora. Senza figli, senza parenti. Solo due amiche. Anche loro avanti negli anni. L’hanno ricoverata in un ospizio e, con il ricavato dell’immobile, credo, la manterranno là. Il quadro, in effetti, la ritrae nella sua splendida giovinezza, nei suoi anni migliori. –

-Dunque vive ancora? -Chiesi stupito.

-Sì. – Mi confermò l’uomo. – Mi parlavano di un buon residence per anziani dalle parti di Mirasierra, una periferia a nord ovest della città. Conosce? Buono, dignitoso, purtroppo maledettamente caro.-

Avvolse il quadro, mentre finiva il suo racconto, in un foglio di plastica per imballaggio prima e in un altro foglio di carta poi. Mi salutò. Contento, si allontanò in direzione opposta alla mia. Portai la pittura a fatica a casa, utilizzando la metropolitana.

Il racconto dell’uomo mi aveva commosso ma anche molto incuriosito. Appesi il quadro a una parete spoglia e da quel giorno la splendida dama condivise con me l’appartamento, i sogni, la vita.

Le domeniche seguenti ritornai  nel Rastro per cercare l’uomo del quadro senza trovarlo. Lo rividi, alla fine di quel gennaio freddo e nevoso, per caso, a Sol. Mi riconobbe subito e mi salutò col suo abituale sorriso bonario.

-Notizie della signora?- Chiesi con ansia.

-Nulla. – Si affrettò a rispondere. Fece una pausa. -Se le sta tanto a cuore la sorte di quella donna, posso informarmi con le amiche che mi hanno contrattato per svuotare l’appartamento. Sempre che lo voglia- Aggiunse.

-Sì… le sarei molto grato. -Balbettai. -Mi piacerebbe conoscere la sua storia. Per portarla con me insieme alla sua immagine. Per scriverla, perché no?, per non farla morire con lei, per aiutarla a vivere fino a quando qualcuno ancora la possa ricordare e raccontare.-

-Sa! Ci avrei giurato! Intuivo che lei scrivesse… – S’illuminò nel viso, fissandomi a lungo con i suoi occhi chiari. – Dove posso rintracciarla per comunicarle le notizie che le interessano?-

-Oh!- Esclamai subito con sorpresa. – Mi chiami a questo numero. Mi troverà senz’altro.-

Annotò il numero, mi strinse la mano e, scendendo per i gradini che conducevano alla metropolitana, si perse tra la gente.

Passò qualche settimana ed io dimenticai l’uomo, la signora, il quadro alla parete. Un giorno sentii squillare il mio cellulare. Non era una chiamata. Era un messaggio. Di quell’uomo. Mi comunicava l’indirizzo esatto del residence. Mi consigliava di andare a visitare la signora a suo nome e contestualmente me lo indicava. Era stato così gentile da strappare per me l’autorizzazione a visitarla. Rimasi sorpreso. Ritornai a casa. Guardai il ritratto con molta attenzione e, strano, scoprii nell’angolo sinistro in basso, solo ora e ben camuffata tra le pieghe di un sontuoso abito di gala, una piccola dedica: “A Maruja, Fernando, Valencia, 1954”. Lessi e rilessi la dedica e non potevo credere che solo in quel momento l’avessi scoperta. “Dunque la signora non è più una sconosciuta -pensai. Si chiama Maruja. Un diminutivo affettuoso di Maria, tipicamente castizo. E il pittore non è più anch’egli uno sconosciuto. Il suo nome è Fernando. Un nome molto diffuso in Spagna”. Mi misi a cercare via internet il pensionato nel quale era stata ricoverata la signora. Lo trovai. Composi il numero del centralino e chiesi quando e come avrei potuto effettuare la mia visita. Mi fissarono un appuntamento. I giorni mi volarono. Giunsi di fronte allo stabile e mi resi conto che era effettivamente ubicato in un posto centralissimo, tra alberghi di grande lusso, quasi di fronte alla fermata della metropolitana. Varcai la soglia del pensionato e offrii alla signorina della reception un mio documento d’identità perché lo registrasse.

-Sì. -Fece come se parlasse da sola.- Ricordo la sua telefonata. Risposi io personalmente. Nessun problema. Abbiamo contattato gli eredi e hanno autorizzato la sua intervista. Lei è uno scrittore giornalista, vero?-

La domanda mi colse alla sprovvista. Non ero né uno scrittore né un giornalista, tuttavia sarebbe stato molto complicato spiegarle il vero motivo di quella visita. Balbettai non so che cosa. La signorina intanto parlava al telefono con un’infermiera affinché portasse la signora dove abitualmente si ricevevano gli ospiti. Arrivò un inserviente. Mi propose di accompagnarlo. Salimmo con un ascensore a un vasto salone riscaldato da un elegante camino. Mi sedetti in uno splendido salotto e lì la aspettai. Dopo alcuni minuti, la signora apparve. Una grossa treccia di capelli bianchi raccolti a tupè sulla nuca, fermati da un prezioso fermaglio. Esile ma non magrissima. La fronte spaziosa, gli occhi azzurri come gocce di mare e vivi, la bocca rossa e non dipinta, le mani paffute, le unghie curate e smaltate. Nessun gioiello tranne una perlina alle orecchie e il fermaglio ai capelli. Nessun anello alle dita. Si avvicinò alla poltrona di fronte alla mia e attese con visibile impaccio che mi presentassi. Mi allungò la sua mano che strinsi con delicatezza e soggezione.

-Encantada!- Rispose con una voce dolce, rassicurata. – Usted es italiano, verdad?- Chiese subito con curiosità e civetteria notando il mio cognome.

-Sì. -Risposi. E mi mancarono presto le parole. Non mi aspettavo una donna così. Lucida, presente a se stessa, mi evocò nei tratti, nel viso, nello sguardo il volto antico della madre. Ritrovai, per un istante, la magia di un vecchio ricordo non più alterato dal dolore ma pacificato da quell’incontro vivo. Immerso in un’atmosfera incantata, mi sentii ora subito a mio agio, parte della sua vita e la sentii subito parte della mia. Si annullavano lo spazio e il tempo che ci avevano fino a quel momento separati. Senza che osassimo chiederci entrambi il perché della collisione delle nostre vite. La signora si esprimeva in un castigliano colto, raffinato. Parlava adagio, la sentivo appena. Subito mi raccontò di lei, della sua famiglia borghese, degli studi interrotti in una Spagna che proibiva alle donne l’istruzione secondaria, dilaniata dalla guerra civile prima, accecata da una sorda dittatura poi… Studi ripresi da autodidatta. Della sua infanzia e della sua prima adolescenza. Il padre era stato un importante uomo politico durante la Seconda Repubblica, illustre professore di storia dell’arte.

-Conobbe dunque il Presidente Azaña, i poeti della generazione del Ventisette… – Azzardai timidamente io.

-Come no! – Esclamò. -Il Presidente Azaña fu un intimo amico di papà. Lo volle subito tra i suoi collaboratori e lo affiancò a Pablo Picasso, direttore in quel tempo del Museo del Prado. Ah, i poeti della generazione del ventisette!- Emise un grosso sospiro. – Molti di loro venivano a casa a prendere il tè, a cenare. Io sono del ventiquattro.

Quando loro venivano, ero già più che una bambina. Federico Garcia Lorca spesso amava sedere al pianoforte e improvvisare per me filastrocche che canticchiava con una voce dolce, intonata, da vero artista. Gli altri lo avevano soprannominato, canzonandolo, “el señorito” per la sua vita un poco dissipata ma nessuno riusciva a resistere alla forza della sua seduzione, del suo fascino. Rafael Alberti e la moglie Maria Teresa Léon. Stravaganti, anticonformisti, eclettici. Furono tra i più convinti sostenitori di mettere in salvo le opere del Museo del Prado ai primi bombardamenti della Capitale ad opera delle truppe Nazionali. Pensi, i Nazionali volevano piazzarle sul mercato mondiale per acquistare, col ricavato, armi! Mio padre, l’Alberti e pochi altri curarono personalmente l’imballaggio, l’inventario, il trasporto. Abitavamo un grande appartamento di Calle Mayor e papà, spesso a piedi, raggiungeva Las Cortes(1) e il Museo, facendo a volte notte. Ricordo le attese notturne, lunghe, snervanti, i pianti di mia madre, le premonizioni, le pressioni, i tradimenti. Papà, nei momenti di maggiore pericolo, montava di notte la guardia al Museo. Rimase ferito durante il bombardamento che il 19 novembre del 1936 devastò alcune sale, nonostante i repubblicani avessero segnalato con bengala tutto il perimetro museale. Un’alba triste, la più triste di tutta la mia vita. Giorni dopo qualcuno venne a casa, ci prelevò, ci mise in una macchina in fretta. Con le truppe nazionali alle calcagna, fuggivamo a Valencia, al seguito di una fila interminabile di camion nei quali era stato stipato il più grande tesoro in opere d’arte del mondo. Lo trasferivano a Ginevra, per essere custodito nella sede del Palazzo delle Nazioni. Partimmo per un esilio dal quale ritornammo provati, poveri, umiliati. Molti dei vecchi amici preferirono emigrare a Parigi e in America latina. Non li rividi più. Il poeta Machado, sapemmo poi, morì in territorio francese subito dopo aver oltrepassato la frontiera. Chi ritornò -pochissimi per la verità- non si adattò al nuovo stile di vita. Avevamo una casa a Valencia, meta preferita delle nostre vacanze. Vi rimanemmo asserragliati dentro per mesi. Papà, a causa delle ferite riportate, morì. Non sapemmo più nulla della casa di Madrid. Mia madre dava ripetizioni di tutto. Racimolava il poco che ci aiutava a vivere. Alla fine di gennaio del 1939 anche Barcellona, senza eccessiva resistenza, si arrese alle truppe dei Nazionali. La Spagna si trasformò in una dittatura fascista. Diventai grande in un paese che non voleva crescere, che si ostinava a chiudersi a riccio al mondo e alla vita. In Europa la seconda guerra mondiale era stata preceduta dalla nostra guerra civile. Un conflitto assurdo, tra fratelli e fratelli, che segnò per sempre la nostra storia. Tutto parve ritornare tranquillo dopo. Franco si proclamò Caudillo e il regime navigava a vista. Un giorno mia madre mi chiamò e mi propose di ritornare a Madrid. Grazie a qualche amico fedele, era riuscita a salvare la casa di calle Mayor e il poco che ancora vi restava dentro. Fu un ritorno triste, doloroso, pieno d’incertezze e di paure. Con Franco le cose si erano come stabilizzate. La propaganda del regime faceva apparire tutto perfetto, ineccepibile. Riprendemmo antichi contatti, vecchie conoscenze, nuove opportunità, non senza i timori di qualche rappresaglia. Nel 1949 conobbi Javier. Un giovane e promettente avvocato. Bellissimo, appassionato, corteggiato spietatamente da un esercito di ragazze di ogni tipo. Attricette, ballerine, signorine della buona società. In uno dei tanti ricevimenti offerti da amici comuni, mi prese la mano e mi chiese se avrei acconsentito a diventare sua moglie. La cosa mi sorprese. Ero l’unica a non fargli la corte e mai avrei pensato di poterlo desiderare per marito. Più tardi mi confessò che lo avevano conquistato i miei occhi, la mia aria provinciale mai dismessa, la mia figura riservata e triste. Un fidanzamento breve. Ci sposammo nel 1950 e presto diventammo la coppia più invidiata della Capitale. Javier era con me timido e delicato, innamorato e premuroso. – La signora chiuse gli occhi. Emise un sospiro.

-Venga domani. Ho bisogno di riposare. Non so se proprio dovrò raccontarle tutto del mio passato. Voglio pensarci. – Riaprì i suoi occhi celesti e me li piantò addosso. – Che sbadata! Non so che cosa mi sia successo. Non le ho neppure richiesto il motivo della sua visita. Mi dicevano le mie amiche che è un giornalista, uno scrittore. Ma cosa vuole da una povera vecchia che chiede solo di dimenticare la sua vita senza purtroppo resistere al desiderio di raccontarla?-

-No, signora, non proprio… -Mi schermii, balbettando.

-Ho saputo che lei ha comprato il mio ritratto… – Continuò senza smettere di guardarmi.- Posso domandarle perché l’ha fatto?-

La signora mi sorprese. Non volevo darle un dispiacere rivelandole lo smantellamento della sua abitazione. Mi colse di sorpresa. Rimasi confuso. Senza parole. Calò un ingombrante silenzio. Era evidente che aspettava la mia risposta.

-Mi colpirono gli occhi della signora dipinta dal pittore, la sua aria malinconica, il suo elegante portamento… – Non seppi dire altro.

-Che strano!- Proruppe. – Le stesse motivazioni addotte da Javier quando mi chiese di sposarlo, le stesse parole di Fernando mentre lo dipingeva. Tre uomini vinti dallo stesso fascino in tre epoche diverse della vita. Venga. Venga domani e saprà il resto della storia. –

Si alzò aiutandosi con un bastone dal pomo d’argento finemente lavorato. Mi porse la mano.

-Encantada. – Ripeté. – Ho dimenticato il suo nome. –

Mi alzai di scatto per porgerle subito la mia.

-Encantado. Giovanni. Juan… – Risposi mentre già si allontanava.

La signora si voltò improvvisamente.

-Ci avrei scommesso la vita!- Esclamò. – Giovanni è un tipico nome italiano ma è molto diffuso anche qui, in Spagna. Mio padre si chiamava Juan. Era il nome che avrei voluto dare al figlio che non ho mai partorito.-

Rimasi quasi stordito dalle ultime rivelazioni. La vidi scomparire dietro la porta che immetteva dal salone in un corridoio. Un inserviente, premuroso e discreto, la richiuse subito alle sue spalle. Un altro venne ad accompagnarmi all’ascensore. Ero triste, spiazzato, terribilmente scosso. Ritornai a casa. La donna del quadro mi guardava ora con un sorriso enigmatico e strano.

 

                                                                         * * *

 

Tutta la notte e il giorno successivo pensai a lei. Ero indeciso su cosa fare. Se ritornare o no a visitare la vecchia signora. Alla fine decisi di ritornare. Non incontrai alcuna difficoltà alla reception. Mi accompagnarono di nuovo al grande salone. Sedetti nello stesso posto del giorno precedente. La signora non si fece attendere. Venne accompagnata da un inserviente, caricando il suo fragile corpo sul bastone col pomo d’argento. Mi alzai d’impeto. Sorrise. Mi porse la mano come una vecchia amica. Gliela strinsi fra le mie.

-Hola!- Mi salutò mentre l’inserviente la aiutava ad accomodarsi sulla poltrona di fronte.

-Hola!-Risposi con sguardo trasfigurato e una voce calda.

-Che gioia rivederla.- Riprese.- Ero sicura che sarebbe tornato. Del resto anche la sua visita di ieri non fu una vera sorpresa per me. –

Dovetti mostrare una faccia sicuramente strana.

-Oh, non si spaventi! – Sorrise. -Sono solo una vecchia pazza con la mania di farsi fare e di fare le carte. Una vecchia gitana m’iniziò a questa pratica. M’insegnò anche a leggere la mano. La vita, dopo, m’insegnò a leggere il cuore degli uomini. Le carte l’avevano annunciato, mio caro. Da tanto tempo. Anche il mio spirito guida aveva predetto il suo arrivo.-

Ero confuso. Senza parole. La signora sorrise di nuovo.

-Dopo la sua morte, avvenuta nel 1951, il mio poeta preferito diventò il mio spirito guida, il mio Virgilio nella Terra dei Morti… Lo so. In questo momento pensa forse che stia vaneggiando. Da sempre sono stata credente e miscredente insieme riguardo a queste pratiche esoteriche. Spesso, in epoche diverse della mia vita, avrei voluto occultare dentro di me poteri o forze che, a momenti, s’impadroniscono della mia anima come anche del mio corpo e decidono per me anche quando io non lo voglia. Anche quando io non lo chieda e non lo desideri. Pedro Salinas fu un nostro grande amico. Fra le vecchie carte di mio padre, nello studio della casa di Madrid, scoprii un lungo epistolario col poeta. Rimasi così commossa a leggerlo che volli riprenderlo fra le mani, per rileggerlo ancora, quando appresi, da avari commenti sui giornali, della sua morte. Fu un lutto che mi coinvolse e mi turbò. Che vissi come un’autentica figlia. Perché figlia, di fatto, lo fui. Erede e vittima spirituale delle sue parole, dei suoi sentimenti, della sua poesia straziata dalla passione e dall’ipocrisia del tempo. Con le sue vecchie lettere tra le mani, caddi in una trance poetica, in un torpore strano dai quali mi riebbi solo con una convalescenza lunga che segnò l’inizio della mia chiaroveggenza. Vivevo nel mio corpo la disperazione del suo cuore diviso tra l’amante americana e la famiglia spagnola; i lunghi abbandoni estatici; l’irruenza quasi erotica della sua scrittura; il dramma, in una parola, di tutta la sua vita. –

La signora fece una lunga pausa con gli occhi persi in un cielo lontano, irraggiungibile. Ritornò a scrutare il mio volto, facendo forza sul pomo del bastone come per volersi disperatamente ancorare a una realtà che le sfuggiva.

-Nel 1949, le dissi ieri, conobbi mio marito. Javier. Da subito il nostro rapporto diventò molto letterario, poetico. Sicuramente furono i versi di una poesia di Salinas, che ricopiai per lui senza intenzione e inganno, a fungere da “galeotti”, da mezzani come nella splendida vicenda dantesca di Paolo e Francesca. Spezzarono indugi, vinsero timidezze, annullarono ritrosie. “La forma de querer tú/es dejarme que te quiera./El sí con que te me rindes/es el silencio.[…]/Jamás palabras, abrazos/me dirán que tú existías,/que me quisiste: jamás./Me lo dicen hojas blancas,/mapas, augurios, teléfonos;/tú no./Y estoy abrazado a ti/sin preguntarte, de miedo/a que no sea verdad/que tú vives y me quieres./Yo estoy abrazado a ti/sin mirar y sin tocarte./No vaya a ser que descubra/con preguntas, con caricias/esa soledad inmensa/de quererte sólo yo. (2) –

La signora declamò a memoria per me, con sguardo trasognato, la lirica che aveva deciso la sua vita.

-Conosce? E’ una delle più belle di Salinas, una delle tante.-

-Sì, conosco quel poeta. Fu uno dei poeti della generazione del Ventisette. Molto amato e letto.-

-Javier mi restituì la lirica, – continuò la donna -ricopiata nuovamente da lui, portatrice di un messaggio subliminale. Mi chiese se ne condividessi il testo e le parole. Non aspettò la mia risposta. Dai miei occhi capì e mi baciò a lungo. Il nostro fu un amore bizzarro. Per quanto ci sforzassimo, nessun figlio allietò il nostro matrimonio e, a poco a poco, rinchiudemmo a riccio le nostre vite. Javier mi accusava di essere sterile, io non riuscivo a respingere le accuse. La medicina non aveva ancora fatto i passi di gigante che oggi tutti conosciamo. Madrid è una città strana. La sua società guarda molto alle apparenze e tralascia spesso l’essenziale. Javier cominciò a sviluppare delle crisi di gelosia durante le quali non riusciva a controllare il suo istinto. Era violento. Più volte mi picchiò, senza motivo, per cose veramente banali. Alla fine di ogni crisi mi torturava con infinite richieste di perdono e promesse, puntualmente disattese. Gli proposi una separazione. Lui reagì con violenza inaudita. Non avrebbe saputo vivere e lavorare al pensiero che tutti potessero conoscere il suo problema e deriderlo. Avrebbe preferito uccidermi, mi confessò in un accesso d’ira. Per farsi perdonare e dissuadermi, colse, poi, a volo un’opportunità e comprò la splendida casa di calle Alfonso XII, alle spalle del Prado. Ci sistemammo alla grande là e per un pezzo il demone della gelosia in lui tacque. Mi regalava una vita agiata, che non avevo avuto più dai tempi di mio padre, per convincermi del suo amore, delle sue buone intenzioni. Per comprare con astuzia il mio silenzio.

Ritornammo anche a Valencia per passarvi l’estate. Cercavo tra le sue antiche vie quella serenità di un tempo che ora mi mancava.-

La signora fece una pausa. Chiuse gli occhi ed emise un sospiro.

-Valencia. – La anticipai.- Questa città ritorna come un refrain nella sua vita. –

-Sì. – Confermò lei.-Ha detto giusto. Un refrain o forse un destino.-

-Non capisco.- Ammisi.

-A Valencia ritrovai Fernando. Promettente pittore. Allievo della migliore scuola pittorica verista valenciana. La sua partecipazione all’Esposizione Nazionale delle Belle Arti, allestita presso il Retiro a Madrid, gli era valsa nel 1926 una borsa di studio come migliore pittore. Con quel sussidio aveva viaggiato a Parigi, a Roma. Si era trattenuto a Parigi durante la Seconda Repubblica. Era rimasto in quella città anche per tutto il tempo della guerra civile. Era ritornato a Valencia nei primi anni cinquanta, incoraggiato da una propagandata apertura del governo di Franco agli intellettuali. Nel 1953 Gli Stati Uniti e il Vaticano riconobbero il regime franchista e, con il riconoscimento, finiva quell’embargo nel quale era stata stretta la Spagna dalla fine della seconda Guerra mondiale. Lo rividi a Valencia proprio in quell’estate del cinquantatré. Fu una grande gioia per me poterlo riabbracciare. Fernando era più giovane di mio padre ma come mio padre era stato testimone e vittima del suo tempo. Prese a frequentare assiduamente la nostra casa, incoraggiato dall’amicizia di Javier. Fu a Valencia che mio marito gli propose di dipingere il mio ritratto. Lui raccolse l’invito con gioia e, nell’estate del cinquantaquattro, io posai molte mattinate per lui nel salone della nostra villa prospiciente il mare. Ci accomunavano la passione politica, l’amore per la pittura, il grande senso della poesia. I colori della sua tavolozza erano i miei preferiti. Cercava come me il senso più profondo e intimo delle cose che traduceva nella sua pittura con uno studio minuzioso del viso e dell’espressione degli occhi. S’innamorò di me. Lo confesso. Anch’io sentivo una forte attrazione per il suo corpo virile, maturo. Sicuramente in lui cercavo il padre che mi era mancato troppo presto. Ma la nostra relazione non andò di là del platonico e del concettuale. Non così pensò la moglie. Aveva scoperto fra le carte del marito una lirica di Salinas che io avevo ricopiato per lui. Era una lirica d’amore e questo bastò per scatenare la sua gelosia. La credé mia. La fece pervenire a mio marito, minacciando scandali e rivelazioni. Partimmo frettolosamente da Valencia con il quadro ancora fresco di vernice e una dedica, in basso, mimetizzata ma testimone d’accusa presente e inconfutabile. Suggello e conferma del sospetto di un amore vissuto attraverso le parole e il sogno, di un adulterio consumato solo fra le pieghe della fantasia. Javier non disse una parola. Mi colpì il suo comportamento. Strano, inatteso, incomprensibile. Aspettavo che mi proponesse la tanto sospirata separazione E invece niente. Di fronte, questa volta, a una minaccia reale, fondata, di adulterio non ebbe neppure le sue solite e abituali crisi di violenza. Il nostro rapporto si frantumò dietro un muro di silenzio che separò le nostre vite, il nostro letto, il nostro tempo. –

-Perché questa volta non ha preteso con più determinazione lei una separazione, allora? Javier aveva un problema, lei si era infatuata di un altro, a che scopo continuare a vivere insieme? – Chiesi di getto, senza riflettere, interrompendo il suo racconto.

-Veda. Io amavo mio marito. Lo amavo anche così. Il mio amore andava di là del carattere, delle cose. Questo non m’impediva di sentire attrazione per l’altro. Attrazione spirituale che si consumava in un delirio erotico fatto di parole come quello sperimentato dal poeta. Neppure Fernando capì mai il perché non volli cedere alle sue avances. Io ero io. Una donna. Quando mi facevo fare le carte, sceglievo sempre di essere la donna di cuori. Il seme, che si riferisce al mondo degli affetti, profetizza passioni travolgenti, speranze, sconfitte, insoddisfazioni spirituali, inquietudini d’amore. In una parola la mia vita. –

Fece una pausa e mi fissò con particolare insistenza.

-E dopo cosa avvenne?- La incalzai imbarazzato.

-Trascorse un tempo, dieci anni del nostro matrimonio. Non rividi più Fernando. Mio marito si trincerò nel suo lavoro, nella sua malinconia. Io vissi in sostanza prigioniera delle mie stanze, del mio silenzio, ostaggio della sua, ora motivata, follia. Morì pacificato nella sua coscienza ma fortemente in debito con la mia per avermi serbato un rancore assurdo, mantenuto oltre ogni immaginabile previsione. Qualche anno dopo la sua morte, anche Fernando scomparve ed io rimasi sola in un palazzo troppo grande in compagnia dei miei fantasmi. Li ritrovai entrambi nelle lunghe notti, evocati dai miei poteri soprannaturali, per la perizia del mio spirito guida. Mi tenevano viva, purificati dalla corporeità terrena. Mi estenuavano in lunghi e appassionati incontri d’amore che erano vero cibo dell’anima, deliri inconfessabili, spazi di libertà dove le parole correvano leggere, diritte al cuore.

Sono mesi ormai che il mio corpo non regge più lo sforzo sovrumano della trance. Per questo venni qua. Volli lasciare il luogo dell’oblio, quell’eremo odiato che era stata la mia prigione e la mia casa. Allontanarmi da tutto ciò che era stato dolore per ritrovare un ultimo tempo di felicità, una vita nuova. Più volte ho consultato le carte, in questi ultimi tempi, e l’asso di picche mi ha insistentemente vaticinato una sventura. Così pure il mio spirito guida. Una fine imminente non prima, però, di aver sperimentato un ultimo amore. Molto simile ai primi. Vissuto attraverso lo struggimento del verso e l’alchimia della parola. Finalmente sarei stata amata così com’ero, priva di ogni cornice… 

La signora si fermò. Mi guardò con occhi incantati e dolci. A lungo. Come se volesse dire altro. Le mancava qualcosa per chiudere l’ultimo capitolo della sua storia. Allungò una mano tremante e raccolse a sorpresa le mie per stringerle con una forza che io mai avrei sospettato.

-Venga ancora domani, mio caro. Per conoscere la fine del mio romanzo. Le carte, glielo ripeto, mi avevano detto di lei. Se non potrà venire, mi ricordi come la dama del ritratto. Bella, splendida, trasognata e amante.- Ripeté, calcando con forza la voce, l’ultima parola: – Amante. –

Si alzò appoggiandosi al pomo del suo bastone e si diresse verso la porta senza dire più nulla. Un inserviente, premuroso, la prese sottobraccio e la accompagnò fino alla sua stanza. Un altro inserviente mi accompagnò all’ascensore. Uscii. Fuori era buio. Faceva freddo. Un freddo cane. Riscaldato dal tepore del camino, l’aria gelida di febbraio mi aggredì con brividi di febbre. Rincasai in fretta. Mi misi a letto. Ero febbricitante. Il giorno dopo non potei visitare la signora. Molti giorni passarono prima che il mio corpo guarisse dallo stato influenzale che lo aveva prostrato, indebolito, distratto. La vita mi travolse. Andai in Sicilia, ritornai a Madrid. La sognai una notte di giugno. Per questo decisi di comprare dei dolcetti e un pomeriggio di andare a trovarla. Raggiunsi la residenza, mi presentai alla reception. Si meravigliarono quando chiesi di rivederla.

-La signora non è più con noi. -Rispose con occhi molto sorpresi una signorina che non conoscevo.

-Come non è più da voi? – Ripetei contrariato. -E dove si trova, allora?-

-Non ha saputo?- Rispose imbarazzata la donna. Da un ufficio vicino, accorse subito in suo aiuto la signorina che io conoscevo bene e che mi aveva autorizzato le visite.

-Ah! Per fortuna che è venuto. Da giorni pensavo di rintracciarla, però non avevo potuto trovare il suo recapito. Sicuramente lo avrò perso. La signora è purtroppo deceduta una settimana fa. Anzi abbiamo trovato una busta sigillata nella sua stanza con dentro qualcosa. La signora, presentendo evidentemente la fine, vi aveva scritto di suo pugno che le fosse consegnata personalmente. Aspetti, l’ho proprio in evidenza sulla mia scrivania… – Senza ascoltare il mio commento, si allontanò verso il suo ufficio per ritornare con la busta tra le mani. -Ecco. Ora mi sento più tranquilla. Francamente non sapevo come fare per esaudire l’ultimo desiderio di una donna che ha incantato tutti con il suo fascino, con la sua simpatia. Anche se è rimasta solo poco tempo con noi.-

Abbassò gli occhi, sinceramente commossa. Rimasi di stucco. Presi la busta e mi allontanai con il pacchetto di dolci fra le mani e un’angoscia nell’anima, opprimente, indescrivibile. Rincasai e la aprii con l’impazienza del bambino. Conteneva un libro di poesie dal titolo “La voz a ti debida” (3) del poeta Pedro Salinas. Era una prima edizione, vecchia del 1933, recante una dedica sul frontespizio a Juan Javier Fernández, regalata quindi dallo stesso autore al padre della signora. Lo sfogliai. Conteneva molte liriche sottolineate a matita, molte annotazioni. “Il libro di cui mi parlava.” Pensai. Da una pagina saltò, come fosse un segnalibro, un fante di cuori. Lessi la lirica e capii. Era l’ultimo capitolo della sua storia. Aveva affidato, anche questa volta, al suo spirito guida un messaggio per me, suo fante di cuori, ultimo amante della sua vita. Profetizzato dalle carte e dai fantasmi della sua mente, trasfigurato dalla forza e dalla potenza della poesia. Ritornai alla dedica del frontespizio e notai con stupore come il mio nome fosse stato unito da sempre, inscindibilmente agli altri due, nel libro misterioso del suo destino.

 

Un Uomo Libero

 

(1) Sede del Congresso dei Deputati.

 

(2) Pedro Salinas, Edición de Monserrat Escartín, Cathedra, Letras Hispánicas, 8.a edición revisada, Madrid 2006

 

[39]

Il tuo modo di amarmi

è lasciare che ti ami.

Il sì col quale ti abbandoni a me

è il silenzio. […] (a)

Mai parole, abbracci

mi diranno che tu esistevi,

che mi amasti: mai.

Me lo dicono fogli in bianco,

cartine, indizi, numeri di telefono;

tu no.

E ti stringo tra le braccia

senza chiederti nulla, per paura

che non sia vero

che tu vivi e mi ami.

Ti stringo tra le braccia

senza guardarti e senza toccarti.

Non sia mai che

con domande, con carezze

scopra l’immensa solitudine

di essere il solo ad amare.

 

 

(a) raffigurazione del silenzio usata anche dal poeta Machado.

 

(3) “La voce a te dovuta”. “La Voz è un sentito omaggio dell’Io poetico alla donna che ha reso possibile l’esperienza amorosa descritta. Il tono è gioioso perché attraverso le sue pagine si può toccare “con mano un sogno” e si vive a fianco di esso; sebbene, a volte, occasionali dubbi suscitino la revisione di tutto il processo. Allegria, lacrime, memorie, ombre…, sono motivi che si ripetono e raggruppano poesie di tono distinto, riflettendo il formarsi della persona nell’atto amoroso.” (A. de Zubizarreta [1969] 125).

Il titolo è tratto da un verso “He de mover  la voz a ti debida” della Égloga III del poeta Garcilaso De la Vega apertamente ispirata alla poesia di Virgilio, Petrarca e Dante.